"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

martedì 9 giugno 2015

Il racconto dei racconti

Il racconto dei racconti

La regina del regno di Selvascura, smaniosa di un figlio, divora il cuore di un drago marino e dà così alla luce Elias. Ma anche la serva che ha cucinato il cuore per lei partorisce allo stesso tempo Jonah. Il profondo legame fra i due ragazzi è mal visto dalla sovrana.
Il re di Roccaforte è un uomo dissoluto, che brama la popolana Dora, ignaro del fatto che si tratta di una donna anziana. Ringiovanita da una strega, Dora diventa la moglie del sovrano, ma la sorella Imma si fa scorticare viva, per ritrovare la giovinezza e starle ancora accanto.
Nel regno di Altomonte, infine, il sovrano sfida i pretendenti alla mano di sua figlia a indovinare di chi sia una misteriosa pelle, appartenuta a una pulce gigante che l'uomo ha cresciuto con dedizione. A vincere la competizione però è un mostruoso orco, che così porta via la principessa...


Il tentativo ambizioso di ridurre in forma di lungometraggio tre delle molte novelle che compongono Il racconto dei racconti di Giambattista Basile, diventa nelle mani di Matteo Garrone l'occasione per una nuova ricognizione nei meandri di un'ossessione umana che ridisegna i confini del reale e il rapporto fra la concretezza del vero e il volo nel fantastico. La struttura, in fondo, non è poi tanto dissimile da quella del precedente Reality, con l'incipit che si apre sulla messinscena di uno spettacolo (qui alcuni saltimbanchi alla corte del re di Selvascura, lì un fastoso matrimonio), per poi scindere la singola ossessione del potenziale concorrente del reality show in tre vicende mosse da un'unica direttrice (l'ossessione per qualcuno/qualcosa) e in perpetuo dialogo attraverso una serie di riferimenti incrociati. A ogni azione c'è una corrispondenza, ci ricorda il negromante/anima critica del racconto e così il film corteggia costantemente il tema del doppio e della specularità fra storie che si inseguono e si accavallano, in cerca del punto di fuga che apra la “chiusura” dei singoli animi. Gli stessi regni in cui si ambientano le novelle non sono connotati da una precisa identificazione spaziale: come la Napoli di Gomorra si ha la sensazione di un universo-mondo potenzialmente senza barriere (in cui tutti i personaggi si incontrano alla fine, non a caso), dove però i confini sono delimitati dalle dinamiche “piccole” degli uomini.

L'ossessione della regina di Selvascura per il figlio Elias si rispecchia così nel legame inscindibile che spinge il ragazzo a cercare (e preferire) sempre la compagnia del fratellastro Jonas; la passionalità possessiva del sovrano di Roccaforte ha il suo corrispettivo nel desiderio di Imma di non essere abbandonata dalla sorella; il rapporto conflittuale fra il re di Altomonte e la figlia Dora incarna la doppia ossessione di un uomo morbosamente legato alla mostruosa pulce e di una ragazza che vuole a tutti i costi un marito, salvo poi ritrovarsi nella spiacevole situazione di vittima. Azione e corrispondenza non nascondono infatti la possibile deriva nell'infelicità, che prescinde da un aspetto puramente morale, tipico della fiaba, per farsi quasi racconto iniziatico di una vita “di fuori” che preme con nuove sfide e che, unica fra le tante, può impartire la necessaria lezione per affrancarsi dalla prospettiva limitata che l'ossessione offre. Così, Viola dovrà sconfiggere da sola l'Orco e si guadagnerà in tal modo un ruolo da sovrana, mentre Elias e Jonah arriveranno tanto vicino alla morte, da capire poi la necessità di un generoso gesto di separazione (e di donare l'altro agli altri).

