"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

venerdì 20 aprile 2012

Lecce 2012: Day 3

Lecce 2012: Day 3

Ricominciamo da Napoli perché la giornata si apre nel segno del più gradito degli incontri stampa, quello con il geniale Terry Gilliam, che ci racconta il suo ultimo cortometraggio realizzato nel capoluogo partenopeo e il suo rapporto con la commedia dell'arte (a breve la trascrizione sarà online su Sentieri Selvaggi e sarà linkata anche qui). 
Il rapporto fra tradizione e modernità che Napoli incarna così bene è in fondo lo stesso che muove Gilliam, alfiere di un cinema visionario ma che predilige un approccio materico, che parta dal reale per elaborarlo in chiave fantastica. Siamo perciò in un territorio molto vicino a quello che genera le visioni di Ken Russell: l'omaggio al compianto regista britannico oggi spara peraltro ben due cartucce, a iniziare dal magnifico Tommy, che rinnova il piacere dell'autore per figure dal sapore messianico. 
Sebbene meno intrigante sul piano formale è però più gradita la riscoperta di Gothic, film poco visto, dimenticato e che ci consegna un horror a tinte oniriche, basato sulla celebre notte a Villa Diodati di Percy e Mary Shelley, ospiti di Lord Byron e che fece fermentare l'idea di Frankenstein. La compagnia si barcamena fra una tensione al trascendente e i fantasmi evocati dalle loro paure, in una struttura dall'impianto teatrale in cui si aprono visioni inquiete e capaci di smuovere il ritmo, regalandoci un'opera composita e affascinante. 
Il contrario di quanto accade a Caterina va in città di Paolo Virzì, insomma, proiettato per l'omaggio a Sergio Castellitto, che nelle stesse ore si prodigava nel suo primo incontro pubblico (avremo modo di tornarci nei prossimi giorni). Virzì è un autore in perenne oscillazione fra uno sguardo empatico verso i suoi personaggi e la tendenza assolutamente opposta a sfruttarli come macchiette di uno schema enfatico e qualunquista: nel caso specifico vince la seconda opzione e anche lo sguardo verso la città evocata sin dal titolo è antitetico a quello che sarebbe stato auspicabile. Napoli batte Roma, insomma, in una dialettica tutta interna al cinema del passato. Per le novità ci aggiorniamo a domani.

giovedì 19 aprile 2012

Lecce 2012: Day 2

Lecce 2012: Day 2

Dal tempo passiamo agli spazi: banalmente, verrebbe da precisare, quelli che si attraversano per raggiungere il cinema e le sale di proiezione. In realtà è una cosa meno scontata di quanto non sembri, perché il multisala Massimo che dal 2011 accoglie il festival è una specie di raffigurazione alla Escher, piena di scale, cubicoli, passaggi labirintici che trasmettono l'idea di una sorta di rompicapo, dove il film te lo devi letteralmente “guadagnare” attraverso la ricerca della sala. Se a questo aggiungiamo la scellerata idea di sottoporre la sbigliettatura all'incivile rituale del posto numerato (con il rischio dunque di vedersi scalzare da chi ha il biglietto con il numero del tuo sedile), il gioco si moltiplica. Ma gli spazi sono prima di tutto quelli che connotano le storie sullo schermo. Ad esempio quelli delle varie location che, sui titoli di testa, aprono il preannunciato evento Un burattino di nome Pinocchio, di Giuliano Cenci, realizzato nel 1971 e ora splendidamente restaurato: una versione italica e molto fedele al testo di Collodi, con animazione in rotoscope e disegni antidisneyani, ma comunque capaci di restituire un'aura fiabesca e un fascino d'antan grazie alla voce narrante di Renato Rascel. Chissà che Lou Scheimer non lo abbia visto, perché l'impianto visivo è molto simile a quello che qualche anno dopo ha reso celebre la sua Filmation.
Uno spazio decisamente chiuso è quello che invece raccoglie i protagonisti di Kuma, bella pellicola austriaca in concorso, diretta da un regista curdo e incentrata su una famiglia turca. La giovane Ayse lascia il suo villaggio e si integra in una famiglia governata da una madre-padrona che vede in lei la persona cui affidare il destino dei figli (la donna è infatti malata di cancro). Ma la vita arriva a chiedere il conto, sotto forma di un amore improvviso e clandestino che spariglia le carte. Un dramma familiare raccontato con partecipazione e capace di elaborare i percorsi umani di un gruppo che è un piccolo mondo con le sue rivalità, le gelosie, i segreti, i drammi nascosti e un difficile confronto con il mondo "di fuori" e le apparenze ad esso collegate. Folgorante la splendida protagonista Begum Akkaya, capace di esprimere a meraviglia il passaggio da persona fragile, sperduta e in cerca di collocazione, a giovane donna che scopre i richiami dell'amore e la propria sensualità.
Mutevoli sono invece gli spazi de La perdizione, di Ken Russell, che nel 1974 racchiude i luoghi della vita del compositore Gustav Mahler fra le anguste pareti di uno scompartimento di un treno. Opera ancora una volta eccessiva e rutilante, seppur già in odore di maniera, ma comunque capace di slanci lirici e di una forza panica che fa pensare al Malick di Tree of Life con qualche decennio d'anticipo: una dimostrazione di come si possa fare un biopic pur mantenendo una cifra immaginifica e non priva di punte ironiche. Infine lo spazio magmatico per eccellenza, quello di Napoli, il più grande regalo che l'uomo abbia fatto al mondo per come riesce a includere molteplici universi in un'unica città. E' la Napoli di Enzo Gragnaniello, protagonista del ritratto Radici, realizzato da Carlo Luglio, e del bellissimo concerto collegato. Un'espressione di un'arte e di una musica che si ritrova nel viaggio lungo i luoghi più caratteristici, spesso alieni e magici, dell'area partenopea.

