"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

venerdì 27 marzo 2015

Mulberry St

Mulberry St

New York, un giorno come tanti: nella zona di Mulberry Street, a Manhattan, si incrociano le storie di alcuni abitanti di un condominio. C'è il roccioso ex boxeur Clutch, capofila della varia umanità del posto; sua figlia Casey, soldatessa in viaggio verso casa dopo essere rimasta sfregiata in Iraq; c'è Coco, drag queen locale, che porta un po' di leggerezza al contesto con la sua vivacità; l'anziano Frank, ammalato di cancro, cui bada Charlie, il tuttofare della palazzina; e poi c'è Kay, che gestisce il bar in strada e vive con il figlio Otto. Tutti restano coinvolti in una misteriosa epidemia, veicolata dai ratti del quartiere, che trasforma ogni vittima del loro morso in una belva, un ibrido uomo-ratto assetato di sangue. Le autorità dichiarano presto lo stato di emergenza e New York diventa un campo di battaglia, mentre i nostri protagonisti, guidati da Clutch, cercano di sopravvivere.


Il nome di Jim Mickle sta iniziando a ritagliarsi uno spazio importante all'interno del più recente cinema di genere americano, soprattutto in virtù della trasposizione da Freddo a Luglio di Joe Lansdale, che ha segnato per certi aspetti l'approdo a un cinema narrativamente più strutturato, sebbene sempre da considerarsi all'interno di una sfera indipendente. Mulberry St è la pellicola dell'esordio, un efficace zombie-movie riletto attraverso l'idea degli uomini-ratto e un'estetica da sottoproletariato urbano americano che ben si sposa all'impostazione da guerrilla filmmaking che caratterizza l'intera operazione.

La regia oscilla infatti tra una tensione documentarista, evidente nell'uso dei corpi attoriali privi di qualsiasi aura cool e nel modo in cui si getta a capofitto fra le atmosfere, i suoni e le pulsioni del mondo raffigurato; e poi una tendenza alla sgangheratezza da B-movie che si accompagna alla deriva più pulp della seconda parte della storia, quando emerge con più chiarezza l'idea del contagio e della proliferazione dei mostri assassini. Una natura ibrida che ritroveremo anche nelle altre opere del regista, compreso il già citato Freddo a Luglio, ma che qui più che altrove si sposa bene al desiderio di dare forma a un cinema di genere fiero di esserlo, e capace perciò di sguazzare tanto nelle pratiche più basse, quanto nell'ambizione di dare forma a un ritratto sociale che sia cartina di tornasole di un particolare momento storico.

Ciò che sembra interessare a Mickle è infatti il racconto di un tempo che scivola fra le dita e forgia in tal modo delle esistenze precarie, impegnate in una sopravvivenza continua che diventa specchio di un mondo condannato alla rovina. Il contagio che affligge New York diventa così nient'altro che la più evidente risultante di un'incapacità di tenere insieme le proprie vite tipica degli abitanti di Mulberry Street. I vari protagonisti sono infatti afflitti da una malinconia evidente, che il film elegge a linea guida restringendo sempre più il campo visivo addosso a ogni figura umana, amplificando in maniera progressiva e implacabile una situazione di assedio e di oppressione. Il vissuto stesso dei personaggi è rivelatorio: ci sono reduci di guerra, militari che recano le sofferenze sul corpo, ex atleti non realizzati e ragazze madri che si muovono in un contesto chiaramente influenzato dal clima di sfiducia post 11 Settembre, chiamato in causa non per gli eventi diretti delle Torri Gemelle, quanto per il clima di perenne tele/radiocronaca data dai costanti bollettini lanciati dai telegiornali o dalle trasmissioni che fanno il punto sull'emergenza (una mossa che, narrativamente, stabilisce anche un ponte con il capostipite La notte dei morti viventi).