Accanto all'aspetto puramente narrativo e tipicamente immerso nei temi cari al regista, è però interessante il più complesso lavoro di dialogo con un sistema di riferimenti che spazia dalla raffigurazione pittorica (Garrone ha chiamato in causa Goya o Caravaggio) alle dinamiche tipiche della fiaba nella sua forma più primigenia e archetipica: il fantasy de Il racconto dei racconti è infatti tipicamente figlio di una cultura che va al di là della semplice meraviglia (tipica del genere cinematografico) e, anzi, ricerca la ricaduta delle vicende più “grandi” sul corpo e sulla mente dei personaggi, destinati a patire le sofferenze delle rispettive sventure, portandone i segni nelle carni. La dinamica dell'azione-corrispondenza è resa infatti attraverso un continuo ricorso all'espediente della mutazione corporea e dell'offesa dei corpi: questo è vero sia per le stesse creature fantastiche (l'uccisione “rituale” del drago marino), sia per le figure umane, che a volte per un'azione violenta (lo sgozzamento dell'orco), altre per scelta precisa (il re che si dissangua per nutrire la pulce, Imma che si lascia scorticare), altre ancora per perpetuare una diversa immagine di sé (Dora che si tira e incolla la pelle) trova corrispondenza negli strumenti offerti dalla magia: le due donne ingravidate dal sortilegio e il ringiovanire di Dora ci dicono infatti di una realtà dove il volere (proprio o altrui) finisce per determinare lo scavalcamento fra il reale e il fantastico.

Quest'ultimo punto ci riporta a un'altra delle capacità tipiche del cinema di Garrone, quella della definizione del mondo attraverso una continua oscillazione fra il verosimile e l'impossibile: in passato, però, era spesso una capacità che, pur estrinsecandosi al mondo tutto, era sempre veicolata da una forte pulsione soggettiva. Il finale di Reality era lì a ribadire come l'immersione nella realtà-spettacolo, inseguita fin dall'inizio, restava comunque un discorso tutto interno alle percezioni del protagonista; le regole che sorreggevano l'universo di Gomorra erano comunque percepite dallo spettatore (e da alcuni isolati personaggi) come altre e avulse dalla “normalità” socialmente condivisa (tanto che il film può tuttora anche essere letto sotto una chiave grottesca, più che di precisa denuncia). Con Il racconto dei racconti è come se il regista finalmente abbracciasse l'idea di una pulsione umana che riesce a determinare oggettivamente le regole che sorreggono il mondo. Il risultato è un fantasy ben radicato nel reale e in location anche abbastanza note (si pensi a Castel Del Monte), spettacolare ma un po' “assorto” nel ritmo, eppure capace di riverberare in più occasioni un gusto visivo e una ricerca per l'invenzione anche pindarica, comunque mai fine a se stessa perché motivata da una precisa poetica narrativa e stilistica. In questo senso, Il racconto dei racconti è quasi una propaggine espansa della scena del grillo di Reality, qui richiamato proprio dalla piccola pulce che si ingigantisce fino a determinare alcuni dei destini chiamati in causa dal racconto.


Il racconto dei racconti – Tale of Tales
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Edoardo Albinati, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso (dalle fiabe di Giambattista Basile)
Origine: Italia/UK/Francia
Durata: 125'


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Reality

venerdì 27 marzo 2015

Mulberry St

Mulberry St

New York, un giorno come tanti: nella zona di Mulberry Street, a Manhattan, si incrociano le storie di alcuni abitanti di un condominio. C'è il roccioso ex boxeur Clutch, capofila della varia umanità del posto; sua figlia Casey, soldatessa in viaggio verso casa dopo essere rimasta sfregiata in Iraq; c'è Coco, drag queen locale, che porta un po' di leggerezza al contesto con la sua vivacità; l'anziano Frank, ammalato di cancro, cui bada Charlie, il tuttofare della palazzina; e poi c'è Kay, che gestisce il bar in strada e vive con il figlio Otto. Tutti restano coinvolti in una misteriosa epidemia, veicolata dai ratti del quartiere, che trasforma ogni vittima del loro morso in una belva, un ibrido uomo-ratto assetato di sangue. Le autorità dichiarano presto lo stato di emergenza e New York diventa un campo di battaglia, mentre i nostri protagonisti, guidati da Clutch, cercano di sopravvivere.


