"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 29 giugno 2009

Visioni dalla Rete

Visioni dalla Rete
Si inaugura un nuovo spazio sul Nido, una finestra attraverso cui mostrare video pescati dalla Rete e che potete già vedere nella colonna a destra, subito sotto le informazioni personali (in modo che sia immediatamente percepibile appena viene caricata la pagina). Un appuntamento che, indicativamente, verrà rinnovato ogni lunedì.

D’altronde il cinema prima ancora che di parole è fatto di immagini e questo permette allo stesso tempo di favorire il recupero di temi già affrontati, di anticipare argomenti che verranno trattati in futuro o, perché no, anche di mostrare delle schegge di immaginario per il puro piacere di farlo, senza che ci sia un prima o un dopo da analizzare.

Il criterio comunque sarà lo stesso che da sempre anima il blog: argomenti di vario tipo, senza un ordine prestabilito, solo ciò che piace, a insindacabile giudizio del sottoscritto, con la pretesa magari di condividere passioni, ricordi, ma anche scoperte. Contributi divertenti, curiosi, leggeri o impegnati, per divertire o per far riflettere e lanciare segnali sulle passioni e sulla realtà del presente e del passato.

Perché la Rete in sé costituisce essa stessa un enorme bacino di ossessioni, memorie, confronti, ma spesso questa sua mancanza di confini, questo suo rimescolare linguaggi, generi e tempi si ritorce contro il piacere della visione in quanto tale, trasmettendo sempre l’impressione di un non-luogo vorace, che tutto divora e consuma senza lasciare delle tracce. Questa finestra sarà una di quelle tracce, ma anche questo post, dove i vari video verranno catalogati dopo aver esaurito il loro periodo di "esposizione", in modo che un ricordo del loro passaggio resti impresso in questo spazio. Un’occasione anche per chi volesse lasciare un commento (il post sarà sempre raggiungibile dalla colonna delle Etichette).

Buone visioni!


Video pubblicati:
"Ah, L'Amour" - Don Hertzfeldt
ALFONSO CUARON Tribute HD
Alien Anthology Trailer
Aoi Teshima: "Therru no Uta" (da "I racconti di Terramare")
"Argo" AMV
Avatar - Pocahontas: Trailer parodia
"The Avengers" trailer (da Captain America)
Bambi meets Godzilla
Benga - I Will Never Change
Berlusconi Dream
Bruce Lee - The Kato Show
"Il buono, il brutto, il cattivo" - finale
Canzone di Natale: pubblicità Coca Cola anni 80
Cappello a cilindro: Cheek to Cheek
The Carpenter and His Clumsy Wife
Catch the Catch: videosigla
Charade
Charlotte Gainsbourg featuring Beck: "Heaven Can Wait"
Chrisma (Krisma) - "U - I Dig You" and Interview to Maurizio Arcieri (1977)
Cinema 2012 (di Kees van Dijkhuizen jr.)
THE CINEMA OF MICHAEL MANN
Clint Eastwood: Halftime in America
Clockwork (di Sam Raimi, 1978)
"La cosa": trailer 1982 HD
Daft Punk Gap commercial
Dark Resurrection Vol.0 - Official Trailer
"Dark Star" titles ("Benson Arizona")
DIRTY LAUNDRY
Disegnatore D.O.C.
"Django", trailer
DRIVE - Official Soundtrack Preview
Duck Tales Theme
Effetto Domino - REFERENDUM 12 e 13 GIUGNO 2011
Elio Germano e l'Italia
Emilio Cigoli in sala di doppiaggio
Emma Watson Unmasks
Evil Dead: An Animated Tribute (di Daniel Kanemoto)
Exotic Jedi from Japan
La faccia nascosta della Luna: primo filmato NASA
Filmography 2010
The Films of Quentin Tarantino (da "Le iene" a "A prova di morte")
Footloose Dancing at the Movies
The Future World
"Gaiking" Movie Teaser
Gary Jules: "Mad World" Video
Get Lucky - Random Access History, by gaiezza
Godzilla (2014) Official Trailer
"GODZILLA" (2014) - Spot FIAT 500L
Godzilla tribute
Godzilla vs Destoroyah: trailer italiano
Guillermo Del Toro e la statua di Gundam
Gurren Lagann: Eyecatch Collection
"Habemus Papam": discorso finale del Papa
"Halloween" (1978): Trailer originale
Halloween Awakening
Halloween Pumpkin Massacre
Harry Potter e i Doni della Morte - La storia dei tre fratelli
Inaugurata la Mostra del Cinema a Venezia
Incredibile ragazza canta una canzone rap
Jim Carrey - tribute to Clint Eastwood
"John Carpenter's The Ward": il trailer
Judy Garland - Somewhere Over The Rainbow [Il mago di Oz, 1939]
Kathryn Bigelow vince l'Oscar 2010 come Miglior Regista
"KJFG No. 5" di Alexei Alexeev
KUNG FURY Official Movie [HD]
The Ladders Tv Spot: "Monsters"
Last Blood (cortometraggio)
Leone d'Oro alla carriera 2010 a John Woo
The Lion King Rises
Little Thor
The Long Goodbye
Lupin Bebop
"Machete" (2010) Illegal Trailer
Mater Tenebrarum (Inferno) - Keith Emerson - 1980
Il Mercenario - L'Arena
The Missing Pieces Preview - Just a part of the TWIN PEAKS -- THE ENTIRE MYSTERY Blu-ray
Il mondo visto da... (spot Le Monde Magazine)
Movies in movies: A montage
Moznosti Dialogu (Dimensions of Dialogue) - Jan Svankmajer
Mr and Mrs Sith (Star Wars fan-film)
The Muppets: Bohemian Rhapsody
NASA: We Are the Explorers
Neil Armstrong One Small Step
Nexo Digital presenta GHOST IN THE SHELL NIGHT - 11 e 12 marzo al cinema
OK Go - "Here It Goes Again"
Ombre cinesi (spot Volkswagen)
Oscar 2012: gli snobbati
La pantera rosa: Meglio stasera
PG PORN: Roadside Ass-Sistance (con James Gunn e Sasha Grey)
Philip Seymour Hoffman Tribute RIP - 1967 - 2014
"Le pont des arts", di Eugène Green (Monteverdi - Lamento della Ninfa)
[REC]2 teaser trailer
Roma 31/10/10: presentazione libro "Halloween - Dietro la maschera di Michael Myers"
"Scontro di titani" 1981 Trailer Remake
Servizio su Mario Bava - Stracult 2010
Shaw Brothers Opening Title
Sigla Mostra di Venezia 2006
I Simpson Treehouse of Horror XXIV - Sigla di Guillermo del Toro
SKE48: "Tsuyokimono Yo" (2a sigla finale "Shin Mazinger Z Hen")
SKYFALL: 50 years of Bond
Snubbed 2015 - An Oscar Tribute
Space Oddity
"Speed Racer" Trailer con sigla italiana
Spiderman 1 Trailer Twin Towers
Spider-Man: The Original Trilogy
Splatter Montage
Spotify: Never Ending
Spot per l'arruolamento nell'esercito di Taiwan
Stabbing at Leia's 22nd Birthday (di Josh Trank)
Star Trek as The A-Team
Star Wars Hands
Star Wars in Blu-Ray Disc: Trailer italiano
STAR WARS: "Legends" Full Trailer
STAR WARS Medley (Harp Twins electric) Camille and Kennerly
Stony Curtis
La storia infinita: Atreju vs Gmork
STRINGS movie trailer (english)
Supergulp torna in edicola!
Superman 75th Anniversary Animated Short (di Zack Snyder e Bruce Timm)
Tears of Steel (cortometraggio)
Teaser for ROB ZOMBIE's Next Movie, 31
Terminator 3 - Mad TV
Tin Tin: titoli non ufficiali
"Titanic" Tribute
Top Ten List – Optimus Prime al David Letterman Show
Torino Film Festival sigla
"Toy Story 3" video ("Hay un amigo en mi" by Gipsy Kings)
"Toy Story 3": Trailer uscita italiana Blu-Ray
Transformers 3 - teaser trailer
Transformers 3 - trailer finale
Transformers Chevrolet Camaro Superbowl 2011 Commercial
Transformers Prime AMV - Awake and Alive
Transformers: War for Cybertron (Reveal Trailer)
Tribute to Concept Artist Ralph McQuarrie
Tribute to John Carpenter
Tribute to Michael Fassbender (A)
Tumbleweeds
Twin Tower Cameos
Vauro spaziale! (da "Annozero" 23/9/10)
Volkswagen Commercial: The Force
The Walking Dead Season 3 Trailer Comic-Con
"The Ward - Il reparto": titoli di testa
The Ward - Il Reparto: Trailer italiano
"The Ward": Red Carpet e video messaggio di John Carpenter al festival di Toronto
Where's Michael? ("Liberian Girl" Video)
The World Comes to Torino
"X-Men L'inizio": Titoli vintage (fan-made)
Yattaman: Tensai Doronbo (2008)
You're So Cool - A Tribute to Tony Scott
Zhang Ziyi - Visa Commercial
Zio Tibia Picture Show: rara videosigla 1989
Zio Tibia sigla