mercoledì 18 aprile 2012

Lecce 2012: Day 1

Lecce 2012: Day 1

Partiamo dal tempo: quello fra una proiezione e l'altra, quando spesso si decide “in corsa” cosa vedere, anche perché si ha la fortuna di non dover sottostare all'estenuante rito della sbigliettatura (perché una cosa che non cambia mai è il tempo d'attesa infinito alle casse). Ma anche il tempo che di solito si cerca di ritagliare qua e là per poter buttare giù due righe come in questo caso. Per fortuna a Lecce di tempo ce n'è abbastanza, non è uno di quei festival bulimici dove rincorri i film con il fiatone. Il tempo poi è quello atmosferico, pazzo, incontrollabile, quello per cui un giorno apri l'ombrello e quello dopo soffochi per il sole, ma la sera devi nuovamente indossare abiti pesanti, perché probabilmente nemmeno lui – il tempo – ha capito che l'inverno è passato. Vi state domandando come mai queste riflessioni? Perché la natura imprevedibile e “umorale” del tempo è quella che meglio restituisce le emozioni di questo primo giorno di festival, dove le visioni non sono state necessariamente incentrate sul tema, ma si sono in ogni caso dimostrate variegate e pazzerelle come le nuvole che si addensano e spariscono nel cielo di questo strano aprile.
Si parte alle 9 di mattina con il norvegese Oslo, August 31st, di Joachim Trier, che inaugura il concorso lungometraggi: storia di un ragazzo in libera uscita dalla comunità per tossicodipendenti per sostenere un colloquio di lavoro in città. L'occasione viene presto sprecata e così il nostro vaga per la capitale incontrando i compagni di un tempo, un percorso che si rivelerà distruttivo o, comunque, di autocoscienza rispetto a una vita che si percepisce ormai perduta. Il regista aveva vinto una delle precedenti edizioni del festival e riesce a mantenere uno sguardo allo stesso tempo sobrio e empatico nei confronti del personaggio, però manca il guizzo, quello che permetta alla storia di non suscitare la spiacevole sensazione che tutto andrà nel modo in cui ci si aspetta.
Sulla carta il film successivo - sempre in concorso – Daddy è l'esatto opposto, gioca a confondere lo spettatore immaginando due sorelle e il fidanzato di una di loro che si recano a fare visita al padre, isolato in una casa nelle montagne della Croazia. Quindi dramma familiare? No, film horror: e articolato su più livelli per giunta, perché non solo la presenza minacciosa di questo padre-mostro favorisce il racconto di tensione, ma poi ci si mette anche il triangolo amoroso fra le due sorelle e il ragazzo, che complica la gamma di relazioni alla base del racconto. Lo spunto è molto interessante, però il film sembra aver timore dell'etichetta di genere e quindi alla fine non riesce a sfruttare i twist della storia molto bene, depotenziando anche molte intuizioni della fotografia naturalistica. La folgorazione, insomma, non abita ancora qui.
Meglio dunque abbandonarsi ai classici del pomeriggio, con i primi titoli degli omaggi a Emir Kusturica e Ken Russell: del primo ritroviamo il malinconico e sensibile Ti ricordi di Dolly Bell?, del 1981. Ma la vera scoperta è I diavoli (1971), non perché sia un film sconosciuto (tutt'altro), ma perché di certo è inaspettata la bella copia italiana d'epoca in versione assolutamente integrale, che dunque permette a questo capolavoro magniloquente e iconoclasta di deflagrare in tutta la sua scandalosa potenza, regalando uno spettacolo lussureggiante e per nulla datato. Il buongiorno si vede dalla sera insomma, mentre fuori impazza il vento e il tempo in sala non è mai stato così ben speso.