Il nome di Jim Mickle sta iniziando a ritagliarsi uno spazio importante all'interno del più recente cinema di genere americano, soprattutto in virtù della trasposizione da Freddo a Luglio di Joe Lansdale, che ha segnato per certi aspetti l'approdo a un cinema narrativamente più strutturato, sebbene sempre da considerarsi all'interno di una sfera indipendente. Mulberry St è la pellicola dell'esordio, un efficace zombie-movie riletto attraverso l'idea degli uomini-ratto e un'estetica da sottoproletariato urbano americano che ben si sposa all'impostazione da guerrilla filmmaking che caratterizza l'intera operazione.

La regia oscilla infatti tra una tensione documentarista, evidente nell'uso dei corpi attoriali privi di qualsiasi aura cool e nel modo in cui si getta a capofitto fra le atmosfere, i suoni e le pulsioni del mondo raffigurato; e poi una tendenza alla sgangheratezza da B-movie che si accompagna alla deriva più pulp della seconda parte della storia, quando emerge con più chiarezza l'idea del contagio e della proliferazione dei mostri assassini. Una natura ibrida che ritroveremo anche nelle altre opere del regista, compreso il già citato Freddo a Luglio, ma che qui più che altrove si sposa bene al desiderio di dare forma a un cinema di genere fiero di esserlo, e capace perciò di sguazzare tanto nelle pratiche più basse, quanto nell'ambizione di dare forma a un ritratto sociale che sia cartina di tornasole di un particolare momento storico.

Ciò che sembra interessare a Mickle è infatti il racconto di un tempo che scivola fra le dita e forgia in tal modo delle esistenze precarie, impegnate in una sopravvivenza continua che diventa specchio di un mondo condannato alla rovina. Il contagio che affligge New York diventa così nient'altro che la più evidente risultante di un'incapacità di tenere insieme le proprie vite tipica degli abitanti di Mulberry Street. I vari protagonisti sono infatti afflitti da una malinconia evidente, che il film elegge a linea guida restringendo sempre più il campo visivo addosso a ogni figura umana, amplificando in maniera progressiva e implacabile una situazione di assedio e di oppressione. Il vissuto stesso dei personaggi è rivelatorio: ci sono reduci di guerra, militari che recano le sofferenze sul corpo, ex atleti non realizzati e ragazze madri che si muovono in un contesto chiaramente influenzato dal clima di sfiducia post 11 Settembre, chiamato in causa non per gli eventi diretti delle Torri Gemelle, quanto per il clima di perenne tele/radiocronaca data dai costanti bollettini lanciati dai telegiornali o dalle trasmissioni che fanno il punto sull'emergenza (una mossa che, narrativamente, stabilisce anche un ponte con il capostipite La notte dei morti viventi).

La debolezza di certe raffigurazioni al limite dell'amatoriale si accompagna a tagli di inquadratura spesso sorprendenti nella loro raffinatezza, che riescono a riplasmare lentamente il mondo secondo una qualità espressionista. Gli spazi si reinventano, il fatiscente condominio diventa una trappola e i personaggi vengono immersi nei temi dominanti del verde e del rosso: la notte di fuga dai mostri diventa così un viaggio in una realtà psichedelica, illustrata con ritmi incalzanti, scanditi da un montaggio molto serrato (curato dallo stesso Mickle) e da un uso esasperato del grandangolo che genera la giusta tensione e rivela un'idea di cinema molto più definita di quanto le prime battute non facciano pensare.

Il divertimento si stempera poi nell'amarezza, mentre le varie microstorie convergono verso destini amari e privi di speranza. Un bell'esempio di quel pulp capace di oscillare fra emozioni e esiti anche diametralmente opposti, riverberando la vitalità di un genere altrove ormai troppo autoreferenziale e inerte. Anche solo vedendo questo film, si capirà bene perché Lansdale si sia affidato a Mickle per il suo lavoro.