venerdì 26 giugno 2009

In memoria di Michael

In memoria di Michael

"Showin’ how funky and strong is your fight, it doesn’t matter who’s wrong or right just beat it"

Esistono personaggi che sembrano incapaci di resistere alla loro grandezza e dopo aver raggiunto il picco si lasciano ricordare unicamente per l’inarrestabile e autodistruttivo declino cui si sottopongono: un atteggiamento che ha il sapore di una punizione autoindotta e che paradossalmente non fa che riverberare (sebbene in modo distorto) ancora di più la loro grandezza, il loro senso di alterità rispetto a un mondo che non può che dividersi fra incomprensione e amore. Michael Jackson era uno di questi grandi: voce solista e inconfondibile dei Jackson 5 e poi “King of Pop”, ballerino eccellente capace di creare uno stile, e artista che ha mescolato black music, pop e rock avvalendosi anche di collaboratori straordinari come il grandissimo Quincy Jones o il regista John Landis (autore dell’indimenticabile video di Thriller, ma anche di quello, pure importante, di Black & White, reso celebre dalle pionieristiche sperimentazioni con il morphing), è stato uno dei personaggi più importanti e controversi degli ultimi decenni.

Un artista fondamentale e troppo frettolosamente collegato alla sola estetica degli anni Ottanta, decennio rispetto al quale manifestava una levità figurativa totalmente opposta a quelle delle icone muscolari al tempo in voga: il suo era infatti un corpo androgino, scattante, a volte nervoso, ma differente da quello “irriverente” che aveva segnato i Settanta con David Bowie, probabilmente perché l’esibizione delle continue operazioni chirurgiche che stavano già cambiando il suo aspetto lo riportava ancora una volta nella realtà, anziché astrarlo in quello spazio evocato dalla sua celebre “moonwalk”. Sembrava un alieno, Michael, ma invece era soltanto un uomo e questo continuo duello tra l’immaginazione e la realtà lo ferma nella Storia come un’icona oscillante, sempre in bilico fra molti estremi: è stato in fondo fra i personaggi black più popolari di tutti i tempi, ma il progressivo decolorarsi della sua pelle rifletteva il disagio di chi sembrava non ritrovarsi nell’immagine dell’artista nero (disagio peraltro riflesso attraverso i suoi stessi video, dal già citato Thriller a Bad, tutti a lì a raccontare la parabola di chi si sente “differente”). Senza tacere poi del suo continuo appellarsi all’innocenza, all’immaginario di un eterno Peter Pan che però ha subito le peggiori accuse possibili di corruzione dell’infanzia.

Viene da chiedersi quanto sia stato vittima e artefice del suo declino Michael, il “Ghost” che urlava “Leave Me Alone”, ma poi non è mai riuscito a non essere sempre un’icona pubblica prima ancora che un semplice essere umano, che appariva tanto fragile nel privato quanto grintoso nel pubblico, e si lascia ricordare per l’innocenza del suo sorriso quando cantava Don’t Stop ‘til You Get Enough: anche i sentimenti che evoca in chi, come noi, è stato sempre dalla parte del pubblico, sono in fondo contrastanti e quindi è giusto che a tracciare il bilancio completo sulla sua parabola ci pensi quella stessa Storia che non ha saputo fino a questo momento collocarlo, ma che è stata segnata dal suo passaggio. Resta la consapevolezza della perdita di un artista che è stato anche una straordinaria icona multimediale, intrattenitore oltre che semplice “cantante”, corpo che nella musica era già cinematografico: non è un caso, infatti, che la sua unica incursione “lunga” nel cinema vero e proprio (Moonwalker) sia stata un insuccesso, perché inutile segno ridondante di una carriera che era già al di là delle semplici catalogazioni in un’unica forma espressiva. Chissà, forse è paradossalmente proprio la completezza a sintetizzare meglio di ogni altra cosa la natura estremamente composita della sua opera e della sua personalità.

In chiusura di questo ricordo resta quindi un unico, possibile auspicio: quello di una riconsiderazione dell’artista nel suo complesso. Che sia ripreso e studiato tutto il corpus della sua opera, musicale e visiva, ivi compresi i lavori meno noti, come il cortometraggio Captain EO o il suo ruolo dello Spaventapasseri nel film The Wiz, per cercare di capire quanto innovativa sia stata davvero la sua figura, per una trattazione serena e partecipe della sua opera a cavallo fra i decenni. Troppo facile, infatti, pensare che la sua storia, superati gli scandali e la solitudine dell’uomo, debba riassumersi unicamente nella sua scomparsa prematura. La vita dell’uomo è terminata, l’avventura e la valutazione dell’artista probabilmente può iniziare adesso.

Sito ufficiale di Michael Jackson
Michael Jackson su Wikipedia
Canale YouTube ufficiale
Il ricordo dei colleghi
Rest in Peace, Captain EO

Collegato:
25 anni di… “Thriller”

giovedì 25 giugno 2009

Deer Woman: Leggenda assassina

Deer Woman: Leggenda assassina

Il detective Dwight Faraday ha visto la sua carriera distrutta per la morte di un collega, causata dalla sua imprudenza, e ora è stato destinato a risolvere casi di semplici aggressioni di animali. Un giorno però si imbatte nell’inspiegabile omicidio di un camionista pestato a morte da quello che gli indizi fanno pensare sia un cervo, sebbene i testimoni parlino di una donna sulla scena del crimine. Nei giorni successivi nuovi e ugualmente brutali omicidi spingono il capo della polizia ad affidare completamente il caso al tenace Faraday, che indaga insieme al collega Reed. La soluzione del mistero si annida in un’antica leggenda indiana, che racconta l’esistenza di una donna cervo tanto bella quanto crudele.