La debolezza di certe raffigurazioni al limite dell'amatoriale si accompagna a tagli di inquadratura spesso sorprendenti nella loro raffinatezza, che riescono a riplasmare lentamente il mondo secondo una qualità espressionista. Gli spazi si reinventano, il fatiscente condominio diventa una trappola e i personaggi vengono immersi nei temi dominanti del verde e del rosso: la notte di fuga dai mostri diventa così un viaggio in una realtà psichedelica, illustrata con ritmi incalzanti, scanditi da un montaggio molto serrato (curato dallo stesso Mickle) e da un uso esasperato del grandangolo che genera la giusta tensione e rivela un'idea di cinema molto più definita di quanto le prime battute non facciano pensare.

Il divertimento si stempera poi nell'amarezza, mentre le varie microstorie convergono verso destini amari e privi di speranza. Un bell'esempio di quel pulp capace di oscillare fra emozioni e esiti anche diametralmente opposti, riverberando la vitalità di un genere altrove ormai troppo autoreferenziale e inerte. Anche solo vedendo questo film, si capirà bene perché Lansdale si sia affidato a Mickle per il suo lavoro.

Inedito in Italia, Mulberry St è stato proiettato al Torino Film Festival 2014 nell'ambito di un omaggio tributato al regista.


Mulberry St
Regia: Jim Mickle
Sceneggiatura: Nick Damici, Jim Mickle
Origine: Usa, 2006
Durata: 84'


venerdì 20 marzo 2015

7 anni nel Nido

7 anni nel Nido

Preceduto dal restyling del blog e dalla nuova cornice più "spaziosa" (cui, spero, si aggiungerà quanto prima il nuovo logo), il Nido ha compiuto sette anni questa settimana. Se ricorderete, ero convinto di tagliare questo traguardo già l'anno scorso e quindi ora che il momento arriva davvero mi sento particolarmente contento (poi, non so perché, il numero 7 da sempre mi dona un senso di appagamento e soddisfazione).

Di recente qualcuno mi ha anche chiesto se avessi mollato, forse anche a causa dell'effettiva chiusura del blog gemello La luna di Cybertron. In realtà, anche se gli aggiornamenti sono stati pochissimi, si va tranquillamente avanti, pur con i compromessi concessi dal poco tempo a disposizione. Dopotutto l'importante è perseverare!

Come sempre grazie a chi prova interesse nei post e nell'attività del blog in genere. Da parte mia c'è sempre l'impegno a mantenere il compromesso fra il divertimento per la scrittura, la passione per il cinema (e tutto il resto) e la serietà dell'analisi.

Buon cinema a tutti!

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mercoledì 25 febbraio 2015

Wake in Fright

Wake in Fright

John Grant, insegnante in una scuola di Tiboonda, nel remoto Outback australiano, parte per godersi le vacanze natalizie. Si ferma così una notte nella cittadina di Bundanyabba, prima di prendere l'aereo per la Sidney, dove lo attende la sua ragazza. Qui, però, John perde tutti i suoi soldi in un banale gioco di scommesse: impossibilitato a proseguire il viaggio, viene così risucchiato nella vita locale, fra ubriacature, battute di caccia ai canguri, scazzottate e la compagnia di Doc Tydon, un medico alcolista lucidamente dedito all'autodistruzione. Una discesa nel degrado fisico e mentale porterà il sempre più sconvolto John a un passo dalla follia.


Peter Weir, Fred Schepisi e Bruce Beresford lo considerano un film seminale per come ha raffigurato, seppur a tinte forti, un certo sentire australiano sul grande schermo, favorendo di fatto l'idea di una cinematografia locale, quasi del tutto inesistente al giro di boa fra gli anni Sessanta e Settanta. Il bello di Wake in Fright, però, è che a una tale certezza identitaria corrisponde una natura assolutamente transnazionale, con una coproduzione fra l'australiana NLT e l'americana Westinghouse Broadcasting Company (entrambe attive più che altro sul mercato televisivo), e una realizzazione affidata a maestranze aussie e protagonisti inglesi (Gary Bond e Donald Pleasence). La regia è poi di Ted Kotcheff, filmmaker di origini bulgare, cresciuto artisticamente nella televisione canadese. Noto ai più per il successivo exploit di Rambo, Kotcheff riflette nel suo cinema la propria condizione di figlio di immigrati, raccontando il disagio di personaggi in perenne fuori sincrono rispetto al mondo cui vanno incontro. Il John Grant qui raffigurato non fa eccezione e la sua odissea è resa più potente dalla dinamica di attrazione/repulsione che scontorna i confini del reale e apre la struttura del racconto a pulsioni visionarie e ossessive.

