"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
Si rinnova a partire da domani 26 agosto e fino al 6 settembre l’appuntamento con la Mostra del Cinema di Venezia, che giunge quest’anno alla sua 65ma edizione: “istituzionale” come pochi altri eventi, la Mostra ha avuto il pregio negli ultimi anni di mediare fra istanze difformi, lasciando spazio tanto al glamour quanto alla scoperta. Basta pensare a titoli come Redacted, Sotto le bombe e [REC], scoperti proprio nell’edizione 2007, al Leone d’Oro alla carriera assegnato a Tim Burton (sempre nel 2007), o a quello conferito a un genio dell’animazione come Hayao Miyazaki (nel 2005); oppure alle retrospettive sul cinema segreto asiatico (ancora 2005) per rendersi conto di come sotto la patina dell’appuntamento tradizionalista e un po’ ingessato possa anche battere un cuore vivo se si è capaci di non fermarsi alle apparenze, di dribblare problemi organizzativi e cinismi cinefili, perpetuando il gusto della scoperta nel buio della sala.
D’altronde la posizione strategica a fine agosto fa della Mostra un interessante punto di osservazione sul cinema a venire e per questo anche stavolta l’attesa è tanta: si apre l’era Muller II, con il direttore cinefilo e amante dell’Asia che, apparentemente, per l’inizio del suo secondo mandato sembra aver prediletto un profilo più basso, meno glamour e caratterizzato da una cinefilia più pura. Saranno amareggiato politici e telegiornalisti, ma il pensiero di poter assistere ai nuovi lavori di Katryn Bigelow, Jonathan Demme, Amir Naderi, Mamoru Oshii,Barbet Schroeder, Claire Denis, il già citato Miyazaki, il grandissimo José Mojica Marins, il kaiju eiga Girara no gyakushû: Tôya-ko Samitto kikiippatsu (sequel del cult Odissea sulla Terra, del 1967), solo per citarne alcuni, è già di per sé corroborante.
Se a questo va aggiunta anche la retrospettiva “Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato (1946-1975)”, curata da Tatti Sanguineti e Sergio Toffetti, che permetterà di rivedere su grande schermo alcune perle del cinema italiano, da Fellini a Giulio Questi, il menù diventa ancora più ricco. Con la speranza, ovviamente, di affiancare a questi recuperi e ritorni anche qualche altra nuova, esaltante, scoperta.
A causa della trasferta veneziana va da sé che gli aggiornamenti del Nido si faranno attendere ancora per un po’: si ricomincerà di nuovo ai primi di settembre. A presto!
Un’altra stagione al cinema è terminata, seguendo la classica datazione che vuole il periodo interessato come quello che va dall’1 agosto al successivo 31 luglio (e sorvolando dunque sulle polemiche, i cambi di data su cui oggi si basano gli incassi annuali e le intenzioni di considerare l’estate come momento di programmazione attiva). E quindi è tempo di bilanci!
La prima considerazione da fare è che, a prescindere dalle logiche distributive spesso ingiuste e perverse, si è trattata di un’annata davvero ottima, con titoli preziosi e in grado di affrontare temi trasversali: già dalla scorsa edizione della Mostra di Venezia, che con la sua strategica collocazione a fine agosto si rivela sempre un ottimo appuntamento per tastare il polso della situazione, era chiaro come uno dei temi cardine dell’anno sarebbe stata la guerra e uno sguardo curioso e indagatore sulla realtà. La rinascita del cinema americano “critico” e attento alla sollevazione dello spirito sociale in un momento storico nel quale le coscienze sono anestetizzate dalla propaganda, ha trovato in registi come Paul Haggis, Brian De Palma, Robert Redford degli ottimi alfieri, mentre l’Italia de Il divo ha dimostrato la sua voglia di tornare a confrontarsi criticamente con la propria Storia. Ad altre latitudini invece la Marjane Satrapi di Persepolis e il Philippe Aractingi di Sotto le bombe hanno saputo dimostrare come la guerra e lo scontro fra i popoli costituiscano un dramma universale che in tutto il mondo produce lacerazioni profonde, ma anche una voglia di elaborare i fatti con vigore e poesia, onorando la bellezza della creazione cinematografica.
L’aspetto più interessante sta nel fatto che questi temi confluiscano naturalmente anche nel cinema cosiddetto spettacolare, basti pensare a Cloverfield (che riflette sui traumi provocati dagli attacchi terroristici dell’11 settembre) o al cambio di scenario di Iron-Man, la cui genesi è stata strategicamente spostata dal Vietnam all’Afghanistan, chiaro sintomo di un immaginario che ormai lavora sottopelle anche i generi.