Per sua stessa ammissione, John Landis non pensava di doversi considerare un “Master of Horror”, essendo i suoi trascorsi assidui soprattutto nel genere della commedia, ma l’impronta lasciata dal suo Lupo mannaro americano a Londra nell’immaginario globale lo annette sicuramente tra le figure più significative del genere. Consapevole e grato a quel lontano exploit, Landis ne fa il punto di partenza della sua prima incursione nella serie, con il settimo episodio della stagione uno, irresistibile mix di commedia e orrore: nel riprendere l’idea dell’horror comedy a tema mutante (lì un uomo lupo, qui una donna cervo), Landis rovescia però completamente i presupposti dell’idea, mantenendo allo stesso tempo una formidabile coerenza con i principali nuclei tematici della sua filmografia.

Dietro al gusto per il nonsense e all’umorismo demenziale, infatti, il regista americano ha sempre celato una profonda e sensibile capacità di illustrare il senso di disagio degli outsider come indice degli umori della società statunitense. Una sorta di rivendicazione culturale che parte dalle figure “a margine”, e che intende in questo modo tastare il polso di quell’umanità composita che forma la nazione americana. Un lupo mannaro americano a Londra, pervaso com’era da un forte pessimismo mascherato d’ironia, utilizzava quindi la figura dello studente trapiantato giocoforza in Inghilterra per prendere atto del fallimento in atto nell’America post-Settanta attraverso il confronto con la tradizione della vecchia Europa. Ora invece lo spaesamento rappresentato dal personaggio di Faraday, ennesimo reietto e outsider della filmografia di Landis, gioca la sua partita nel cuore stesso delle tradizioni americane, confrontandosi direttamente con il Mito, qui incarnato dalla figura della donna cervo, proveniente dai racconti dei nativi.

Si viene in questo modo a scindere la coesistenza uomo-mostro che connotava il precedente film (che la sceneggiatura richiama direttamente in causa mettendo in relazione il caso specifico con uno “accaduto a Londra nel 1981”) per dare vita a una dicotomia che faccia di Faraday il paladino della minaccia insorgente, il punto di riferimento per un’umanità che ha sbagliato e si è privato degli affetti (il protagonista infatti ha ucciso un collega, ha fatto naufragare il suo matrimonio e non ha più amici) e ora lotta per risalire la china, opponendosi alla stupidità imperante di chi invece considera il rapporto uomo-donna come semplice soddisfacimento di appetiti sessuali. Ciò che quindi emerge dalle pieghe di un racconto apparentemente spiritoso e “leggero” (lo stesso regista lo ha definito con modestia “silly”, “sciocco”) è una riflessione antropologica sul tessuto connettivo alla base della società, che anticipa di poco il devastante ritratto di The Screwfly Solution, l’episodio diretto da Joe Dante per la seconda stagione della serie. Faraday diviene quindi la cartina di tornasole utile a Landis per portare avanti le sue istanze e la donna-cervo (interpretata dalla splendida modella brasiliana Cinthia Moura) viene trattata unicamente come il mostro di turno, che ritorce il male contro la stessa umanità che sogna di possederla, in ossequio alla capacità di sintesi del cinema di genere, ma senza ricadere in facili dinamiche misogine: in fondo, ci viene detto, “perché cercare un significato a tutti i costi? E’ solo una leggenda!”

Ecco dunque che ritroviamo il gusto tipico per dei personaggi sgraziati e in perenne competizione tra loro, tutti destinati a cadere sotto i colpi della donna cervo, tranne l’unico “eroe” che con i suoi problemi comportamentali è in grado di inserirsi sulla lunghezza d’onda del mostro e di fermarlo.

Landis compie la sua incursione nel genere affidandosi al volto splendidamente plumbeo di Brian Benben, con il quale aveva già collaborato nella serie tv Dream On: l’attore si fa dunque incarnazione di un autentico viaggio che il regista compie all’interno della sua produzione e della tradizione di genere, riverberata attraverso alcune gustose citazioni (prima fra tutte quella della celebre “passeggiata” de Il bacio della pantera). Nulla di cui stupirsi, peraltro, essendo abbastanza palese la natura anche autocelebrativa del progetto Masters of Horror. Landis però non è tipo da festeggiare baldanzosamente la conquista del suo scranno nel pantheon dell’horror e l’ironia demistificatoria è lì a ribadirlo: basti considerare il sogno a occhi aperti con il “mostro incappucciato” che rapisce la ragazza e si ritaglia anche il tempo per rimettere a posto la portiera del camion che aveva in precedenza divelto con foga. Un momento gustosissimo, che testimonia, come sempre, che Landis più che per l’orrore, vuole essere ricordato per la sua capacità di scardinare le regole.

Masters of Horror: Leggenda assassina
(Masters of Horror: Deer Woman)
Regia: John Landis
Sceneggiatura: Max e John Landis
Durata: 55’
Origine: Usa, 2005

Trailer di Deer Woman

Collegati:
Masters of Horror
Pro-Life: Il seme del Male

sabato 20 giugno 2009

Batman: Dead End

Batman: Dead End

Il Joker è evaso dal carcere di Arkham e Batman si mobilita per rintracciarlo: lo scontro fra i due eterni rivali avviene in un vicolo, dove i due si rinfacciano le rispettive colpe. L’esito sembra comunque deciso, ma l’inaspettata intrusione di nuovi nemici rimette tutto in discussione: Batman si trova così costretto ad affrontare prima un Alien e poi un Predator in duelli all’ultimo sangue. E la vittoria finale non sarà che il preludio a nuovi scontri con altri esemplari delle due razze aliene…

Uno degli aspetti maggiormente apprezzati dagli appassionati dei fumetti è il cosiddetto “cross-over”, ovvero la possibilità di far incontrare (o eventualmente scontrare) personaggi di universi narrativi o testate differenti. Una pratica che nei comics americani è all’ordine del giorno e, anche se da tempo ha perso la qualità di “evento”, ciononostante continua a costituire uno dei meccanismi editoriali più redditizi, tanto da essersi di recente spostata anche al cinema: pensiamo a Freddy vs Jason, Alien vs Predator o all’annunciato progetto dedicato ai Vendicatori, dove dovrebbero confluire i personaggi già apparsi in Iron Man e L’incredibile Hulk e i nuovi arrivi degli imminenti Thor e Capitan America (un progetto che, se andrà come dovrebbe, finirà certamente per risultare seminale nella fusione tra il cross-over cinematografico e il cinecomic).

Appare quindi logico che i fan-film sfruttino appieno questa metodologia di racconto, anticipando addirittura il trend cinematografico, se consideriamo che questo Batman Dead End è stato realizzato nel 2003, quando sia il filone dei cinecomics che quello proprio dei cross-over erano praticamente agli albori e, soprattutto, la rinascita filmica di Batman era ancora lontana (Batman Begins, infatti, sarebbe arrivato due anni dopo).

Ciò che maggiormente suscita il divertimento dello spettatore è la natura esponenziale del meccanismo, e, soprattutto la sua evidente stratificazione: il piacere primario è infatti suscitato dalla messinscena che rende reale un eroe dei fumetti (elemento già alla base degli stessi cinecomics), subito doppiata dall’ingresso dei personaggi provenienti da universi narrativi “altri” (ovvero le saghe di Alien e Predator).

Relativamente al primo livello di fruizione, il regista e sceneggiatore Sandy Collora enuncia in maniera molto diretta una caratteristica base dei fan-film, ovvero la fedeltà pressoché assoluta alla controparte cartacea attraverso la scelta di personaggi straordinariamente somiglianti agli eroi del fumetto, con tanto di calzamaglia d’ordinanza, che viene a riprendere il posto dei corpetti sfoggiati quasi sempre nelle varie versioni cinematografiche dell’Uomo Pipistrello. A restituire la possanza del Crociato Mascherato non è quindi un busto in plastica sagomata, ma la reale muscolatura dell’interprete Clark Bartram, mentre un credibilissimo Andrew Koenig dà vita al Joker. Manca quindi un elemento di elaborazione autoriale che possa scalfire l’immagine dell’eroe presso il pubblico di appassionati, poiché si ritiene (legittimamente) che la forza e la storia pregressa del personaggio sia da sola capace di far brillare di luce propria anche la trasposizione filmica: considerazione anch’essa in anticipo sui tempi, considerando il lavoro svolto a Hollywood con la trasposizione ufficiale di Watchmen (autentico esempio di sovrapposizione tra blockbuster e fan-film).