lunedì 16 aprile 2012

Lecce 2012

Lecce 2012

Ormai chi è del settore bazzica talmente tanto spesso i festival, che ritiene quasi immutabile e “naturale” il loro avvicendamento. Invece da un po' di anni assistiamo a rassegne che si spostano, si fondono, cambiano, mutano... il Festival del Cinema Europeo, ad esempio, quest'anno ha dovuto fare i conti con l'improvvisa vicinanza del BIFF (Bari International Film Festival), che da gennaio ha traslocato a marzo, andando quasi a “invadere” la “finestra” salentina.

Pertanto, cerchiamo di non dare nulla per scontato e accogliamo con piacere il ritorno di questo appuntamento: una prima occhiata al programma di questa tredicesima edizione sembra far presagire che sarà un anno segnato dagli autori. Intanto c'è l'omaggio a Ken Russel, scomparso qualche mese fa – diciamolo – nel silenzio generale e che ora ritrova giustamente la ribalta attraverso la riproposizione di alcuni suoi capolavori come I diavoli. Poi c'è Emir Kusturica, pure omaggiato con vari appuntamenti, fra cui la proiezione di Underground nella versione lunga da 5 ore, un concerto e una mostra fotografica. Infine non mancano gli eventi speciali, fra i quali voglio segnalare il cartoon Un burattino di nome Pinocchio, di Giuliano Cenci, in versione restaurata, perché si tratta di una vera chicca!

Lascio per ultimo il concorso non perché sia l'inevitabile pedaggio, tutt'altro! Chi segue il festival sa che le pellicole di questa sezione sono una continua fonte di scoperte, grazie al buon lavoro di Cristina Soldano e Alberto La Monica. Il punto è che come sempre il lavoro di ricerca offre poco all'anticipazione, bisognerà aspettare la visione in sala per vedere se le 10 pellicole europee sapranno rinnovare l'entusiasmo. Pregiudizialmente dico di sì visti i trascorsi, ma aspettiamo la conferma. Il bello di un festival è anche questo.

Ospite d'onore, infine, Sergio Castellitto, con le sue regie e interpretazioni più famose, e che incontrerà il pubblico leccese venerdì 20 aprile. Ci si vede in sala, come sempre!



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venerdì 16 marzo 2012

4 anni nel Nido

4 anni nel Nido

Scandire gli anni di vita del blog è qualcosa che faccio sempre con piacere, principalmente perché segna il legame duraturo con questo spazio e mi permette di ricordare il già fatto: quello di quest'anno poi è un appuntamento particolare perché da qualche mese i blog sono diventati due (c'è infatti anche La luna di Cybertron), ma direi che un po' tutta la formula del Nido si è “moltiplicata”, ci sono i Quadri del cinema, gli On Location, la collaborazione con gli amicii di Anime Asteroid... significa che l'intuizione era giusta e che ci sono tanti modi di esplorare le proprie passioni e offrire spunti per visioni e analisi. Ci tengo poi a rimarcare il lavoro fatto con i report quotidiani dal Torino Film Festival 2011, che spero diventerà una costante di tutti i festival in cui mi recherò (attività peraltro sempre più difficoltosa, per i costi e le ingerenze politiche che stanno strozzando molte manifestazioni) e che segna un tentativo di rendere più dinamica la formula del blog, di pensarlo come uno spazio in continua evoluzione.