E’ stata anche l’annata delle conferme e dei grandi ritorni, con nomi quali Coppola, Lumet, Cronenberg, Paul Thomas Anderson, Burton, Scorsese e al lotto si aggiungano anche gli sfortunati fratelli Wachowski di Speed Racer. Su tutti la grande conferma di Brad Bird, grandissimo cartoonist che con il suo tenero e divertente Ratatouille si conferma maestro dell’animazione contemporanea, e l’ennesima affermazione del cinecomic come genere-guida del cinema spettacolare americano, tanto che il gran finale di stagione ha visto uscire quasi contemporaneamente Hellboy: the Golden Army e Il cavaliere oscuro.
Ovviamente, essendo l’avventura del Nido iniziata mentre la stagione era ancora in corso, tanti sono i film che ancora non hanno trovato la loro meritata collocazione in questo spazio, parecchi sono i titoli in punta di penna (o meglio di tastiera) che aspettano di essere riconsiderati: alcuni sono stati citati nelle righe precedenti, altri verranno comunque recuperati nelle settimane a venire, sempre seguendo la regola del dare spazio al cinema che si ama, tralasciando il brutto e il superfluo. Nel frattempo tutti i film che già sono stati considerati sono raccolti nell’elenco che segue, che verrà peraltro aggiornato ogni qual volta un film si aggiungerà agli altri.
In chiusura un ringraziamento particolare ai visitatori e agli amici del blog per l’interesse dimostrato e i commenti interessanti e puntuali ai post, mai inutili o scontati e che leggo sempre con piacere.
Nelle prossime settimane il Nido entra in “modalità estiva”, per poi riprendere con la fine dell’estate il suo ritmo più regolare.
E ora spazio all’elenco dei film, in ordine rigorosamente alfabetico e senza fare classifiche, che qui non sono amate. In attesa, ovviamente, di tuffarci tutti nei titoli più interessanti proposti dalla nuova stagione:
Non paia azzardata o fuori luogo l’affermazione per cui Hellboy sta a Guillermo Del Toro come Spider-Man a Sam Raimi. Sebbene differenti, infatti, le due saghe hanno un aspetto in comune: in entrambi i casi si respira un grande rispetto per il protagonista (e il relativo mondo) nato sulle tavole del fumetto originale, ma anche una perfetta aderenza di storie e personaggi all’universo figurativo e tematico dei rispettivi autori. In questo senso non si riesce a pensare a un regista differente da Guillermo Del Toro per trasporre su grande schermo le avventure del diavolo rosso creato da Mike Mignola nel 1993 per la casa editrice Dark Horse. Già nei suoi migliori lavori, infatti, il regista messicano aveva denotato una forte tensione verso la creazione di mondi dove le forme del reale si piegavano senza soluzione di continuità, ma con piglio molto “normale”, a quelle del fantastico o della fiaba: o forse, più semplicemente, è l’elemento fantastico a trovare nello sguardo di Del Toro quella legittimazione a esistere che gli permette di apparire credibile, vero, sullo schermo senza creare conflitti con la nostra sospensione di incredulità: il miglior fantasy, in fondo, si fa così e riuscire a mantenere un perfetto equilibrio fra i due opposti (realismo e immaginazione) non è cosa da tutti.
C’è poi l’aspetto citazionista, non meno importante, che permette a Hellboy di riverberare echi, fra gli altri, da Ghostbusters e Indiana Jones, che sanciscono in fondo la natura in parte retrò dell’operazione: in effetti a ben vedere Hellboy ha poco del blockbuster. Un protagonista simpatico e irridente non è sufficiente a mascherare un ritmo che si prende i suoi tempi nella descrizione degli eventi e che pur perseguendo una logica barocca nello snocciolare mostri e scenari, non appare mai tronfio, ma anzi spesso estatico e assorto nella contemplazione di ciò che va ponendo in essere, ed evita anzi anche i più classici e fracassoni “mega scontri finali” (i duelli con i cattivi, soprattutto nel primo film, si risolvono anzi con una certa fretta). In fondo proprio un secondo possibile parallelo con il cinema di Steven Spielberg inquadra bene un altro punto della poetica di Del Toro, quello dell’affabulazione, della capacità cioè di sapere e volere meravigliare il pubblico (in particolare quello dei più piccoli) ponendo di fronte ad esso il piacere per la scoperta di un altrodove fantastico iscritto negli interstizi del reale ed esplorato con grande divertimento: la scena in cui Hellboy incontra il suo piccolo fan nel primo film in questo senso è ben più che paradigmatica.