Una carrellata circolare apre il film e ne racchiude il senso, sintetizzando metaforicamente il “girare in tondo” di un protagonista prigioniero di una perenne coazione a ripetere gesti che annullano progressivamente la sua volontà e lo status di intellettuale, spingendolo ad abbracciare la forza selvaggia dell'Australia più nascosta e vicina alle asprezze visive dell'Outback (proprio Outback è il titolo usato in America e Inghilterra). Kotcheff lascia abilmente che la discesa agli inferi di Grant sia a un tempo eterodiretta dagli eventi e dai personaggi con cui lo stesso viene a contatto, ma anche provocata da una sua risoluta voglia di non allinearsi razionalmente ai comportamenti di una realtà da lui percepita come rozza e altra, in un palleggio fra perenne ingenuità e snobismo. Il confronto con l'altrettanto colto Tydon - che diversamente da lui accetta la propria condizione di alcolista e dissoluto, perseguendola scientemente - permette al suo dramma di emergere con maggior forza.

La struttura visiva segue questa continua dinamica di allontanamento e vicinanza, e rende i personaggi quasi una propaggine visiva dell'ambiente circostante, attraverso un'omogeneità cromatica che predilige tinte calde, dove prevalgono i motivi del giallo, dell'arancio e del verde più scuro. La regia, dal canto suo, elabora continuamente soluzioni visive che riverberano il clima decadente eppure grandioso di certo tardo western italiano e americano (da Leone a Monte Hellmann) e, allo stesso tempo, le pulsioni della New Hollywood ancora in fieri negli stessi anni, con un'immersione piena fra i corpi e i volti della gente, in grado di spezzare (e pure esaltare) la ieraticità brulla del paesaggio. La narrazione si riduce perciò al minimo, non tenta di dare oltremodo spessore ai personaggi e ai loro trascorsi e preferisce offrire spazio alle azioni e agli stati d'animo più estremi che l'avventura lascia affiorare in superficie.

Quello cui perciò si assiste è un linguaggio fatto di corpi che si cercano e si confrontano, attraverso la condivisione di precisi rituali (le scommesse, le infinite bevute di birra), un ostentato cameratismo (e altruismo), fino al contatto fisico più ruvido, evidente nelle scazzottate che, come un'autentica deflagrazione di follia, portano a sfasciare l'ambiente circostante in un tripudio di risa isteriche. La natura sostanzialmente altra di Grant è sottolineata dal confronto fra la sua fisicità efebica e la ruvida carnalità della gente locale, sempre pronta a elargire strette di mano energiche e contatti dal sapore via via sempre più marcatamente sessuale (con riferimento tanto alla giovane ninfomane Janette, quanto all'implicito momento omoerotico fra Grant e Tydon dopo l'ennesima notte di bagordi).

Il tutto trova la sua sublimazione nella terribile sequenza della battuta di caccia ai canguri (effettuata in realtà da professionisti), che davvero segna il momento di immersione più oscura nella follia umana, ma anche nel particolare abbraccio fra questi personaggi e la terra che li circonda, ancora una volta tra condivisione e distruzione. L'assurdo confronto uno-a-uno fra l'uomo e il canguro diventa così l'autentico simbolo visivo del film.

Sebbene la produzione spingesse per un taglio più exploitation, Kotcheff coglie il potenziale autoriale della storia e tara la narrazione sulla tonalità isterica e grottesca garantita dalla continua ilarità dei protagonisti: ottiene in tal modo un racconto ribollente di energia, e allo stesso tempo terribile e incredibilmente grottesco. Una scelta che garantisce i necessari sprazzi di visionarietà, garantiti da un montaggio quasi subliminale negli inserti di follia che attraversano Grant durante e dopo i momenti di black-out, con il repentino miraggio di felicità garantito dalle visioni della fidanzata lontana.