Similmente l’intero scontro con il Joker è costruito mediante una serie di elementi riconoscibili dagli appassionati, ovvero il dualismo fra i due personaggi che si rinfacciano la reciproca esistenza come condizionata dall’esistenza dell’altro. Batman esiste quindi per catturare i tipi come il Joker e quest’ultimo agisce come perfetto speculare alla follia di chi indossa una maschera perseguendo un suo distorto ideale di giustizia che ne evidenzia unicamente la natura ossessiva. Non c’è in tutto questo un elemento di elaborazione sul tema, soltanto l’evidenza con cui lo stesso viene sfoggiato, in modo da restituire all’appassionato ciò che questi si aspetterebbe dall’eroe al transito sullo schermo. E’ chiaramente un’operazione quindi priva di un secondo livello di lettura, che evidenzia anche la natura ludica di un sottogenere (il fan-film appunto) che si vuole porre come appendice del fumetto e non come sua possibile evoluzione.

L’inserimento degli elementi “alieni” (Predator e Alien) scatena quindi un fattore di imprevedibilità che comunque è sempre interno al sistema di riferimenti noto allo spettatore (non va infatti dimenticato che in alcuni fumetti Batman ha realmente affrontato questi personaggi), e si limita pertanto ad allargare il campo d’azione della storia, regalando all’insieme varietà e tensione, in una continua escalation che vedrà l’eroe mascherato opposto ad avversari sempre più temibili e forti.

Il lavoro svolto da Collora in questo senso è focalizzato soprattutto a riprodurre la credibilità di quanto racconta attraverso una messinscena che, pur nella sua essenzialità, si dimostra scenograficamente curata e anche sfarzosa nell’utilizzo degli effetti speciali (il regista, peraltro, lavorava già a Hollywood all’epoca, il che renderebbe Batman Dead End un fan-film “di confine” poiché già abbastanza professionale). Il montaggio, da parte sua, passa da una prima parte più contemplativa, dove tende a isolare le singole inquadrature per riprodurre l’effetto comic-book dell’eroe in pose evocative, a una seconda parte più concitata, dove si preoccupa di dare ritmo agli scontri fra i personaggi.

L’aspetto più significativo, dunque, sta ancora una volta nella sua capacità di sintesi che diventa anticipazione, per il modo con cui il lavoro di Collora, sicuramente molto godibile e ben realizzato, pone al centro della scena il desiderio di una trattazione spettacolare e fedele di personaggi così amati: né pop come il Batman televisivo degli anni Sessanta, né dark come quello di Tim Burton, né realistico e ambizioso come quello di Christopher Nolan. Il confine tra fan-film e blockbuster in questo caso è ancora netto, ma la marcia degli appassionati verso la conquista di Hollywood è iniziata.

Batman: Dead End
Regia e sceneggiatura: Sandy Collora
Durata: 8’
Origine: Usa, 2003

Batman Dead End sul sito di Sandy Collora
Informazioni sul film (in inglese)
Breve intervista a Sandy Collora
Sandy Collora su Wikipedia Inglese

giovedì 18 giugno 2009

Pro-Life: Il seme del Male

Pro-Life: Il seme del Male

Angelique, una ragazza in fuga, incontra due medici che la conducono alla loro clinica: è incinta e determinata ad abortire, ma suo padre Dwayne Burcell, fervente cristiano e uomo violento, non ci sta. Insieme ai figli l’uomo si lancia così in un assalto alla clinica, guidato da una voce che crede essere di Dio. Ma la natura del vero padre del nascituro si rivelerà imprevedibile.

Il ribaltamento di prospettiva attuato dal titolo italiano, che oggettivizza la natura maligna del nascituro intorno al quale ruota la storia, finisce per privare del suo aspetto principale Pro-Life, quinto episodio della seconda stagione di Masters of Horror: la sintesi e la confusione fra bene e male, tema peraltro perfettamente riconducibile alla poetica di un Maestro come John Carpenter. In virtù di questa caratteristica, padroneggiata con la consueta sicurezza dal regista, viene quindi a cadere con una certa fretta l’ipotesi di un racconto in chiave banalmente abortista, favorita dalla caratterizzazione di Dwight (il grande Ron Perlman), tipico esempio di quel fanatismo religioso che in America spesso porta all’uccisione dei medici che praticano l’interruzione di gravidanza da parte di chi si professa “a favore della vita”.

Carpenter infatti ammanta il racconto di un’ambiguità che come sempre si fa cinema ed esibizione dello stesso, tanto da rendere l’episodio molto più stratificato di quanto apparentemente non sembri e capace di mescolare l’ottima tensione favorita dal montaggio e dalle incalzanti musiche di Cody Carpenter (figlio del Maestro) a un’ironia grottesca abbastanza evidente nel tripudio di scene splatter e nell’esibizione piena di un mostro finale che rimanda dichiaratamente a La notte del demonio di Jacques Tourneur. Una creatura che risulta peraltro fra i demoni più convincenti mai visti su schermo.

Ecco dunque che, se è facile identificare immediatamente Dwight, è anche vero che le apparenze spesso ingannano: l’aborto dopotutto è una procedura invasiva ben lontana dal clima ameno che pare respirarsi in clinica, le ragioni di Dwight si traducono in atti violenti destinati a rispecchiarsi nella mostruosità del demone, ma vengono sconfessate da uno dei suoi figli che non ha il coraggio di uccidere, e che nel corso della storia subirà il fascino della violenza. Il dottor Kiefer, primario della clinica, appare inoltre efficacemente speculare ai “nemici”, poiché si presenta anch’egli armato fino ai denti e custode di quella tradizione del possesso dell’arma come status dell’essere americano: una caratteristica che risale ai tempi del Far West e che, nel ricondurre ancora una volta il cinema carpenteriano al genere fondativo del cinema statunitense, sintetizza l’attacco alla clinica come l’ennesima variazione del canonico assalto al forte. Cosa è cambiato però dai tempi del seminale Distretto 13 – Le brigate della morte? Sicuramente l’aspetto visivo che opta per una fotografia solare e un’ambientazione diurna, che “normalizza” la virulenza e l’anormalità di un assalto che pare avvenire nell’indifferenza del mondo circostante. In questo senso trova piena contestualizzazione anche l’atmosfera iniziale che sembra rimandare al cinema di Dario Argento, con la giovane Angelique che corre al ralenti nei boschi evocando sensazioni quasi fiabesche, subito destinate a essere contraddette una volta che i termini del racconto vengono messi in campo. Al contrario degli esterni, dove la situazione è più definita (Dwight non deve avvicinarsi al cancello per 500 metri per un’ordinanza giudiziaria), all’interno domina chiaramente uno status più complesso, dove il colore sgargiante delle pareti e la sensazione di sostanziale asetticità sembra fare scherzosamente il verso ai vari esponenti filmici del genere “ospedaliero”, che tendono a ripulire eccessivamente la degenza in una clinica dalle componenti più austere e dolorifiche: la fotografia si fa successivamente più ombreggiata e rimanda agli interni de Il seme della follia, altro straordinario capolavoro di Carpenter, qui evocato anche dal già citato titolo italiano.