Ecco dunque presentarsi ai nostri occhi personaggi fantastici e irresistibili: accanto a Hellboy, interpretato con ruvida ironia dal grande Ron Perlman, troviamo Abe Sapiens, cui dà corpo ed eleganza nei gesti il bravo Doug Jones, permettendo al personaggio di vanificare con poche apparizioni qualsiasi tentativo di realizzare velleitari remake del capolavoro di Jack Arnold Il mostro della laguna nera; oppure la dolce Liz Sherman, confusa e contesa compagna del protagonista capace di rovesciare la propria umanità in strumento dispensatore di morte grazie ai suoi poteri di pirocinesi; oppure ancora lo strepitoso nazista karateka Kroenen, protagonista di duelli ottimamente coreografati, che nel secondo capitolo trova un satirico corrispettivo nel petulante ma geniale dottor Johann Krauss, ma anche nell’impeto guerriero del fiero principe Nuada; il tutto fino alle creature che riecheggiano i Grandi Antichi di Howard Phillips Lovecraft (altro nume tutelare caro a Del Toro): e in mezzo il giusto spazio per approfondire i legami tra i personaggi, che conferiscono profondità alla storia e danno sostanza a un mondo messo in scena con grande passione.
La recente uscita di Hellboy: The Golden Army amplifica e puntualizza i concetti cari al regista, e l’attenzione data ai legami affettivi come motori del mondo, connotativi di un’identità che superi i limiti imposti dai ruoli e dalle realtà, crea splendidi momenti melò che vedono coinvolti Abe Sapiens e la principessa Nuala, ancora Hellboy e Liz, alternando ironia, meraviglia e commozione. E’ uno spettacolo sontuoso, quello offerto dal film, che proprio nella natura onnicomprensiva riesce a riunire la poesia malinconica del fantasy Universal (e in questo senso l’abbandono della produzione Sony appare a dir poco benefico) con il piglio creativo tipico dei grandi visionari e degli artisti che alla esaltazione della fantasia hanno dedicato la loro vita (Ray Harryhausen, Tolkien, Michael Ende). E’ grazie ad essi e a una macchina-cinema unicamente protesta verso il desiderio di infondere vita in ciò che viene creato, rendendoci partecipi delle quotidiane scaramucce e delle lotte d’onore di protagonisti e antagonisti, che la fabula ancora una volta riverbera la bellezza e il piacere del racconto. La fotografia del sodale Guillermo Navarro dà poi corpo e tridimensionalità a figure che non appaiono come mere creature digitali o frutto di tecniche di make up, ma a personaggi con i quali è possibile empatizzare, a prescindere dal loro ruolo, mentre le musiche di Danny Elfman possono fare pensare a un logico ponte con il cinema di Tim Burton (ma va ricordato che il grande compositore ha scritto anche le colonne sonore proprio dei primi due Spider-Man) anche se alcuni passaggi riportano allo splendore poetico del magnifico score di Philip Newton Howard per Lady in the Water di M. Night Shymalan.
In mezzo, ancora una volta, Del Toro, divertito e partecipe anfitrione dello spettatore lungo i percorsi di uno spettacolo che arricchisce l’immaginario dando fondo a una inesauribile vena creativa che si unisce a quella di Mignola lasciando letteralmente a bocca aperta, liberi di sognare e perdersi nell’angusto spazio dell’inquadratura, altra e più importante soglia (come le tante che i protagonisti devono varcare nel corso della storia) verso i mondi dell’immaginazione.
Una saga semplicemente indispensabile per dare nuova linfa ai sentimenti e alla capacità mitica del cinema, che quindi supera la semplice trasposizione fumettistica e merita la più alta considerazione.
Che un giorno avrei avuto il piacere di scrivere un articolo su Daniele Serra era qualcosa che dentro di me sapevo, mai avrei pensato che purtroppo sarebbe stato per ricordarlo. 32 anni, uomo e attore di teatro, ma soprattutto amico, Nato a Taranto, come recita il suo spettacolo più celebre, da lui scritto e interpretato.
Ho conosciuto Daniele all’Istituto Tecnico Commerciale “Vittorio Bachelet”, eravamo compagni di classe: lui ripeteva, io ero iscritto con un anno di ritardo e ci eravamo trovati. O meglio scontrati: nei primi tempi infatti il suo carattere era ombroso, taciturno e apparentemente votato al conflitto. Solo più tardi avrei capito che in realtà era il frutto della sua spiccata sensibilità, quella che nell’età adolescenziale porta alcuni di noi a covare una specie di diffidenza verso il mondo, del quale si sta imparando e prendere le misure. Semplicemente, Daniele stava crescendo. Prima di tutti noi.