Inedito in Italia, Mulberry St è stato proiettato al Torino Film Festival 2014 nell'ambito di un omaggio tributato al regista.


Mulberry St
Regia: Jim Mickle
Sceneggiatura: Nick Damici, Jim Mickle
Origine: Usa, 2006
Durata: 84'


venerdì 20 marzo 2015

7 anni nel Nido

7 anni nel Nido

Preceduto dal restyling del blog e dalla nuova cornice più "spaziosa" (cui, spero, si aggiungerà quanto prima il nuovo logo), il Nido ha compiuto sette anni questa settimana. Se ricorderete, ero convinto di tagliare questo traguardo già l'anno scorso e quindi ora che il momento arriva davvero mi sento particolarmente contento (poi, non so perché, il numero 7 da sempre mi dona un senso di appagamento e soddisfazione).

Di recente qualcuno mi ha anche chiesto se avessi mollato, forse anche a causa dell'effettiva chiusura del blog gemello La luna di Cybertron. In realtà, anche se gli aggiornamenti sono stati pochissimi, si va tranquillamente avanti, pur con i compromessi concessi dal poco tempo a disposizione. Dopotutto l'importante è perseverare!

Come sempre grazie a chi prova interesse nei post e nell'attività del blog in genere. Da parte mia c'è sempre l'impegno a mantenere il compromesso fra il divertimento per la scrittura, la passione per il cinema (e tutto il resto) e la serietà dell'analisi.

Buon cinema a tutti!

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mercoledì 25 febbraio 2015

Wake in Fright

Wake in Fright

John Grant, insegnante in una scuola di Tiboonda, nel remoto Outback australiano, parte per godersi le vacanze natalizie. Si ferma così una notte nella cittadina di Bundanyabba, prima di prendere l'aereo per la Sidney, dove lo attende la sua ragazza. Qui, però, John perde tutti i suoi soldi in un banale gioco di scommesse: impossibilitato a proseguire il viaggio, viene così risucchiato nella vita locale, fra ubriacature, battute di caccia ai canguri, scazzottate e la compagnia di Doc Tydon, un medico alcolista lucidamente dedito all'autodistruzione. Una discesa nel degrado fisico e mentale porterà il sempre più sconvolto John a un passo dalla follia.


Peter Weir, Fred Schepisi e Bruce Beresford lo considerano un film seminale per come ha raffigurato, seppur a tinte forti, un certo sentire australiano sul grande schermo, favorendo di fatto l'idea di una cinematografia locale, quasi del tutto inesistente al giro di boa fra gli anni Sessanta e Settanta. Il bello di Wake in Fright, però, è che a una tale certezza identitaria corrisponde una natura assolutamente transnazionale, con una coproduzione fra l'australiana NLT e l'americana Westinghouse Broadcasting Company (entrambe attive più che altro sul mercato televisivo), e una realizzazione affidata a maestranze aussie e protagonisti inglesi (Gary Bond e Donald Pleasence). La regia è poi di Ted Kotcheff, filmmaker di origini bulgare, cresciuto artisticamente nella televisione canadese. Noto ai più per il successivo exploit di Rambo, Kotcheff riflette nel suo cinema la propria condizione di figlio di immigrati, raccontando il disagio di personaggi in perenne fuori sincrono rispetto al mondo cui vanno incontro. Il John Grant qui raffigurato non fa eccezione e la sua odissea è resa più potente dalla dinamica di attrazione/repulsione che scontorna i confini del reale e apre la struttura del racconto a pulsioni visionarie e ossessive.