Considerato oggi un classico per la sua potenza espressiva, Wake in Fright è stato per anni un autentico film fantasma: la presentazione al Festival di Cannes non lo ha infatti salvato dall'iniziale ostracismo di un pubblico locale che non si riconosceva nel ritratto iperrealista portato avanti dal racconto – e che, suo malgrado, ha effettivamente finito per determinare una certa estetica un po' stereotipata dell'australiano rozzo e scolabirra. Complice il lavoro del montatore Anthony Buckley, che ha rintracciato i materiali originali dopo vari decenni, il film è stato però recuperato e restaurato dopo un lungo oblio, riguadagnando il posto che gli spetta. In Italia resta purtroppo inedito.

Questo resoconto è condotto a partire dall'ottima edizione Blu-Ray inglese della Eureka Entertainment.


Wake in Fright
Regia: Ted Kotcheff
Sceneggiatura: Evan Jones, dal romanzo di Kenneth Cook
Origine: Australia, 1971
Durata: 119'

mercoledì 19 novembre 2014

Torino 2014

Torino 2014


In un'annata che sembra aver rappresentato una sorta di “resa di conti” per molti grossi festival nazionali (si vedano le critiche al programma veneziano e le polemiche su Roma, con Marco Muller che ha annunciato di considerare chiusa l'esperienza di direttore), il Torino Film Festival si presenta con la forza della continuità. La direzione passa ufficialmente a Emanuela Martini, dopo vari anni spesi sul campo come coordinatrice generale, e il programma è ricco di titoli (quasi 200), con nomi di qualità (Woody Allen, Susan Bier, Tommy Lee Jones, Bruno Dumont, fino a Jerry Schatzberg che firma il manifesto, visibile qui sopra), come sempre cercando di tenere insieme un'appetibilità “popolare” con una selezione non banalmente glamour.

Non tutto è oro ciò che luccica, in ogni caso, visti i problemi di budget che hanno portato alla limitazione delle sale, ma è chiaro come Torino cerchi di difendere un'autonomia artistica guadagnata sul campo e che ha portato ad assorbire anche bene gli scossoni del 2006, quando la manifestazione fu investita dalle polemiche per il cambio del gruppo di lavoro: la nuova squadra è ormai rodata e ha saputo mantenere le caratteristiche del festival, anche in rapporto a un mercato che diventa sempre più esigente nelle aspettative e avido nelle risorse.

Come sempre grande attenzione anche alla sezione di ricerca di Onde, che apre con il nuovo film di Eugene Green, già protagonista, nel 2011, di un indimenticabile omaggio. E poi i vari spazi retrospettivi, a cominciare dalla seconda parte del “viaggio” nella New Hollywood, dopo l'entusiasmante appuntamento dell'annata 2013. Difficile anche solo scegliere un singolo titolo fra i tanti realizzati in quell'irripetibile stagione, ma per chi scrive si prospetta finalmente la realizzazione di un sogno, con la proposta dei primi film di Steven Spielberg, Duel e il leggendario Lo squalo, saggiamente proposti insieme per mostrare la continuità di un talento indipendente che, senza colpo ferire, è poi transitato direttamente nei gangli degli Studios rivoltandoli dall'interno!

Lo sguardo al passato, dopotutto, serve proprio per offrire una maggiore consapevolezza verso quegli scenari futuri che la manifestazione piemontese ha da sempre così a cuore. Anche per questo, la proposta di classici non ci si esaurisce nella retrospettiva “ufficiale”. A molti cinefili, l'edizione 2014, offrirà infatti l'occasione di rivedere (o, in molti casi, vedere per la prima volta) sul grande schermo alcuni capolavori assoluti in edizione restaurata, come Il gabinetto del dottor Caligari, Via col vento, Allegro non troppo e Profondo rosso. Basta un simile poker d'assi per farci desiderare di essere già a Torino. Ci si vede in sala!