Il regista, quindi, confonde i punti di vista sintetizzando il tutto nell’enunciazione dell’empatia come caratteristica che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi e tenta pertanto di far comprendere le ragioni dell’altra parte. La creatura, pertanto, viene dipinta come una classica bestia mossa da un istinto “a favore della vita,” ovvero proteggere quella progenie che infine sarà rinnegata e uccisa dalla sua stessa madre (in un icastico ribaltamento del finale polanskiano di Rosemary’s Baby, ibridato per l’occasione con suggestioni da La cosa): nel momento, in cui raccoglie il corpo esanime del suo erede, il mostro finisce così per suscitare quasi la pietà dello spettatore. In tutto questo, a chiudere il cerchio, ci pensa la caratterizzazione di Angelique, che non viene dipinta come vittima, ma come seguace anch’ella del fanatismo religioso, poiché il suo desiderio d’abortire è collegato esclusivamente alla consapevolezza di portare in grembo il “seme del male”, che renderebbe il suo parto un atto contrario alla fede. Non a caso lei chiede che il figlio sia ucciso per compiere la “volontà di Dio”. Il pensiero di Dwight e quello di sua figlia sono dunque coincidenti, sebbene articolati su fronti opposti a causa del malinteso che muove il padre (fatto che genera la reciproca contrapposizione).

Alla fine, dunque, l’unico legame possibile, secondo una logica irriverente e del tutto carpenteriana, è quello collegato unicamente al piacere dell’incontro sessuale fra Alex e Kim, i due medici protagonisti, enunciato in apertura durante il loro viaggio in auto: un incontro che in sé simbolizza il desiderio di poter rivendicare una vita sessuale serena e distante dagli estremismi della religione, in piena e reciproca condivisione d’intenti. Lo speculare, d’altronde, è la violenza che Angelique subisce ad opera del demone, figlia di una concezione della donna come semplice corpo da ingravidare.

Masters of Horror: Pro-Life – Il seme del Male
(Masters of Horror: Pro-Life)
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura: Drew McWeeny, Scott Swan
Durata: 55’
Origine: Usa, 2006

Trailer di Pro-Life

Collegato:
Masters of Horror

martedì 16 giugno 2009

Masters of Horror

Masters of Horror

La prima volta che gli spettatori italiani sentirono parlare del progetto Masters of Horror fu a Torino nel 2004, grazie a un divertito John Landis che ne spiegò la genesi durante quello stesso Film Festival che l’anno dopo avrebbe proposto i primi episodi della serie in anteprima (e chi ha avuto la fortuna di assistere a quelle proiezioni su grande schermo con tanto di “Masters” in sala non avrà sicuramente dimenticato l’evento).

L’aspetto interessante di quello che è stato uno degli eventi televisivi d’inizio millennio sta nella sua genesi fondamentalmente ludica: tutto infatti è partito da una serie di cene organizzate dal regista e scrittore Mick Garris, cui hanno partecipato una serie di autori specializzati nel genere horror. Il clima di grande convivialità stabilitosi in quelle occasioni ha fatto scaturire in modo molto naturale il desiderio di pensare a un progetto comune che permettesse ai vari artisti di esprimersi liberamente. L’intento si è poi concretizzato in due stagioni da 13 episodi l’una, prodotte dal canale via cavo Showtime, trasmesse a partire dal 2005 e realizzate concretamente in Canada con tempi di lavorazione stretti ma il privilegio di una totale libertà creativa.

L’aspetto del divertimento legato a una piena esigenza di azione è il segreto che rende Masters of Horror ben diverso da quell’operazione museificatrice ravvisata a torto dall’ala più snob della cinefilia e della critica, e che sancisce invece la vitalità di un progetto virtuoso, carico di curiosità e voglia di raccontare: non a caso è realmente difficile definire “episodi” i tredici segmenti che compongono ogni stagione; la sensazione è piuttosto quella di avere a che fare con 26 piccoli film, realizzati da registi diversi per formazione, ma accomunati dalla passione per il genere e dalla voglia di omaggiarlo. Ecco, se il gioco e la creatività costituiscono i primi due aspetti caratteristici del progetto, l’omaggio alla tradizione è senza dubbio il terzo, con il sigillo dell'autorialità (rivendicato sin dal titolo) a cementare il tutto. Forse la mancanza di un racconto davvero innovativo, lo stazionare all’interno di coordinate di genere ben definite e che si ostinano a utilizzare la trasfigurazione nel fantastico per raccontare la realtà, sono gli elementi che hanno creato il maggiore fraintendimento con i detrattori e che tracciano un solco nei confronti della tradizione attuale del torture-porn o del realismo esasperato e sanguinario delle nuove scuole d’oltralpe. Perché Masters of Horror è sicuramente un progetto che guarda al passato, a iniziare dal format antologico che reitera, più che il classico Ai confini della realtà, prodotti similari degli anni Ottanta come Storie incredibili e Tales from the Crypt: un’idea che spesso affonda nella strizzata d’occhio o nell’omaggio incrociato e un po’ referenziale, dove l’esito dei vari “minifilm” è certamente diseguale, ma non per questo rifiuta di affondare i denti nella realtà del presente, affrontando temi a volte anche forti. In questo senso probabilmente il “Master” che più di tutti ha sfruttato al massimo il format è Joe Dante, autore di due piccoli capolavori (Homecoming – Candidato maledetto e The Screwfly Solution – Contro natura) che hanno realmente rinnovato la capacità dell’horror di toccare i nervi scoperti del reale attraverso il potere dell’allegoria. Lo stesso Dante peraltro ha ammesso che nel realizzare Screwfly Solution ha recuperato una storia pronta già da tempo ma che sembrava non poter mai essere realizzata a causa dei presupposti che la rendevano troppo lunga per un contrometraggio e troppo breve per un lungo: Masters of Horror in questo senso è stato l’approdo ideale e i risultati sono lì a rimarcarlo.

Ma non sono mancanti anche splendidi esempi della capacità di elaborare l’orrore in senso pienamente figurativo, come accade con il John Carpenter di Cigarette Burns – Incubo mortale o l’incredibile Takashi Miike del capolavoro Imprint – Sulle tracce del terrore. Perché d’altronde il genere, si sa, è fucina di visioni tanto orribili quanto meravigliose e capaci per questo di suscitare la meraviglia prima ancora che di evocare sensazioni viscerali: d’altronde ritorniamo ancora una volta al gioco, alla capacità di appassionarsi e, perché no, divertirsi, pur avendo a che fare con racconti cupi e inquietanti.

La complessità del progetto rende pertanto necessaria una trattazione singola per i minifilm più significativi: nelle prossime settimane, in modo aperiodico, libero e divertito come è lo stesso progetto di Masters of Horror, una serie di approfondimenti tenteranno quindi di restituire il valore e la forza della serie, per chi l’ha amata e per chi non l’ha considerata a sufficienza, a iniziare da quella distribuzione che, diversamente dai primi, trionfalistici annunci conseguenti le calorose anteprime torinesi, ha poi preferito una distribuzione silenziosa, fra scarni DVD e tarde trasmissioni televisive. Stay Scared!