Per l'anno a venire c'è un primo obiettivo che mira ad aumentare il numero di recensioni riguardanti i film non ancora usciti in Italia, per cui si dovrà magari pensare a una formula un po' diversa, che unisca la consueta analisi a una parte informativa che incuriosisca e spinga al recupero... si vedrà. Di certo quello che non leggerete mai da queste parti sono le classifiche, i voti o peggio ancora le noiosissime disquisizioni sugli incassi, figli di una concezione “economicista” che ha letteralmente inquinato il nostro modo di pensare legando tutto al risultato monetario. Al contrario si continuerà a tentare un'analisi approfondita ma che metta in luce l'emozione della visione. Speriamo di riuscirci, e che nessun problema pratico o tecnico intervenga a mettere i bastoni fra le ruote (in questi giorni blogger fa un po' i capricci...). Intanto grazie a chi continua a seguire questo spazio!

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mercoledì 14 marzo 2012

John Carter

John Carter

Il giovane Edgar Rice Burroughs viene convocato a casa dello zio John Carter, scomparso di recente. L'uomo gli ha lasciato in eredità il suo patrimonio e gli ha affidato un diario nel quale gli racconta storie incredibili di un suo viaggio su Marte, dove si era innamorato della principessa Deja Thoris, promessa al tiranno del regno rivale degli uomini rossi. La diversa gravità del pianeta permetteva a Carter di sfoggiare capacità superumane, che ben presto lo rendono una pedina importante nel gioco fra le parti.


C'è un momento in John Carter, in cui si intravede una tempesta di sabbia sul paesaggio riarso del pianeta Marte: una scena breve, fuggevole, che non ha particolari conseguenze sulla trama e che si rischia quasi di tralasciare e dimenticare, al punto che persino il ricordo è blando, sovrastato dalle tanti visioni che il film veicola. E' dunque piacevole pensare che quell'inserto rappresenti una sorta di strizzatina d'occhio, di colpo di gomito che Stanton scambia in maniera complice con il collega Brad Bird, che in Mission Impossible: Protocollo fantasma mette pure in scena – e in modo decisamente più rilevante rispetto alla trama – una tempesta dello stesso tipo.

Al di là delle fantasticherie o delle speranze cinefile, resta comunque il fatto che gli ultimi due mesi hanno visto due grandi nomi della Pixar debuttare nel Live Action, confermando come la factory disneyana sia di per sé una perfetta incubatrice di talenti narrativi di cui il cinema “dal vero” sempre più abbisogna, ma anche di come fortunatamente gli steccati siano caduti, complice il fatto che il moderno cinema digitale è sempre più un qualcosa che utilizza l'animazione anche quando la sua parvenza è di volgere al realistico (la differenza è tutta concettuale, prima ancora che pratica).

Nel caso di John Carter, poi, entra in scena una dinamica tutta interna al film, un delizioso pastiche che mescola gli stilemi più classici dell'avventura ai moderni ritrovati tecnologici, fra grandeur e ingenuità: il riferimento non è tanto alla filiazione dagli antichi testi di Burroughs, quanto il fatto che lo stesso autore sia chiamato in causa esattamente come avveniva con il Kipling di L'uomo che volle farsi re, così magistralmente trasposto da John Huston. Il risultato generale non si limita dunque a trasporre semplicemente un testo altrui, ma a fare dello stesso una cartina di tornasole di una concezione cinefila basata sulla scomposizione e ricomposizione di un sistema di riferimenti trasversale a diverse forme espressive. Pura lezione Pixar, insomma, la stessa che rende i loro cartoon espressioni così straordinarie di un cinema “pieno” e capace di andare al di là dell'emozione veicolata nella singola storia, perché emblema di un cinema che conosce perfettamente i moduli narrativi del passato e del presente, e sa dunque ricombinarli e reinventarli.

Così, Stanton e Bird davvero dividono un'idea di spettacolo profondamente addentro alle dinamiche del presente, con quelle creature digitali curate e quei totali che inquadrano realtà ciclopiche che devono sovrastare la fantasia dello spettatore imponendosi con la loro forza; ma, allo stesso tempo, si tratta di uno spettacolo profondamente retrò, avventura d'antan mascherata di nuovo, dove è possibile scatenare la risata all'interno di una situazione più seria, dove la leggerezza di tono si fa strada fra l'ossessione perfezionista dell'effetto e dove i generi di riferimento (la spy story di Mission: Impossible e l'avventura o il fantasy di John Carter) si rivelano nella loro essenza più intima: grandi contenitori di idee del passato, format dinamici, liquidi, capaci di assorbire i maggiori scossoni e di apparire sempre diversi pur essendo sempre uguali.