In seguito qualcosa, giustamente, cambiò e oltre a diventare amici, in me nacque una sincera ammirazione per il suo carattere fermo ma amichevole e soprattutto per il grande entusiasmo che dimostrava verso il cinema e la recitazione. Poteva capitarti di vederlo, incurante del professore che spiegava, catalogare le schedine dei film della rivista “Ciak”; oppure raccontare entusiasta di quando, in visita sul set tarantino di Io speriamo che me la cavo aveva intuito e anticipato nella sua mente le scelte registiche di Lina Wertmuller; oppure ancora chiedere fermamente il silenzio e il rispetto dei presenti quando, in classe, si stava allestendo, un po’ per gioco, un po’ per esigenze didattiche, una scena che prevedeva un finto litigio fra fidanzati, dove lui era stato scelto per l’interpretazione maschile. E aveva preso la cosa sul serio.
Era chiaro che avrebbe fatto l’attore, la sua passione era manifesta: la mia meno. Sapeva quel che voleva e mi piace perciò pensare che in quegli stessi momenti il suo esempio sia stato per me un incentivo, che mi abbia fatto capire come si può pensare a qualcosa di diverso dalla logica familiare del ”posto fisso” per inseguire un sogno, che una passione può diventare qualcosa di così vivo da riempire le tue giornate, non un hobby ma un impegno.
E così, come è giusto che sia, lui si è dato al teatro, io alla critica cinematografica. Sapevo per questo che le nostre strade si sarebbero un giorno incrociate di nuovo, i sentieri dell’arte sono impervi ma alla fine ci conducono tutti insieme verso la stessa meta.
E così avvenne, nell’agosto del 2006, quando il suo spettacolo Nato a Taranto fu rappresentato all’arena estiva Satyrion. Appena salito sul palco Daniele era sempre lui: alto e caratterizzato da una presenza fisica non comune: in fondo lui, tra tutti noi della classe, era sempre sembrato “uno dei più grandi”. Una cosa soltanto era cambiata: la voce. Raffinata dallo studio della recitazione aveva perso le sue inflessioni meridionali ed era diventata più sicura, decisa, squillante. In linea con quella sua passione e quella vitalità che nei momenti migliori avevo imparato a conoscere.
Nato a Taranto è la storia di Daniele, ragazzo cresciuto in una città piena di contraddizioni, raccontata attraverso la sua Storia e il folklore, con l’arma dell’ironia ma anche e soprattutto dell’impegno civile, con grande partecipazione emotiva, alternando italiano e dialetto, canti popolari e una denuncia forte del degrado infrastrutturale e dell’invasiva presenza militare e industriale sul territorio. Il modello è quello del teatro di Marco Paolini, basato sulla forza della parola e dei movimenti del corpo sul palcoscenico vuoto, dove è la voce dell’attore e la sua presenza a creare la mitopoiesi, catturando l’attenzione del pubblico e interagendo con esso. Una sfida impegnativa, sintomo di un attore che ha scelto la strada meno facile, per arrivare a un contatto con il pubblico che fosse non mediato dall’impianto sovrastrutturato della rappresentazione tradizionale: Nato a Taranto si è dimostrato subito, infatti, un progetto in divenire, modificato e integrato ad ogni nuova rappresentazione con le informazioni che nel frattempo Daniele aveva fino a quel momento raccolto, perciò sempre uguale e sempre diverso. Fu un successo e contribuì a far riconciliare quel ragazzo che era “emigrato” a Roma per seguire il suo sogno, con la città che gli aveva dato i natali e che lui non aveva mai dimenticato.
E fu anche il momento in cui ci ritrovammo, lui stupito di quel compagno di scuola che non lo aveva dimenticato ed era venuto allo spettacolo dopo aver notato per strada il cartellone sul quale campeggiava la caratteristica figura di Marco Polle, vecchio simbolo di una Taranto ingenua e popolare che lui aveva voluto recuperare. Uno stupore che comprendo perché, ripensandoci a mente fredda, non ci eravamo mai frequentati assiduamente e probabilmente se oggi potesse leggere queste righe sorriderebbe nell’apprendere la considerazione che avevo di lui e il fatto che non l’avessi mai dimenticato considerandolo un amico.
A quella sarebbero seguite altre rappresentazioni ma non altri nostri incontri, rimandati a un tempo futuro dove, ne ero ancora una volta certo, ci saremmo incontrati ancora. Ma la mia previsione questa volta è risultata sbagliata. Dei tempi e dei modi della sua scomparsa non mi interessa, preferisco ricordarlo vivo e sul suo palcoscenico.