La conferenza di John Landis a Torino 2004
La stagione 1 di Masters of Horror a Torino 2005
Incontro coi Masters of Horror a Torino 2005
La stagione 2 di Masters of Horror a Torino 2006
Incontro con Mick Garris a Torino 2006 – prima parte
Incontro con Mick Garris a Torino 2006 – seconda parte
Sito ufficiale della serie
Pagina di Wikipedia su Masters of Horror
Videosigla di Masters of Horror

domenica 14 giugno 2009

Ricordando Basil Poledouris

Ricordando Basil Poledouris

Come sempre basta una sequenza, un’immagine o un suono per lanciare un nome nell’Olimpo dei grandissimi: nel caso di Basil Poledouris la scelta è molto ampia, ognuno probabilmente potrà scegliere un particolare momento collegato alle sue composizioni musicali (personalmente sono molto legato all’Atlantean Sword Kata di Conan il barbaro). D’altronde ciò che interessa maggiormente è la varietà di una produzione che appare coerente e compatta, tanto da rendere ogni singola colonna sonora come parte di un’unica grande partitura musicale. E qui, in effetti, subentra anche l’altra caratteristica portante della produzione di Poledouris, la forza epica delle melodie, che privilegiano fiati e tamburi, tonalità forti, a volte picchiate, ma nel complesso soprattutto trascinanti, capaci di scatenare una reazione fortemente emotiva e perciò in grado di legarsi naturalmente a racconti di grande spessore passionale. Non a caso la sua opera si lega a quella di registi visionari, cantori di grandi avventure e imprese oltre l’umano, dallo storico-barbarico di John Milius alla fantascienza di Paul Verhoeven. Con il primo Poledouris ha iniziato la collaborazione con la colonna sonora dell’elegiaco Un mercoledì da leoni, per poi proseguire con Conan il barbaro, Alba rossa, Addio al Re, fino a L’ultimo attacco, mentre con il geniale director olandese è stata la volta di L’amore e il sangue, RoboCop e Starship Troopers. Tutti casi in cui la sua musica intrattiene con le immagini un rapporto dialettico che va al di là del mero commento o supporto e diventa invece un completamento, in grado di rendere tanto più vive e vere quelle immagini, quanto di restituire loro senso all’interno di una narrazione più ampia. La potenza della spada di Conan colpisce quindi in maniera tanto più forte quanto a vibrare il colpo è anche la musica di Poledouris, solenne, fiera, come i sentimenti che legano personaggi e protagonisti al loro universo, fino a superare la visione di un regista per diventare colonna sonora ideale di una mitica purezza che si può far risalire direttamente alle linee guida dello stesso genere heroic fantasy. In questo senso la colonna sonora di Conan è un autentico score howardiano (con ovvio riferimento alla poetica di Robert E. Howard, creatore letterario del barbaro).

Dalla remota era hyboriana di Conan all’inquietante futuro dei fanti spaziali di Verhoeven e Robert Heinlein, insomma, le note di Poledouris risaltano come melodie fuori dal tempo, pervase da un sapore antico, ma pronte, alla bisogna, ad adattarsi a scenari dove l’uomo cerca di ritrovare il sentire della carne in una realtà che sembra guardare principalmente alla tecnologia. Non a caso, scorrendo la sua filmografia, scopriamo che Poledouris non amava i registri musicali contemporanei e guardava al passato, amava Prokoviev e, dal versante cinematografico, ha avuto come modello il grande Miklós Rózsa, maestro compositore nella Hollywood classica cui dobbiamo, fra le tante, la colonna sonora di Ben Hur.

In effetti è difficile pensare a Poledouris come a un moderno, appare chiaro come la sua aspirazione sia quella dei grandi musicisti del passato, capaci di comunicare attraverso una produzione dotata di uno specifico carattere e che per questo si fa strada con forza, fino a emergere nel complesso di elementi che formano un’opera cinematografica. Ogni pellicola che si è avvalsa della sua maestria, pertanto, è davvero un film di Basil Poledouris, compositore-autore, purtroppo scomparso nel 2006 a soli 61 anni.

Per ricordarlo, la migliore occasione è lasciare spazio alle sue indimenticabili note, attraverso questo bel video omaggio, realizzato in occasione del II Internacional Music Film Festival "City of Ubeda", in Spagna, nel 2006, dal BSOspirit crew.


Sito ufficiale di Basil Poledouris
Basil Poledouris su Wikipedia
Intervista a Basil Poledouris (in inglese)
Sito di BSOspirit

giovedì 11 giugno 2009

Nathan Never fra passato e presente

Nathan Never fra passato e presente

Il prossimo mese compierà 18 anni, entrando nella “maggiore età”, quantomeno formalmente, essendo un fumetto “adulto” già dalla sua prima uscita nelle edicole. Non a caso l’evento viene festeggiato con l’uscita della prima ristampa ufficiale, arricchita da una copertina originale che rielabora in senso meno squisitamente cyberpunk e maggiormente figlio dell’estetica digitale la prima, storica, cover di Claudio Castellini (l’autore del bellissimo restyling è Massimiliano “Max” Bertolini): è quasi la quadratura di un cerchio per una serie che in effetti è sempre stata sospesa tra passato e presente, o quantomeno è riuscita a stazionare in quella precaria intercapedine che la fantascienza naturalmente porta con sé. La sottile contraddizione del genere, in fondo, sta tutta nel suo essere considerato “d’anticipazione”, laddove i timori e gli umori che veicola sono quasi sempre legati al momento storico in cui ogni storia viene creata. Così è anche per questa saga techno-noir, costretta a essere sempre moderna sebbene ormai classica e non priva di un'evidenza "artigianale" nella confezione, tipica dei lavori della Sergio Bonelli Editore: un’opera che nelle dichiarazioni di Antonio Serra (creatore insieme ai colleghi Michele Medda e Bepi Vigna) ha finito con l’assumere la caratura di grande contenitore di immaginario, spesso deviando dal genere di riferimento per tentare derive nel fantasy, pescando il meglio di linguaggi differenti come quelli dei manga o dei comics americani e, naturalmente, le iconografie del migliore cinema passato e presente.

Anche questo, dunque, è parte di una natura “a metà”, punto di forza e insieme fulcro di molte critiche per una testata che pure ha saputo rompere alcuni schemi del fumetto popolare italiano (e in particolare di quelli creati proprio dalla Bonelli), formalmente prima ancora che nei contenuti, ma non abbastanza da accontentare gli scettici, ovvero chi considera il lavoro di ricontestualizzazione di figure e temi compiuto da sceneggiatori e disegnatori come un semplice atteggiamento derivativo. Meglio quindi entrare nel merito delle vicende e degli archi narrativi che compongono la variegata continuity neveriana, fra le poche in Italia a restituire l’idea di un universo autosufficiente e composito, sebbene iscritto in una realtà editoriale più ampia, con tanto di cross-over in archivio (celebri quelli con Martin Mystère, ma non sono mancati altri cammei illustri) e collane parallele (la più celebre e ormai conclusa, Legs Weaver, è stata la prima della casa editrice dedicata a un personaggio femminile).

D’altronde non serve molto spirito d’osservazione per rendersi conto che la linea editoriale della testata, i suoi trascorsi e i presupposti su cui si basa, si riflettono tutti insieme nella storia stessa, dove si immagina la precarietà di un futuro intinto nel realismo concreto di un passato: le classiche invenzioni “futuribili” tipiche della fantascienza più o meno classica (auto volanti, macchinari poderosi, alieni, viaggi nel cyberspazio) non fanno venir meno un approccio che tenta comunque di restituire il senso umano della quotidianità e del dramma. Il punto non è tanto il seguire le imprese di un protagonista pieno di scheletri nell’armadio, padre incapace e uomo vittima di errori commessi in gioventù, quanto il vederlo alle prese con sentimenti e problemi che hanno il sapore di una quotidianità cercata con particolare insistenza: a volte sono gesti semplici come leggere un ibro o comprare un cornetto per la compagna, in altri casi riflessioni più profonde sull’agire come uomo in una società meccanizzata e proteiforme, dove i punti di riferimento sono assenti. Le azioni, insomma, di chi si trova alle prese con un mondo che non vuole essere solo astratto e immaginifico, ma soprattutto credibile nella sua umanità, e se cerca l’assurdo lo fa partendo con i piedi piantati in terra.