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mercoledì 29 ottobre 2014

Lucca 2014

Lucca 2014

Dopo tre anni si torna alla fiera di Lucca Comics & Games e la sensazione non è tanto quella di un ritrovarsi, di un riprendere una “routine” quanto di un dover reimparare: perché in questi anni la fiera si è ingrandita, lo spazio Movies ha assunto una dimensione più “piena” e gli eventi si sono moltiplicati, nel tentativo (sempre meno velleitario) di rendere merito all'importanza di un evento ormai classificato fra i principali del mondo, anche più del celeberrimo Comic-Con di San Diego. Immaginate poi quanto la cosa assuma proporzioni grosse se già dal manifesto di Gabriele Dell'Otto si sottolinea la “Revolution” organizzativa, con una città impiegata in modo più estensivo, molteplici proiezioni e tanti eventi.

Ci sarà sicuramente di che divertirsi, nell'impossibilità di cogliere la pienezza di un evento che sarà comunque bello vivere nel suo spirito di cartina di tornasole della moderna industria dell'immaginario, tra fumetti, cinema, cultura giapponese, giochi di ruolo e videogame. Una tappa ormai obbligata per chi intende correlarsi allo spirito dei tempi e dei meccanismi che foraggiano la cultura popolare.


Per il programma si rimanda al sito ufficiale. Ci si vede a Lucca!


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giovedì 23 ottobre 2014

Harlequin

Harlequin

Il Senatore Nick Rast è un uomo molto potente e ora ha di fronte a sé l'occasione di una vita: la misteriosa morte in mare di un collega gli ha infatti aperto le porte per un seggio nel governo, una nomina su cui puntano molti potenti investitori, disposti a tutto pur di proteggere il loro protetto. Ma, nel privato, la cagionevole salute del figlio Alex, ammalato di leucemia, rischia di vanificare ogni felicità. Una sera, però, il bambino guarisce grazie all'intervento di Gregory Wolfe, un misterioso individuo apparentemente dotato di poteri magici. Da quel momento Wolfe si stabilisce in casa del Senatore, esercitando un grande fascino su sua moglie Sandy. Ma chi è realmente Wolfe? La sua è davvero magia o un'abile truffa? E cosa vuole dalla famiglia Rast?


Per alcuni, il produttore Antony I. Ginnane è il “Roger Corman australiano”, per la spregiudicatezza con cui ha sempre tentato di riprodurre “in piccolo” le dinamiche del cinema più grande, attraverso una formula ibrida, ambiziosa nei risultati e nei nomi che di volta in volta riusciva a coinvolgere, ma estremamente scaltra e “popolare” nell'uso delle pratiche più “basse”, con sesso e violenza a far sempre capolino. La sua fortuna inizia con il successo di Patrick, che gli apre le porte dei mercati esteri e lo spinge a provare un tipo di cinema australiano nei fatti, ma capace di apparire appetibile anche al di fuori dei confini nazionali grazie al coinvolgimento di attori americani e inglesi. E' in base a questa dinamica che avviene il suo incontro con David Hemmings, celebre interprete di Blow Up e Profondo Rosso, che alla fine degli anni Settanta sta tentando il passaggio dietro la macchina da presa: le sue prime regie, però, non hanno avuto il successo sperato, e così l'attore inglese si lascia convincere a unire le forze con quello spregiudicato produttore australiano, che sembra in grado di assicurargli i mezzi per proseguire la carriera. Il primo passo, comunque, lo vede soltanto attore, in questo Harlequin, dove la sua presenza garantisce anche l'approdo di Robert Powell, all'epoca sulla ribalta per l'interpretazione da protagonista nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. A dirigere c'è invece Simon Wincer, futuro artefice di D.A.R.Y.L. e Free Willy, che sotto l'ala di Ginnane ha già realizzato Snapshot.