Una carrellata circolare apre il film e ne racchiude il senso, sintetizzando metaforicamente il “girare in tondo” di un protagonista prigioniero di una perenne coazione a ripetere gesti che annullano progressivamente la sua volontà e lo status di intellettuale, spingendolo ad abbracciare la forza selvaggia dell'Australia più nascosta e vicina alle asprezze visive dell'Outback (proprio Outback è il titolo usato in America e Inghilterra). Kotcheff lascia abilmente che la discesa agli inferi di Grant sia a un tempo eterodiretta dagli eventi e dai personaggi con cui lo stesso viene a contatto, ma anche provocata da una sua risoluta voglia di non allinearsi razionalmente ai comportamenti di una realtà da lui percepita come rozza e altra, in un palleggio fra perenne ingenuità e snobismo. Il confronto con l'altrettanto colto Tydon - che diversamente da lui accetta la propria condizione di alcolista e dissoluto, perseguendola scientemente - permette al suo dramma di emergere con maggior forza.

La struttura visiva segue questa continua dinamica di allontanamento e vicinanza, e rende i personaggi quasi una propaggine visiva dell'ambiente circostante, attraverso un'omogeneità cromatica che predilige tinte calde, dove prevalgono i motivi del giallo, dell'arancio e del verde più scuro. La regia, dal canto suo, elabora continuamente soluzioni visive che riverberano il clima decadente eppure grandioso di certo tardo western italiano e americano (da Leone a Monte Hellmann) e, allo stesso tempo, le pulsioni della New Hollywood ancora in fieri negli stessi anni, con un'immersione piena fra i corpi e i volti della gente, in grado di spezzare (e pure esaltare) la ieraticità brulla del paesaggio. La narrazione si riduce perciò al minimo, non tenta di dare oltremodo spessore ai personaggi e ai loro trascorsi e preferisce offrire spazio alle azioni e agli stati d'animo più estremi che l'avventura lascia affiorare in superficie.

Quello cui perciò si assiste è un linguaggio fatto di corpi che si cercano e si confrontano, attraverso la condivisione di precisi rituali (le scommesse, le infinite bevute di birra), un ostentato cameratismo (e altruismo), fino al contatto fisico più ruvido, evidente nelle scazzottate che, come un'autentica deflagrazione di follia, portano a sfasciare l'ambiente circostante in un tripudio di risa isteriche. La natura sostanzialmente altra di Grant è sottolineata dal confronto fra la sua fisicità efebica e la ruvida carnalità della gente locale, sempre pronta a elargire strette di mano energiche e contatti dal sapore via via sempre più marcatamente sessuale (con riferimento tanto alla giovane ninfomane Janette, quanto all'implicito momento omoerotico fra Grant e Tydon dopo l'ennesima notte di bagordi).

Il tutto trova la sua sublimazione nella terribile sequenza della battuta di caccia ai canguri (effettuata in realtà da professionisti), che davvero segna il momento di immersione più oscura nella follia umana, ma anche nel particolare abbraccio fra questi personaggi e la terra che li circonda, ancora una volta tra condivisione e distruzione. L'assurdo confronto uno-a-uno fra l'uomo e il canguro diventa così l'autentico simbolo visivo del film.

Sebbene la produzione spingesse per un taglio più exploitation, Kotcheff coglie il potenziale autoriale della storia e tara la narrazione sulla tonalità isterica e grottesca garantita dalla continua ilarità dei protagonisti: ottiene in tal modo un racconto ribollente di energia, e allo stesso tempo terribile e incredibilmente grottesco. Una scelta che garantisce i necessari sprazzi di visionarietà, garantiti da un montaggio quasi subliminale negli inserti di follia che attraversano Grant durante e dopo i momenti di black-out, con il repentino miraggio di felicità garantito dalle visioni della fidanzata lontana.

Considerato oggi un classico per la sua potenza espressiva, Wake in Fright è stato per anni un autentico film fantasma: la presentazione al Festival di Cannes non lo ha infatti salvato dall'iniziale ostracismo di un pubblico locale che non si riconosceva nel ritratto iperrealista portato avanti dal racconto – e che, suo malgrado, ha effettivamente finito per determinare una certa estetica un po' stereotipata dell'australiano rozzo e scolabirra. Complice il lavoro del montatore Anthony Buckley, che ha rintracciato i materiali originali dopo vari decenni, il film è stato però recuperato e restaurato dopo un lungo oblio, riguadagnando il posto che gli spetta. In Italia resta purtroppo inedito.