Certo, non va negato che in questo caso il gioco funziona bene ma non perfettamente, a causa di una storia che fatica a rientrare nella pur lunga durata e che perciò costringe a compressioni e esemplificazioni in alcuni punti, ma in ogni caso resta forte l'idea di un processo creativo che è pura assimilazione della tradizione. Pertanto, il film deve trovare il suo baricentro all'interno del complesso sistema di riferimenti codificato dai generi a cui guarda, esattamente come Carter deve reimparare letteralmente a vivere: il suo arrivo su Marte diventa così un'autentica dichiarazione d'intenti per Stanton, che mette il suo eroe nella condizione di dover ricalibrare il modo in cui cammina, lo spinge a assimilare una nuova lingua e ben presto affonderà nel suo passato spingendolo a abbandonare il sogno tutto materiale di una miniera d'oro (pretesto cardine dell'avventura d'annata) per comprendere e combattere i demoni interiori legati alla morte dei congiunti.

Una volta compiuta questa rinascita, il film può finalmente permettersi di mettere in scena cliché e rimandi con l'entusiasmo della prima volta: una frontiera da conquistare in puro stile western, un passato e un presente di guerre come in un film bellico, l'incipt “vittoriano” alla Sherlock Holmes, mondi degni di Star Wars, una principessa in pericolo come nelle fiabe, una tribù che guarda ai Na'vi di Avatar e un simpatico cucciolone alieno che è pura filiazione degli irresistibili comprimari di matrice disneyana. Tutto crea assonanze e risonanze con l'immaginario da cui John Carter è generato e che a sua volta (come antico testo letterario) ha finito inevitabilmente per produrre e che ora richiama a sé.

L'unico elemento davvero anomalo sembra rappresentato dalla casta para-sacerdotale dei manipolatori, che riverberano un disegno più cosmico e finiscono per incarnare tutto sommato lo spirito di sintesi di queste avventure, grazie alla natura proteiforme e cangiante che permette di giocare con le aspettative dei personaggi e persino dello spettatore. L'intera storia, in fondo, non è che il frutto delle loro azioni, sono loro a determinare l'arrivo di Carter su Marte, sono sempre loro a veicolare le azioni belliche dei popoli in guerra e non a caso sono ancora loro a non patire un'autentica sconfitta finale, perché l'utilizzo e il rovesciamento dei cliché deve sempre avvenire all'interno di coordinate narrative che guardino al genere nella sua integralità e purezza.


John Carter
(id.)
Regia: Andrew Stanton
Sceneggiatura: Andrew Stanton, Mark Andrews, Michael Chabon (basato sui romanzi di Edgar Rice Burroughs)
Origine: Usa, 2012
Durata: 132'

giovedì 1 marzo 2012

Gundam: la trilogia cinematografica

Gundam: la trilogia cinematografica

Considerate le traversie cui è andata incontro la serie tv nel nostro paese - dove si è dovuto attendere il 2004 perché fosse interamente sdoganata - ancor più infelice appare il destino delle versioni cinematografiche, guardate con scarso interesse perché apparentate superficialmente alla media delle cosiddette pellicole “riassuntive”. Al contrario, l'approdo di Mobile Suit Gundam al grande schermo non deve apparire estemporaneo o frutto soltanto di vili strategie commerciali, ma come l'ulteriore evoluzione di una storia ormai consapevole del proprio valore e per questo pronta a sfruttare appieno il suo potenziale. Già nel formato televisivo, infatti, Yoshiyuki Tomino pensava secondo modalità cinematografiche, per la forza epica che tracimava dalle storie e per la sua capacità autoriale di scardinare le regole del genere di riferimento (quello dei robot giganti), cercando di aprire sempre nuovi orizzonti. E anche se l'autore oggi denuncia i limiti tecnici dell'operazione (la serie tv fu infatti realizzata su pellicola 16mm che quindi non assicurava un'adeguata qualità per la proiezione in sala), in realtà il grande schermo era esattamente il luogo ideale per concludere il percorso dell'epopea.