La storia, scritta dall'esperto Everett De Roche (lo stesso di Patrick), parte da presupposti alquanto ambiziosi: l'intenzione è infatti quella di attualizzare la vicenda del monaco Rasputin e della sua influenza sulla famiglia dello Zar Nicola II di Russia (e in particolare sulla zarina Aleksandra), ottenuta grazie alla guarigione del figlio Aleksej dall'emofilia. A questo si unisce l'influenza storica pure garantita da un incidente che, nel 1967, aveva visto il primo Ministro australiano Harold Holt sparire nel nulla dopo essersi tuffato in mare. Il titolo Harlequin (che in America diventa Dark Forces) ammicca invece all'Arlecchino di Goldoni, chiamato esplicitamente in causa nel travestimento finale di Wolfe. L'influenza di Ginnane si vede in un paio di momenti shock e in almeno una scena di nudo, ma per il resto Wincer impone un taglio elegante e decisamente lontano dagli standard tipici del cinema exploitation, più vicino perciò a thriller ad alto budget come Il presagio. L'uso del Cinemascope e le efficaci musiche di Brian May (soltanto omonimo del celebre chitarrista dei Queen) contribuiscono a creare l'atmosfera giusta.

La natura ibrida viene così sfruttata a livello narrativo, sfruttando l'ambiguità che circonda il personaggio di Wolfe, sostanzialmente positivo e capace di aprire orizzonti interessanti e vivificatori, ma sempre ammantato da un'aura di mistero circa le sue reali capacità. Le barriere che il mago abbatte sono quelle del deperimento fisico (la malattia del piccolo Alex), ma anche quelle dell'ipocrisia che domina nel contesto familiare alto borghese, attraverso un disvelamento degli interessi che gravitano attorno alla figura del Senatore Nick Rast, per il quale ogni azione si inserisce in una rete di necessità, doveri e privilegi imposti a se stesso e a chi gravita nella sua orbita.

Ne consegue un interessante tentativo di articolare la dicotomia magia/realtà nel senso di uno scontro fra l'apparenza e la sostanza: in tal modo Wolfe si offre come presenza proteiforme, un po' mago, un po' messia, un po' maschera da commedia dell'arte, trasformista e satirico per come mette in crisi i ruoli dei protagonisti, spingendoli a liberarsi dai doveri imposti da una vita finalizzata soltanto agli interessi particolari. La natura insufficiente di alcuni effetti speciali viene riscattata da un Robert Powell perfetto nel ruolo, gigionesco e dunque consapevole nello “staccare” il personaggio dalla realtà circostante per aprire il racconto a una prospettiva altra, che sia punto di vista privilegiato sulla politica e la società dell'epoca. In tal modo i personaggi diventano protagonisti di una continua oscillazione, dove il potente Senatore Rast si rivela adultero, debole e manovrato dai suoi investitori, mentre sua moglie abbandona i panni della devota consorte per lasciarsi conquistare dal nuovo arrivato, cui confida tutte le sue celate frustrazioni. Il piccolo Alex (su cui non a caso si chiuderà la storia) diventa così il terreno di coltura su cui forze contrapposte agiscono per forgiare una realtà divisa fra spregiudicato bisogno e un afflato più libero e panico, ben sintetizzato dalle continue inquadrature su gabbiani, mari e elementi naturali.

Ma è ancora più interessante il fatto che questa crisi del rapporto verità/finzione si sposi alla particolare anima di un film che fonde uno sguardo realistico e un approccio fantastico, unendo analisi politica e uso dell'elemento magico; la struttura è a cerchi concentrici, e ogni possibile livello di fruizione alza ulteriormente la sfida delle sensazioni che si tenta di far provare allo spettatore e delle tipologie di racconto che si possono inserire nell'insieme. Per certi versi è il punto d'approdo assoluto dell'idea di cinema composito di Ginnane, ambientata in un “non luogo”, con interpreti britannici, artigianale e quasi psichedelico nella sua bizzarria eppure capace di prendersi sul serio con un tono da cinema adulto: una strana formula che, peraltro, si situa anche bene fra una certa sensibilità più rarefatta tipicamente anni Settanta e una voglia di alzare la posta in gioco, più vicina agli Ottanta.