Questo resoconto è condotto a partire dall'ottima edizione Blu-Ray inglese della Eureka Entertainment.


Wake in Fright
Regia: Ted Kotcheff
Sceneggiatura: Evan Jones, dal romanzo di Kenneth Cook
Origine: Australia, 1971
Durata: 119'

mercoledì 19 novembre 2014

Torino 2014

Torino 2014


In un'annata che sembra aver rappresentato una sorta di “resa di conti” per molti grossi festival nazionali (si vedano le critiche al programma veneziano e le polemiche su Roma, con Marco Muller che ha annunciato di considerare chiusa l'esperienza di direttore), il Torino Film Festival si presenta con la forza della continuità. La direzione passa ufficialmente a Emanuela Martini, dopo vari anni spesi sul campo come coordinatrice generale, e il programma è ricco di titoli (quasi 200), con nomi di qualità (Woody Allen, Susan Bier, Tommy Lee Jones, Bruno Dumont, fino a Jerry Schatzberg che firma il manifesto, visibile qui sopra), come sempre cercando di tenere insieme un'appetibilità “popolare” con una selezione non banalmente glamour.

Non tutto è oro ciò che luccica, in ogni caso, visti i problemi di budget che hanno portato alla limitazione delle sale, ma è chiaro come Torino cerchi di difendere un'autonomia artistica guadagnata sul campo e che ha portato ad assorbire anche bene gli scossoni del 2006, quando la manifestazione fu investita dalle polemiche per il cambio del gruppo di lavoro: la nuova squadra è ormai rodata e ha saputo mantenere le caratteristiche del festival, anche in rapporto a un mercato che diventa sempre più esigente nelle aspettative e avido nelle risorse.

Come sempre grande attenzione anche alla sezione di ricerca di Onde, che apre con il nuovo film di Eugene Green, già protagonista, nel 2011, di un indimenticabile omaggio. E poi i vari spazi retrospettivi, a cominciare dalla seconda parte del “viaggio” nella New Hollywood, dopo l'entusiasmante appuntamento dell'annata 2013. Difficile anche solo scegliere un singolo titolo fra i tanti realizzati in quell'irripetibile stagione, ma per chi scrive si prospetta finalmente la realizzazione di un sogno, con la proposta dei primi film di Steven Spielberg, Duel e il leggendario Lo squalo, saggiamente proposti insieme per mostrare la continuità di un talento indipendente che, senza colpo ferire, è poi transitato direttamente nei gangli degli Studios rivoltandoli dall'interno!

Lo sguardo al passato, dopotutto, serve proprio per offrire una maggiore consapevolezza verso quegli scenari futuri che la manifestazione piemontese ha da sempre così a cuore. Anche per questo, la proposta di classici non ci si esaurisce nella retrospettiva “ufficiale”. A molti cinefili, l'edizione 2014, offrirà infatti l'occasione di rivedere (o, in molti casi, vedere per la prima volta) sul grande schermo alcuni capolavori assoluti in edizione restaurata, come Il gabinetto del dottor Caligari, Via col vento, Allegro non troppo e Profondo rosso. Basta un simile poker d'assi per farci desiderare di essere già a Torino. Ci si vede in sala!


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mercoledì 29 ottobre 2014

Lucca 2014

Lucca 2014

Dopo tre anni si torna alla fiera di Lucca Comics & Games e la sensazione non è tanto quella di un ritrovarsi, di un riprendere una “routine” quanto di un dover reimparare: perché in questi anni la fiera si è ingrandita, lo spazio Movies ha assunto una dimensione più “piena” e gli eventi si sono moltiplicati, nel tentativo (sempre meno velleitario) di rendere merito all'importanza di un evento ormai classificato fra i principali del mondo, anche più del celeberrimo Comic-Con di San Diego. Immaginate poi quanto la cosa assuma proporzioni grosse se già dal manifesto di Gabriele Dell'Otto si sottolinea la “Revolution” organizzativa, con una città impiegata in modo più estensivo, molteplici proiezioni e tanti eventi.