In fondo se un senso ha questo mio scritto è proprio per la voglia che ho di ricordarlo e farlo ricordare, o di farlo conoscere a chi non ha mai avuto la fortuna di incontrarlo. A questo proposito ecco una registrazione del suo spettacolo al teatro Ipogeo di Taranto, del Centro Culturale Filonide. Penso sia il modo più giusto per rendergli omaggio, salutarlo e ringraziarlo.
Il cinema non è soltanto un film visto su uno schermo, ma è anche un luogo e un insieme di sensazioni legate a una precisa ritualità. Chiunque ha nel cuore almeno una visione particolare anche per il rapporto che si è stabilito fra l’opera filmica e l’insieme degli spettatori, corpo unico convenuto per assistere allo spettacolo e interagire con le sue emozioni. La visione in sala, momento di realizzazione piena per ogni cinefilo che si rispetti, è per questo un evento che, nella sua stabile reiterazione, non è mai uguale a se stesso e nei casi migliori finisce per diventare un qualcosa di non meno importante della storia impressa sulla pellicola.
Nei casi migliori capita addirittura che la sala assuma vita propria, trasudi della Storia passata e presente attraverso i ricordi di chi l’ha vissuta e finisca per connotare la vita di una città o un quartiere, donandogli un’identità e una forma. Il Cinema Universale di Firenze era uno di questi. La lontana collocazione geografica mi ha impedito di varcare materialmente la soglia di quel locale, ma la sua eco mi era giunta già da tempo, riverbero di un luogo “mitico” e noto oltre i confini cittadini per la sua particolarità.
L’Universale era un cinema d’essai, uno di quelli dove si proiettavano film programmaticamente volti ad arricchire l’immaginario popolare, uno schermo sul quale hanno transitato opere di Woody Allen, Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, ma anche John Landis, Totò, George Lucas, in una inebriante parata di eterogenei titoli che testimoniano di una gestione eclettica e intellettualmente vivace. Ma era anche un cinema popolare, verace, dove il pubblico era parte attiva nella condivisione dell’esperienza, con commenti forti che a loro volta costituivano un piccolo spettacolo aggiuntivo. Oggi può far sorridere pensare che l’inizio della proiezione fosse preceduto da un lancio di lattine su schermo; e allo stesso tempo l’idea che il locale fosse talmente malfamato da ammettere tossici potrebbe destare più di qualche perplessità.
La prosa particolarmente partecipe di Matteo Poggi, autore di questo libello celebrativo, è generosa nel trattare questi aspetti, che altrove definiremmo “controversi”, dell’Universale. Li considera come la naturale prosecuzione di un rapporto che il cinema intratteneva con la città, come naturale prolungamento di una vita fatta di contraddizioni. In questo senso è davvero esaltante notare come il libro, più che raccontare fedelmente e rigorosamente la storia di questo locale poi chiuso nel 1989, procede per piccoli aneddoti agganciati a una struttura sommariamente divisa in capitoli tematici (Dove si trovava l’Universale?; Che film c’è stasera?; Esce la protesta, entra il calcio; Semplicemente Romanone). L’incedere è libero, scandito dal tipico eloquio fiorentino, che alterna espressioni popolari e termini “forti”: a volte il racconto si sgancia completamente dalla sala per seguire i fatti all’esterno, creando un effetto spiazzante che può apparire anche confuso, sterile nella sua nostalgia, eccessivamente pindarico. In realtà quel che Poggi vuol chiaramente fare intendere è come l’Universale in sé propagasse e completasse le vite dei suoi avventori e quindi il racconto delle sue “gesta”, pieno di ironia e affetto, non vuole creare una reale dicotomia fra la vita dentro e fuori la sala, ma suggerire che la stessa formasse con il suo pubblico e con l’intero quartiere un tutt’uno.
Si crea quindi un gioco di rispecchiamenti che annulla la distanza fra interno e esterno e da questo punto di vista Poggi è bravo a mantenere l’equilibrio fra racconto di vita e cinefilia: il film è sullo sfondo, può apparire a torto un inutile orpello, ma in realtà ci si rende conto che è sempre centrale, è spesso il motore scatenante del fatto e comunque non è immune dal lanciare una sua influenza sugli eventi e dal creare un immaginario. Un elemento che commenta e caratterizza la vita di una comunità che si riconosce nella natura aggregante dell’andare al cinema e crea perciò una dialettica interessante fra lo schermo e il pubblico, fra la vita su pellicola e quella del quotidiano.