Questo espediente, peraltro, rende lo slancio fantastico ancora più apprezzabile tanto più è virato verso l’invenzione più estrema: volendo operare una possibile esemplificazione nel mare magnum di storie fin qui prodotte, si può affermare che Antonio Serra è sicuramente l’autore che più di ogni altro ha portato alle estreme conseguenze questa capacità di volare nell’assurdo, facendo scontrare il protagonista con minacce provenienti dai remoti abissi del tempo passato e futuro; Stefano Vietti, autentico “quarto padre” della testata, subentrato durante il suo cammino editoriale, ne è un po’ il prolungamento, ma ha voluto e saputo imporre una dose di realismo ancora maggiore per controbilanciare in maniera più evidente questo strano equilibrio, forse rendendo il tutto più serioso, ma il suo intervento è avvenuto al momento giusto, quando la testata necessitava di una nuova guida carismatica in grado di passare a una tonalità più dark e di rendere più coesi gli elementi disseminati fino a quel momento. Michele Medda rappresenta invece l’anima più intimista del trio/quartetto, lo sceneggiatore cui si devono le storie più introspettive, laddove Bepi Vigna ha il sapore dello sperimentatore, dal quale traspare azzardo e divertimento per la mescolanza di linguaggi davvero distanti dall’idea originale (come il fumetto umoristico ne Il vendicatore mascherato, numero 49 della serie regolare): chissà, forse è proprio questo suo essere figlio di tanti padri a permettere al concept di reggere la propria natura multiforme con naturalezza, il suo essere variegato seppure unico, come le sue avventure e i nemici-demiurghi che fanno capolino dietro gli intrighi più disparati.

Il tutto ha poi il sapore di un’odissea nella memoria del passato per meglio comprendere il presente e gettare uno sguardo su un futuro intriso in un pessimismo sicuramente derivato dalle strategie congenite del noir, ma che con il passare del tempo ha assunto il sapore di un viaggio all’insegna di un’illusione perduta. In questo senso è molto interessante notare come spesso Nathan Never sia motore inconsapevole (e in buona fede) di eventi drammatici, causati dalla sua voglia di credere in un destino differente, in un finale positivo nonostante gli elementi facciano pensare il contrario, una speranza ottimistica che inevitabilmente viene contraddetta. Il che può essere considerato anche un invito a comprendere come ogni scelta che contraddistingue la vita di ogni uomo sia importante e possa incidere su eventi più grandi: d’altronde non si era forse evidenziato come il presupposto fantastico serva unicamente se proiettato sulla realtà?

Nathan Never sul sito Bonelli
Pagina di Wikipedia su Nathan Never
Nathan Never Forum
Sito dello sceneggiatore Michele Medda
Never Concept Art sul blog del V.O.C. Studio
Sito del disegnatore e copertinista Roberto De Angelis
Sito del disegnatore Max Bertolini
Blog della disegnatrice Patrizia Mandanici
Sito dello sceneggiatore e disegnatore Gigi Simeoni

martedì 9 giugno 2009

Vincere

Vincere

Primi del Novecento: Ida Dalser conosce un giovane socialista di nome Benito Mussolini e se ne innamora perdutamente, lo aiuta a fondare il suo giornale, segue con trepidazione le sue vicissitudini durante la Grande Guerra e ne asseconda l’escalation politica. I due hanno anche un figlio, ma con l’andare del tempo quell’amore extra-coniugale (Mussolini è sposato a Rachele Guidi) rischia di diventare fonte di imbarazzo per il futuro Duce. Ida viene così rinchiusa in manicomio e suo figlio Benito è affidato a delle suore perché si occupino della sua educazione. Nel tempo, nonostante nessun documento provi ufficialmente la sua unione con il Duce, Ida continua a gridare la sua verità.

Che la vicenda di Ida Dalser, così magistralmente raccontata dal nuovo, vibrante, capolavoro di Marco Bellocchio, sia davvero accaduta non è in fondo importante: dopotutto il regista emiliano adotta una prospettiva degna di un Polanski, iniettando nella vicenda elementi di ambiguità che, pur non lasciando dubbi sul complotto che investe la sventurata protagonista, suscita domande sulla veridicità dei fatti, sul fatto che parte degli eventi possano essere frutto di una sua interpretazione, forse addirittura una visione.

Per fare questo Bellocchio attacca direttamente la materia filmica, abbattendo le regole codificate fra il dramma storico (che in sé presupporrebbe un rigore tale da rendere la narrazione lineare in maniera quasi asettica) e l’opera sperimentale, che ragiona sulla forma del racconto oltre che sul suo contenuto. In questo modo Vincere diventa una riflessione sulle strategie della narrazione visiva, e mira non solo a raccontare una storia, ma a utilizzare la stessa come paradigma di un’estetica e di un’epoca, elevandosi a un livello universale tale da riflettersi anche nel presente. Non è un caso se l’impressione che si ricava dalla visione è quella di un’opera estremamente moderna: i riferimenti culturali (il futurismo) e transmediali (i titoli dei giornali e il rifarsi anche ai cartelli di cinegiornali e trailer d’epoca), i continui andirivieni tra passato e presente (a iniziare dalla circolarità che iscrive il film nei pochi minuti utilizzati da Mussolini per dimostrare teatralmente che “Dio non esiste”), le verità e le visioni servono a descrivere il perimetro di una ricerca estetica che tenta di riprodurre non solo i colori e i sapori di un’epoca, ma anche il senso di euforia e la confusione dominante in una civiltà che è già schiava dell’immagine e della propaganda.

Pertanto non stupisce notare la trasmutazione che il corpo di Filippo Timi subisce annullandosi nell’icona mediatica del Duce: la presenza dell’attore è limitata alla prima parte, mentre nella seconda subentra il personaggio pubblico, ripescato da filmati di repertorio dove i suoi vezzi, quei tic che oggi appaiono così involontariamente caricaturali, dicono di un uomo felicemente consapevole di essere immagine che si offre al suo pubblico dal proscenio del palco comiziale o dal celebre balcone romano di Piazza Venezia. Non a caso, quando è il figlio Benito a farne l’imitazione, essa diviene grottesca in maniera davvero eccessiva, poiché necessita di essere caricata fino al parossismo per emergere in quanto “copia”, essendo l’originale già di per sé così direttamente finzionale.

Il senso del racconto è quindi palese: restituire la forza di un universo mediato dall’immagine e abituato a confondere la verità con il falso, annullando l’esistenza di una persona che riesce a restare coerente rispetto a se stessa unicamente attraverso la discesa nella follia, condannandosi a una vita in prigione.

Ma tutto questo avviene senza dimenticare la carne e il dolore di una donna condannata a patire tormenti laceranti, che prova a diventare essa stessa immagine (in una scena la vediamo truccata come un’attrice d’epoca – una sorta di Louise Brooks – per attirare l’attenzione del Duce) ma è costretta invece a “recitare” la parte della ripudiata, della pazza: Giovanna Mezzogiorno offre una performance straordinaria, che si accorda perfettamente all’intensità e alla fisicità soverchiante, prepotente di un Filippo Timi che la domina sessualmente (mentre il suo sguardo è rivolto altrove), relegandola nel ruolo della subalterna, fragile e dipendente dall’uomo. Ma è in fuggevoli inquadrature, nella fierezza di alcuni sguardi che emerge invece l’essenza di una protagonista che da vittima sa diventare anche fiera combattente, dotata di fascino e sensualità, pronta a difendere ciò in cui crede con tale ardore da compiere un miracolo.