Ci sarà sicuramente di che divertirsi, nell'impossibilità di cogliere la pienezza di un evento che sarà comunque bello vivere nel suo spirito di cartina di tornasole della moderna industria dell'immaginario, tra fumetti, cinema, cultura giapponese, giochi di ruolo e videogame. Una tappa ormai obbligata per chi intende correlarsi allo spirito dei tempi e dei meccanismi che foraggiano la cultura popolare.


Per il programma si rimanda al sito ufficiale. Ci si vede a Lucca!


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giovedì 23 ottobre 2014

Harlequin

Harlequin

Il Senatore Nick Rast è un uomo molto potente e ora ha di fronte a sé l'occasione di una vita: la misteriosa morte in mare di un collega gli ha infatti aperto le porte per un seggio nel governo, una nomina su cui puntano molti potenti investitori, disposti a tutto pur di proteggere il loro protetto. Ma, nel privato, la cagionevole salute del figlio Alex, ammalato di leucemia, rischia di vanificare ogni felicità. Una sera, però, il bambino guarisce grazie all'intervento di Gregory Wolfe, un misterioso individuo apparentemente dotato di poteri magici. Da quel momento Wolfe si stabilisce in casa del Senatore, esercitando un grande fascino su sua moglie Sandy. Ma chi è realmente Wolfe? La sua è davvero magia o un'abile truffa? E cosa vuole dalla famiglia Rast?


Per alcuni, il produttore Antony I. Ginnane è il “Roger Corman australiano”, per la spregiudicatezza con cui ha sempre tentato di riprodurre “in piccolo” le dinamiche del cinema più grande, attraverso una formula ibrida, ambiziosa nei risultati e nei nomi che di volta in volta riusciva a coinvolgere, ma estremamente scaltra e “popolare” nell'uso delle pratiche più “basse”, con sesso e violenza a far sempre capolino. La sua fortuna inizia con il successo di Patrick, che gli apre le porte dei mercati esteri e lo spinge a provare un tipo di cinema australiano nei fatti, ma capace di apparire appetibile anche al di fuori dei confini nazionali grazie al coinvolgimento di attori americani e inglesi. E' in base a questa dinamica che avviene il suo incontro con David Hemmings, celebre interprete di Blow Up e Profondo Rosso, che alla fine degli anni Settanta sta tentando il passaggio dietro la macchina da presa: le sue prime regie, però, non hanno avuto il successo sperato, e così l'attore inglese si lascia convincere a unire le forze con quello spregiudicato produttore australiano, che sembra in grado di assicurargli i mezzi per proseguire la carriera. Il primo passo, comunque, lo vede soltanto attore, in questo Harlequin, dove la sua presenza garantisce anche l'approdo di Robert Powell, all'epoca sulla ribalta per l'interpretazione da protagonista nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. A dirigere c'è invece Simon Wincer, futuro artefice di D.A.R.Y.L. e Free Willy, che sotto l'ala di Ginnane ha già realizzato Snapshot.

La storia, scritta dall'esperto Everett De Roche (lo stesso di Patrick), parte da presupposti alquanto ambiziosi: l'intenzione è infatti quella di attualizzare la vicenda del monaco Rasputin e della sua influenza sulla famiglia dello Zar Nicola II di Russia (e in particolare sulla zarina Aleksandra), ottenuta grazie alla guarigione del figlio Aleksej dall'emofilia. A questo si unisce l'influenza storica pure garantita da un incidente che, nel 1967, aveva visto il primo Ministro australiano Harold Holt sparire nel nulla dopo essersi tuffato in mare. Il titolo Harlequin (che in America diventa Dark Forces) ammicca invece all'Arlecchino di Goldoni, chiamato esplicitamente in causa nel travestimento finale di Wolfe. L'influenza di Ginnane si vede in un paio di momenti shock e in almeno una scena di nudo, ma per il resto Wincer impone un taglio elegante e decisamente lontano dagli standard tipici del cinema exploitation, più vicino perciò a thriller ad alto budget come Il presagio. L'uso del Cinemascope e le efficaci musiche di Brian May (soltanto omonimo del celebre chitarrista dei Queen) contribuiscono a creare l'atmosfera giusta.