“Era un avvenimento, era talmente forte l’emozione di violare un luogo sacrilego, un posto per uomini duri che ancora ho nitido in me il ricordo, sensazione di far un qualcosa di più grande di me, un’impresa da vantarsi con gli amici…” racconta Poggi nella dedica finale ed esattamente come accadeva negli interni dell’Universale, con le sue sedie in legno, lo “schermo rattoppato” e i cessi che puzzavano, qualcosa di quella magia arriva anche a noi, facendoci rimpiangere di non aver potuto varcare quella soglia, sfuggire alle grandi mani della maschera Romanone e vivere l’esperienza di un cinema urlato ma vitale.
Il libro pertanto diventa importante non soltanto per quello che è (un lavoro semplice e di agile lettura) quanto per ciò che naturalmente rappresenta: la testimonianza più vera di un periodo storico in cui la sala era l’elemento centrale di una vita vissuta nel pieno del quartiere, in aggregazione, dove il cinema polarizzava l’attenzione. E dove autori oggi considerati d’élite da un pubblico svogliato e poco curioso erano patrimonio di vaste platee: arte popolare nel senso più pieno e vero del termine. Come nel “Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, come dovrebbe essere sempre per far comprendere il sottile piacere della visione nel buio, quando si è contemporaneamente da soli e in compagnia.
Breve storia del Cinema Universale Scritto da: Matteo Poggi 112 pagine, 8 euro Edizioni Polistampa
Un anno dopo aver perso il marito e la figlia in un terribile incidente stradale, Sarah viene invitata a trascorrere una vacanza nei monti Appalachi, in America, con un gruppo di cinque amiche: lo scopo sarà quello di visitare alcune caverne sotto la guida dell’esperta Juno. Per dare un tocco di imprevisto all’avventura, però, Juno sceglie un complesso di grotte ancora inesplorato, nel quale le ragazze si ritrovano ben presto prigioniere. La ricerca di una via d’uscita diventa ben presto una lotta per la vita, perché quelle caverne sono abitate da mostruose creature, forse antichi e sconosciuti esploratori che si sono evoluti per vivere nell’oscurità cibandosi di carne umana. Nel corso dell’odissea Sarah dovrà anche fare i conti con il suo passato.
Il cinema horror vive letteralmente di folgorazioni nel buio e attraverso il buio tenta di veicolare i suoi archetipi: è nella capacità quindi di veicolare questa potenza espressiva che si può manifestare un cinema pulsante di vitalità. Neil Marshall lo sa e ha le idee chiare. D’altronde tutta la sua opera appare al momento come una riflessione sugli stereotipi di genere, che il director inglese manovra con scioltezza ma anche con determinazione, avendo ben chiaro il suo obiettivo. Accade quindi che The Descent si riveli un film che non rinnega le possibili implicazioni psicanalitiche (la caverna come simbolo di regressione uterina) o comunque tutti i possibili livelli metaforici del caso, ma il suo istinto primario è quello di suscitare reazioni immediate, fisiche se possibili. Quindi paura, ribrezzo, orrore.
In questo senso il talento di Marshall è a dir poco sbalorditivo, la sicurezza con cui la storia viene messa in scena è quasi ostentativa, sfacciata nella sua lucidità, e la progressione non perde colpi, mozzando il fiato, facendo sobbalzare sulla poltrona, avvincendo. Allo stesso tempo la sceneggiatura, nella sua evidente e giusta semplicità, riesce a tessere bene i vari fili di cui si compone la trama esplorando con cognizione di causa i legami fra le varie protagoniste: anche in questo caso i possibili livelli di speculazione interpretativa sono presenti e legittimi, ma non inficiano la struttura di genere con tanto di colpi di scena e rovesciamenti di prospettive. In particolare il problematico legame fra Juno e Sarah regala momenti molto gustosi e Marshall è bravissimo a giostrare le dinamiche che di volta in volta si instaurano fra le due lasciando allo spettatore ampi margini di interpretazione: il rancore di Sarah è motivato? L’istinto protettivo di Juno è sospinto dal desiderio di mettere a tacere i propri sensi di colpa oppure da umana empatia? La bravura della sceneggiatura sta proprio nello sfruttare queste possibili domande in relazione all’evento principale (la fuga dai mostri) amplificando in questo modo la suspense e, soprattutto, il disagio.