Il rischio, naturalmente, è quello di creare disorientamento e apparire perciò come un progetto confuso, che gioca con l'accumulo di spunti senza riuscire a dare compattezza all'insieme: resta, comunque, un esempio interessante e particolare di cinema di genere capace di osare soluzioni inattese.

Il film è inedito in Italia, e il resoconto si basa sulla visione dal DVD australiano della Umbrella Entertainment.


Harlequin
Regia: Simon Wincer
Sceneggiatura: Everett De Roche
Origine: Australia, 1980
Durata: 92'

giovedì 9 ottobre 2014

Mimic (Director's Cut)

Mimic (Director's Cut)

Per sconfiggere un morbo che ha colpito i bambini di Manhattan, la scienziata Susan Tyler crea in laboratorio una nuova specie di insetti, i Judas, capaci di secernere un enzima mortale per gli scarafaggi che veicolano il virus. Tre anni dopo tutto sembra tornare alla normalità, ma Susan si imbatte in strane manifestazioni che sembrano far presumere un'evoluzione degli Judas, nonostante il loro codice genetico fosse stato “programmato” per farli morire dopo aver adempiuto al loro compito originario. Esplorando i condotti della metropolitana, la scienziata, insieme al marito Peter, del centro di controllo malattie infettive, scopre così che i Judas sono diventati enormi e riescono anche a imitare le fattezze degli esseri umani, per mescolarsi a loro nella notte e attaccarli per poi cibarsene. L'avventura nel sottosuolo vede insieme anche Josh (assistente di Peter), il poliziotto Leonard, e il lustrascarpe Manny, cui i Judas hanno rapito il figlioletto Chuy.


Per il grande pubblico che nel 1997 non aveva visto Cronos (da noi passato in sordina unicamente su Tele+), Mimic rappresentò l'occasione per conoscere Guillermo Del Toro e il suo cinema fatto di creature mostruose mescolate a un senso fiabesco dell'avventura. Per il regista, però, il film ha rappresentato per anni una ferita aperta, destinata a ricucirsi soltanto nel 2011, con l'uscita della Director's Cut. Le ragioni del dissapore furono da un lato la coeva disavventura del rapimento compiuto ai danni del padre – fatto che spinse il regista ad abbandonare il Messico, in modo da non esporre i suoi cari a ulteriori problemi; dall'altro lato, le vicissitudini produttive causate dai contrasti con i fratelli Weinstein della Miramax, che, al solito, pretendevano l'ultima parola sul girato, arrivando a imporre cambiamenti, tagli e nuove riprese ad opera di registi non accreditati (fra i nomi coinvolti, pare, anche Robert Rodriguez). Per fortuna, la fama acquisita dal regista nel tempo, ha permesso l'uscita della sopracitata Director's Cut, che rivede il montaggio, elimina le scene aggiunte arbitrariamente per garantire qualche superficiale salto sulla poltrona e approfondisce alcuni spunti. Del Toro ha infatti avuto accesso ai materiali originali, reintegrando alcune parti espunte dai produttori, pur non potendo contare sulle scene pensate ma non girate: l'idea originale, ad esempio, prevedeva un finale più cupo, con i protagonisti che, una volta in superficie, scoprivano che i Judas avevano conquistato la città, mentre ora resta l'unico e più positivo ending effettivamente realizzato.