D’altronde Bellocchio è figlio di una concezione della realtà non materialista, ma capace di aprirsi a slanci quasi fantastici, non è afflitto da complessi di inferiorità rispetto alla Storia e al reale, come già aveva dimostranto nel lirico finale di Buongiorno notte, quando aveva immaginato una impossibile fuga di Aldo Moro dalla sua prigionia. Sono momento anch’essi brevi, fuggevoli, che rivendicano la propria natura illusoria e utopistica: Ida dunque fugge, tenta di ricongiungersi ai suoi cari e al figlio che non vede da anni. E’ solo un attimo prima della resa finale al destino già scritto nella Storia, ma ha un grande significato perché ci ricorda la necessità di sognare, di sperare in differenti possibilità in un mondo così soverchiato dal falso da sembrare inevitabilmente preordinato.

Vincere
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio e Daniela Ceselli
Origine: Italia, 2009
Durata: 128’

Intervista a Marco Bellocchio
Ida Dalser su Wikipedia
Video: Bellocchio a Cannes 2009

lunedì 1 giugno 2009

Antichrist

Antichrist

Una coppia sta facendo l’amore e non si avvede del figlio che si lancia dalla finestra. Per i due è un’esperienza devastante, che soprattutto nella donna lascia esplodere sensi di colpa e paure represse. L’uomo, psicoterapeuta di professione, decide quindi di aiutare la moglie e la porta nei boschi, a Eden, uno chalet isolato dove tempo prima la donna aveva lavorato alla sua tesi di laurea, per farle affrontare i timori inconsci e restituirle la voglia di vivere. Il luogo però è attraversato da strane pulsioni che lasceranno emergere il caos e precipiteranno entrambi i personaggi nell’incubo.

Non è facile fornire all’incubo una forma cinematografica senza cadere nella facile trappola del manierismo. Ancora più difficile è tentare l’impresa proprio ossequiando il manierismo: usare cioè la sostanza del racconto per elaborarne anche la forma, in un esercizio di stile che riesca al contempo a provocare un’inquietudine profonda, capace di colpire l’inconscio. Il solco fra forma e sostanza, d’altronde, è sempre presente nel cinema di Lars Von Trier, accusato di volta in volta di spregiudicata furbizia, al punto che l’autore danese quasi cerca il confronto aspro con l’ala più radicale dei cinefili e della critica, innescando una dinamica che spesso porta a posizioni pregiudiziali, anch’esse “di forma”, e che impediscono una serena trattazione sulla sostanza.

E’ importante avere presente tutto questo per accostarsi a una pellicola come Antichrist: comprendere cioè come Lars Von Trier cerchi di attirare il pubblico verso l’incubo ma nello stesso tempo si diverta a fornire elementi di interpretazione che danno la misura di un film controllato, cerebrale anche, sicuramente carico di simboli, che mira a interessare la mente tanto quanto a colpire le viscere. Occorre dunque seguire il percorso intessuto dal regista per seguire il lavoro di cesello ordito sulla struttura visiva e narrativa, dribblando le facili trappole che si rivelano scherzi (come l’irriverente dedica finale a Tarkovskij), accettando l’ordinata complessità di una pellicola che intende omaggiare il caos riflettendo al contempo, con talento, l’insieme dei riferimenti cari all’autore. Chi non gradisce farebbe meglio ad astenersi.

D’altronde il lavoro svolto riflette allo stesso tempo il tentativo di affrontare un canonico racconto di disgregazione umana senza rinunciare alla ricognizione delle coordinate di genere. Antichrist non è un horror propriamente inteso, ma sicuramente ne ripropone alcuni cliché, utilizza una struttura narrativa codificata e si immerge persino in un ambiente caro al cinema del terrore classicamente inteso (lo chalet sperduto nei boschi non può non far pensare a La casa-Evil Dead), e opera un lavoro formale che tenta di riprodurre quel timor panico tipico tanto delle pellicole di William Friekdin (i flash subliminali che rimandano all’Esorcista), quanto al senso di confronto con una forza soverchiante assoluta tipica di certe opere di Werner Herzog.

Da questi autori, però, Von Trier si distanzia nel tentativo di non lasciar esplodere il racconto fino alle fasi finali, mantenendo un controllo che diventa quasi una forma di freddo dominio, ben sintetizzata dall’incipit patinato e formalista dove si innesca il dramma, dove si rinnega ogni possibile forma di visceralità nel contatto dei corpi, che diventa gesto quasi meccanico, quasi a presagire la scoperta finale di un agire inerziale, ingenuo rispetto alla realtà degli eventi.

D’altronde Von Trier è un regista dichiaratamente crudele nei confronti dei suoi personaggi, che sottopone a una vera e propria odissea della carne, con corpi martoriati e una ricerca del piacere sessuale come vano tentativo di trovare un rifugio illusorio dal dolore che li circonda: lentamente viene alla luce la sostanza delle regole che governano il mondo, e che sono tarate su un pessimismo cosmico di leopardiana memoria, con una natura persecutoria nei confronti di una umanità che pure sembra meritare il supplizio. La crudeltà in questo senso non è soltanto quella dell’ambiente verso i personaggi (straordinaria in tal senso la capacità di evocare l’inquietudine semplicemente attraverso la caduta delle ghiande), ma principalmente quella che i due riversano verso se stessi e che si riflette nei rapporti fra i sessi attraverso la Storia (con i riferimenti al periodo della caccia alle streghe). Il film, attraverso un progressivo disvelamento dell’inversione come unica forma di ordine possibile nel caos che governa il mondo, indaga la natura del rapporto fra i due protagonisti, dove l’uomo apparentemente elemento “forte” e razionale del duo, e la donna elemento “debole” ed emotivo, si dimostrano infine rispettivamente vittima e carnefice. Né manca un lavoro proprio sull’iconografia incarnata dai suoi attori, che se appare decisamente più “facile” sul corpo da sempre abituato al martirio filmico com’è quello di Willem Dafoe (il Gesù Cristo di Scorsese), diventa sconvolgente e straordinario nel corrompere la purezza e la sensualità di Charlotte Gainsbourg.

Nel contempo l’autore non perde di vista il proprio cinema e costruisce il racconto secondo uno schema che riflette (invertendone le coordinate) quello del celebre Le onde del destino: una scansione in capitoli offre quindi allo spettatore il racconto di una disgregazione che parte ancora una volta dalla donna per diventare metafora di distruzione. Stavolta però non c’è redenzione finale, ma unicamente perdizione nel racconto di una discesa agli inferi che si basa sull’inversione della normalità nel caos e per questo non può contemplare il lieto fine.

Un film decisamente non facile, ma molto affascinante per gli stimoli che offre: non scioglierà le riserve di chi ritiene Von Trier un pessimo regista, ma sicuramente non dovrebbe lasciare dubbi circa la sua coerenza.

Antichrist
(id.)
Regia e sceneggiatura: Lars Von Trier
Origine: Danimarca/Germania/Francia/Svezia/Italia/Polonia, 2009
Durata: 100’

Intervista a Lars Von Trier
Sito ufficiale (in inglese)
La recensione di Mauro Giorgio
La discussione sul forum di Horrormagazine
Zentropa, sito dedicato a Lars Von Trier
Forum italiano su Lars Von Trier