Già, il disagio: quello che si prova spesso durante la visione, non solo per l’ovvia incapacità di comprendere la portata del pericolo, ma anche e soprattutto per la regressione a un livello primitivo, bestiale, delle protagoniste. Una “discesa” che Marshall dipinge con uno sguardo epico, assecondandola con un montaggio velocissimo e infallibile, facendoci partecipi di una furia che diviene puro slancio dei sensi, fisicità bruta. Ma propria questa totale mancanza di inibizione rovescia di segno parte dell’euforia giungendo al disagio, alla consapevolezza che quelle donne, in quella grotta, stanno perdendo anche la loro umanità: lo sguardo allucinato di Sarah e la freddezza dei suoi colpi in questo senso sono paradigmatiche. La lucidità con cui colpisce Juno è l’opposto della casualità con cui l’amica/rivale aveva a sua volta colpito Beth.
Oltre questi intrecci c’è la caverna con i suoi abitanti: un luogo anch’esso foriero di sensazioni opposte, affascinante eppure inquietante e pericoloso. Che esploriamo con sguardo avido, ma che allo stesso tempo ci inquieta con gli orrori in essa celati: le distese di scheletri, le pozze di sangue, le rifrazioni della luce che descrivono interni dal sapore quasi magico o spettrale. La fotografia di Sam McCurdy in questo senso è davvero superba, anche e soprattutto se consideriamo che il film non è stato girato in location naturali, ma in uno studio, dove l’intero ambiente roccioso è ricostruito (e l’effetto per questo risulta ancora più incredibile!).
Come già precisato, in fondo, The Descent è un film tecnicamente davvero potente, nel quale Marshall dimostra di conoscere i modelli e di saperli sfruttare a suo piacimento: si potrebbe quindi citare il bellissimo score carpenteriano, i violenti effetti speciali, ma alla fine è preferibile concentrarsi sul cast interamente femminile (ovviamente mostri esclusi). La fiducia che intercorre fra regista e attrici è palese, le interpreti si concedono al ruolo con spontaneità e grande energia, dimostrando la complessità dell’universo femminile, la sua fragilità ma anche la sua forza, sia emotiva che fisica.
Un film dunque brutale, serio, che arriva a tangere la forza primaria dell’animo umano pur restando un “semplice” prodotto spettacolare: opposto per molti versi al precedente film di Marshall, Dog Soldiers (sul quale certamente si tornerà più avanti), e che sarà interessante confrontare con il nuovo Doomsday, di prossima uscita nelle sale italiane.
The Descent: Discesa nelle tenebre (The Descent) Regia e sceneggiatura: Neil Marshall Origine: Uk, 2005 Durata: 95’
Un uomo è solo. Prigioniero e ferito. Senza evidenti vie d’uscita. Stretto in un’intercapedine che come un labirinto sembra non avere fine, ma nasconde a ogni angolo e ad ogni snodo delle trappole. Una serie di inferni concatenati tra loro e caratterizzati da sofferenze. Non sa com’è arrivato lì né perché. Tutt’intorno corpi smembrati, ciò che resta di chi lo ha preceduto. Durante i suoi tentativi di uscire vivo da questa incredibile situazione ha delle visioni. Ma a un tratto un’altra persona, una donna, si ritrova con lui nella stessa situazione e i due tentano di percorrere insieme la via che forse li porterà alla salvezza. O forse alla comprensione. Se non semplicemente alla morte.
Quando fu presentato per la prima volta in Italia al Torino Film Festival 2005, Haze era parte del progetto “Digital Short Films by Three Filmmakers” promosso dal festival internazionale di Jeonju (Corea) che prevedeva, per l’appunto, tre cortometraggi, affidati ad altrettanti registi (gli altri due erano il coreano Song Il-gon e il thailandese Apichatpong Weerasethakul). In quell’occasione la durata era di soli 25 minuti, che però furono più che sufficienti per folgorare la platea e rivelare come Shinya Tsukamoto restasse e resti un talento ben restio dal farsi incasellare in una categoria ben precisa, al punto che il film, pur inserendosi nel solco dei suoi precedenti lavori, per il resto se ne distanziava alquanto, aprendo nuove interessanti prospettive nella sua poetica.