In ogni caso, la possibilità di vedere il film che Del Toro avrebbe voluto, permette di apprezzare una migliore costruzione delle atmosfere e della suspense, unitamente a un più fitto intreccio relazionale che, ancora una volta, dice del forte precipitato umano delle sue storie. Susan è infatti abbastanza distante dalle tipiche eroine del cinema d'azione e fantastico coevo: lontana dall'androginia delle amazzoni cameroniane, è donna (una delle prime scene che la mostra con solo l'intimo addosso), moglie e madre (la Director's Cut aggiunge il dettaglio che la protagonista è incinta), ben rappresentata da una Mira Sorvino capace di passare senza soluzione di continuità da una intrinseca dolcezza, a un grinta da guerriera nel confronto con i mostri. La sua figura tara in questo modo il tono di un racconto costruito attraverso una fitta rete di rapporti affettivi e parentali, che si rispecchia poi in una società complessa e stratificata. Quello che il film mette in scena, infatti, è un mondo composito, che la macchina da presa di Del Toro indaga nei suoi anfratti, attraverso un continuo fluire fra l'alto (la New York cittadina) e il basso, con le gallerie che riportano agli albori della metropoli. Il tutto mentre la storia passa in modo altrettanto disinvolto, dalla modernità estrema degli esperimenti sul DNA all'atavica attrazione/repulsione per gli insetti e per le loro naturali capacità di adattamento.

In questo scenario, malattie e mostri si accaniscono contro gli strati più deboli della popolazione, attaccano una fabbrica clandestina con operai cinesi costretti al lavoro clandestino (altra scena presente solo nella Director's Cut) e colpendo i bambini. Sebbene le figure preposte a combattere il pericolo siano sostanzialmente riconducibili alla sfera delle autorità (lo scienziato Peter, il poliziotto Leonard), l'impressione è quella che sia necessario uno sguardo più sfumato e capace di fondere i vari livelli di questo mondo “a strati”: ecco dunque la figura di Chuy, che ricolloca nell'universo Deltoriano l'icona del bambino afflitto da apparenti problemi relazionali e capace con le sue particolarità di stabilire un collegamento tanto con gli umani che con i Judas. In lui ritroviamo sia il gusto fiabesco del racconto gotico ispanico di cui Del Toro è valoroso rappresentante, sia la continuità con i piccoli protagonisti di Cronos, La spina del Diavolo e Il labirinto del fauno, che testimonia la prospettiva privilegiata “dal basso” fornita da figure più “a latere” rispetto a quelle istituzionalizzate, che pure servono a mandare avanti il racconto.

A tutto ciò si unisce il consueto e già evidente amore per una messinscena estremamente teatrale nella composizione degli spazi e che si compiace di un gusto tattile per la concretezza dei luoghi e dei corpi, con i bellissimi uomo/insetto (creati dal grandissimo Rob Bottin), che riecheggiano umori da Fantasma dell'Opera e contribuiscono lo spostamento dalla cifra gotica tipica di queste storie a una visualità più marcatamente espressionista. I contrasti esasperati e la predominanza di colori tenui è rotta saltuariamente da improvvisi viraggi della fotografia su tinte più forti, utili a restituire lo spettro emozionale più vasto che la storia chiama in causa. Proprio la cura dell'immagine e il senso corposo delle inquadrature, insieme a un gusto particolare per la dilatazione temporale, permette al film di conservare una sua genuinità nonostante gli anni trascorsi: dove l'invecchiamento si vede tutto è negli insufficienti effetti digitali (usati per animare i Judas in movimento), tipici di un'epoca ancora acerba nell'utilizzo di simili tecnologie.

Sebbene il film resti non particolarmente distante dalla versione già vista in sala, il nuovo lavoro compiuto dal regista gli dona maggiore compiutezza, soprattutto nella prima parte in cui si stabiliscono i termini del racconto. La parte finale indugia maggiormente in un concept alla Alien (complice anche la presenza di Charles S. Dutton, già visto in Alien3), anticipando il barocchismo del Del Toro più aperto alle istanze del grande pubblico, come lo ritroveremo in Pacific Rim, Blade II o nel dittico di Hellboy. Poco o nulla da aggiungere, invece, sui due seguiti realizzati per il solo mercato dell'home video.

L'edizione Director's Cut è visibile nel Blu-Ray Disc della Eagle Pictures.


Mimic
(id.)
Regia: Guillermo Del Toro
Sceneggiatura: Matthew Robbins e Guillermo Del Toro (basata sul racconto di Donald A. Wollheim)
Origine: Usa, 1997
Durata: 112' (Director's Cut)


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