La natura ibrida viene così sfruttata a livello narrativo, sfruttando l'ambiguità che circonda il personaggio di Wolfe, sostanzialmente positivo e capace di aprire orizzonti interessanti e vivificatori, ma sempre ammantato da un'aura di mistero circa le sue reali capacità. Le barriere che il mago abbatte sono quelle del deperimento fisico (la malattia del piccolo Alex), ma anche quelle dell'ipocrisia che domina nel contesto familiare alto borghese, attraverso un disvelamento degli interessi che gravitano attorno alla figura del Senatore Nick Rast, per il quale ogni azione si inserisce in una rete di necessità, doveri e privilegi imposti a se stesso e a chi gravita nella sua orbita.

Ne consegue un interessante tentativo di articolare la dicotomia magia/realtà nel senso di uno scontro fra l'apparenza e la sostanza: in tal modo Wolfe si offre come presenza proteiforme, un po' mago, un po' messia, un po' maschera da commedia dell'arte, trasformista e satirico per come mette in crisi i ruoli dei protagonisti, spingendoli a liberarsi dai doveri imposti da una vita finalizzata soltanto agli interessi particolari. La natura insufficiente di alcuni effetti speciali viene riscattata da un Robert Powell perfetto nel ruolo, gigionesco e dunque consapevole nello “staccare” il personaggio dalla realtà circostante per aprire il racconto a una prospettiva altra, che sia punto di vista privilegiato sulla politica e la società dell'epoca. In tal modo i personaggi diventano protagonisti di una continua oscillazione, dove il potente Senatore Rast si rivela adultero, debole e manovrato dai suoi investitori, mentre sua moglie abbandona i panni della devota consorte per lasciarsi conquistare dal nuovo arrivato, cui confida tutte le sue celate frustrazioni. Il piccolo Alex (su cui non a caso si chiuderà la storia) diventa così il terreno di coltura su cui forze contrapposte agiscono per forgiare una realtà divisa fra spregiudicato bisogno e un afflato più libero e panico, ben sintetizzato dalle continue inquadrature su gabbiani, mari e elementi naturali.

Ma è ancora più interessante il fatto che questa crisi del rapporto verità/finzione si sposi alla particolare anima di un film che fonde uno sguardo realistico e un approccio fantastico, unendo analisi politica e uso dell'elemento magico; la struttura è a cerchi concentrici, e ogni possibile livello di fruizione alza ulteriormente la sfida delle sensazioni che si tenta di far provare allo spettatore e delle tipologie di racconto che si possono inserire nell'insieme. Per certi versi è il punto d'approdo assoluto dell'idea di cinema composito di Ginnane, ambientata in un “non luogo”, con interpreti britannici, artigianale e quasi psichedelico nella sua bizzarria eppure capace di prendersi sul serio con un tono da cinema adulto: una strana formula che, peraltro, si situa anche bene fra una certa sensibilità più rarefatta tipicamente anni Settanta e una voglia di alzare la posta in gioco, più vicina agli Ottanta.

Il rischio, naturalmente, è quello di creare disorientamento e apparire perciò come un progetto confuso, che gioca con l'accumulo di spunti senza riuscire a dare compattezza all'insieme: resta, comunque, un esempio interessante e particolare di cinema di genere capace di osare soluzioni inattese.

Il film è inedito in Italia, e il resoconto si basa sulla visione dal DVD australiano della Umbrella Entertainment.


Harlequin
Regia: Simon Wincer
Sceneggiatura: Everett De Roche
Origine: Australia, 1980
Durata: 92'