Successivamente Haze ha assunto la sua forma definitiva di mediometraggio da 48 minuti (e come tale è stato presentato al Festival di Locarno ed è poi giunto a noi in DVD) ampliando alcuni spunti narrativi e raggiungendo una dimensione che non disperde l’impatto viscerale e simbolico della prima versione, ma allo stesso tempo precisa e analizza con maggiore compiutezza alcuni elementi rimasti suggeriti in precedenza. Ciò che comunque conta è che la visione rimane un’esperienza fisica come poche, lancinante, spossante (chi soffre di claustrofobia farebbe bene ad astenersi), semplicemente dolorosa: il protagonista (interpretato dallo stesso Tsukamoto), durante il suo viaggio nei vari inferni che, barkerianamente, attentano alla sua integrità fisica sottoponendolo a un continuo supplizio e una sorta di conoscenza progressiva del dolore, riflette sullo spettatore le proprie angosce e il continuo stimolo cui tutti i suoi sensi sono sottoposti. Il particolare degli occhi spalancati nello spavento, ma anche nel tentativo di comprendere i confini dell’inferno dove l’uomo è sprofondato, allo stesso tempo ci atterrisce e ci guida, ci spinge a desiderare di “vedere di più” per poter magari razionalizzare un bombardamento dei sensi altrimenti troppo forte.
Ogni artificio cinematografico è dunque proteso a prolungare questa dolente estasi: la sporcizia della fotografia digitale, che impasta i contorni e conferisce allo spazio una opacità che lo rende inafferrabile, il sonoro che amplifica lo stridere dei denti sul metallo, le sensazioni quasi tattili che si provano vedendo le dita del prigioniero scorrere sulla ruvida superficie del muro in cerca di un’apertura, una via di fuga, fino al dolore palpabile della pelle graffiata dai chiodi o colpita da un pesante martello.
La semplicità dell’assunto è condotta con sicurezza al punto da far compiere il naturale processo evocativo che innesca nello spettatore possibili incroci con altre opere, altro possibile tentativo per razionalizzare l’esperienza: si pensa così al film-trappola stile Cube, o ancor più ai bambini de La casa nera di Wes Craven, costretti a vivere nelle intercapedini dell’abitazione: in fondo, sebbene maggiormente sganciato dal contesto urbano a lui caro, ancora una volta Tsukamoto riflette come il corpo sia la cartina di tornasole per comprendere i mutamenti dell’animo nella società in continua mutazione. Per questo stavolta la prigionia e la tortura divengono metafora dell’essere stabilmente prigionieri in una realtà che opprime e rende impossibile il raggiungimento della felicità: il dialogo con la compagna di prigionia (l’ottima Kaori Fujii, già in Tokyo Fist) esplicita infatti questi timori, ed evidenzia come il mondo esterno non sia meno claustrofobico, limitante e doloroso dell’inferno nel quale entrambi sono precipitati.
O ancora si pensa che Haze è stato realizzato poco prima di Hostel, con il quale condivide l’idea della tortura come linguaggio di un mondo (e il protagonista infatti pensa di essere vittima dei desideri di qualche ricco sadico); eppure mai distanza fu così maggiore dal più blasonato titolo americano, poiché qui la ricerca del dolore è messa al servizio di una visione d’autore completa e affascinante, che oltre a restituire maggiormente il sapore dell’incubo accumula simboli e suggerisce soltanto le spiegazioni, lasciando però grande margine di interpretazione alla discrezione del pubblico.
Ecco dunque che lo sbandamento si allunga oltre i confini dei cinque sensi per investire in pieno la sfera dell’irrazionale, dell’ipotetico, e arriva a titillare l’anima: non è soltanto la durezza delle torture e il tema della carne martoriata e umiliata a stordirci, ma anche la consapevolezza di non avere davvero chiavi interpretative per comprendere cosa sta accadendo. Le visioni del protagonista, per quanto ammantate di una caratura meravigliosa che con le sue tinte accese spezza la monocromia dell’ambiente buio, appaiono per questo dolenti e inquiete, ma ci forniscono un momentaneo appiglio, ci fanno tirare fiato, e quando svaniscono quasi ci fanno sentire abbandonati, traditi; sono però i piccoli momenti di solidarietà che si stabiliscono con la prigioniera a darci un respiro di calore più vero nell’oscurità, a farci credere nella possibile costruzione di un legame che dia senso al mondo renda e liberi dalla prigionia.
Il finale perciò, sebbene continui a lasciare oscuri molti punti, sembra proprio rivelare come lo sprofondare nell’esperienza abbia attinto proprio dall’oscuro dell’anima che conduce alla contrapposizione fra ogni persona; e che allo stesso tempo l’attraversare l’Ade sia stato utile per comprendere gli errori e ricominciare (forse) daccapo. Non a caso proprio qui avviene anche la riconciliazione con lo spazio, con la familiarità degli elementi, ancora una volta toccati, sfiorati, per avere la sensazione tattile del loro esserci: se però sia un lieto fine questo sta allo spettatore deciderlo.
Haze: Il muro (Haze) Regia e sceneggiatura: Shinya Tsukamoto Origine: Giappone, 2005 Durata: 48’