La trilogia nacque per celebrare il crescente consenso che all'epoca stava circondando la serie, dopo che le prime e più fredde accoglienze ne avevano addirittura ridotto il numero di puntate previste. La lotta fra la Federazione Terrestre e il Principato di Zeon è condensata in lungometraggi da due ore l'uno e rinnova il viaggio dell'astronave White Base, con il suo carico di militari e civili. Un ensemble a carte sparigliate, dove già si sottolinea la portata globale di una visione che coinvolge il mondo al di là delle classificazioni codificate e “apre” la portata dei combattimenti, non localizzandoli più nel solo Giappone, ma in una guerra su scala spaziale. Il montaggio si occupa di armonizzare gli eventi originariamente distribuiti secondo la tipica formula seriale, in modo da rendere la narrazione fluida, omogenea e senza pause: alcuni aspetti anche molto interessanti della storia restano naturalmente fuori, ma Tomino fa comunque compiere all'epopea fantascientifica un autentico balzo di qualità, perché ne porta all'estremo la portata rivoluzionaria, abbandonando del tutto i cascami delle vecchie serie robotiche che ancora persistevano nel formato originario.

Sebbene all'epoca si tendesse – giustamente – a evidenziare quanto la serie tv aggiungesse e cambiasse rispetto al passato, in realtà essa può apparire acerba a una visione contemporanea, a causa delle persistenza di alcune dinamiche del format robotico classico: impiego del Mobile Suit in combattimenti ripetuti, esaltazione della sua forza guerriera, necessità di ulteriori (e anche fantasiosi) upgrade. I film fanno piazza pulita di questi elementi, rendendo il robot un elemento accessorio di una narrazione che può ora puntare interamente sullo scenario globale a lei caro e sul ruolo dell'umanità in un contesto ormai cambiato. Tomino è evidentemente ormai conscio dell'apertura degli orizzonti tipica dell'avventura spaziale anni Settanta, dove l'umanità sognava un futuro al di là dei propri confini, e si interroga perciò sulle conseguenze.

Al pari dei Newtype che sintetizzano l'idea di un ulteriore gradino nella scala dell'evoluzione umana conseguente l'approdo alla nuova frontiera spaziale, così la storia cambia insomma pelle, affinandosi e maturando, elaborando i suoi spunti con un impatto visivo nuovo che porta a ridisegnare gran parte delle scene in modo da rendere più realistiche le animazioni. In questo modo risulta chiaro come quello compiuto da Tomino sia stato un autentico atto di lungimiranza, perché il suo scardinare le tradizioni narrative codificate è un chiaro riflesso di quella tensione che, nel racconto, porta lo spettatore dalla materialità della battaglia fra robot giganti ai dilemmi etici e visionari sul destino dell'uomo nel nuovo universo.

L'immersione nello spazio, dunque, non è soltanto un mero espediente narrativo per garantire maggiore varietà all'azione, ma rappresenta al contrario l'enunciazione di una possibilità infinita che attende gli uomini se liberati dai legami di parte: ne consegue che questa è una storia di persone che vivono la tensione straordinaria all'infinito da una prospettiva ordinaria che è quella tipica di entità “finite” e che perciò devono imparare a perdersi negli scenari che si offrono loro, ma anche a ritrovarsi, cercando un obiettivo personale e unico che permetta a ciascuno di essere parte attiva in un contesto ormai articolato su dinamiche di massa.

Questo dualismo riflette sia il potenziale enorme e inespresso che attende la nuova umanità, sia il dramma dei personaggi, che, ormai nel pieno del progresso materiale, iniziano a fare i conti con le possibilità filosofiche a esso connesse e ne sono soverchiati, ritrovandosi in molti casi impreparati. Per questo il loro ancorarsi a prospettive di parte, a rancori e particolarismi è anche un modo per affermare il proprio status di esseri umani. La storia è dunque riassumibile in un continuo ondeggiamento fra gli opposti sentimenti generati da una tensione sovra-umana e da dinamiche tipiche dell'irredimibile condizione umana: dolore, amore, rivalità, fanatismi, legami familiari e di amicizia. Tomino lancia dunque un grido di dolore per un'umanità nei cui confronti si dimostra alquanto pessimista, ma anche un messaggio di speranza che guardi all'evoluzione e a un futuro completamente nuovo, dove la colonizzazione del cosmo sia anche una metafora di un modo differente di intendere la vita in uno scenario cambiato.

Accanto alla serie, dunque, si consiglia di non trascurare o sottovalutare questa riedizione cinematografica “definitiva” approntata dall'autore, che enuncia con maggiore compiutezza il proprio fine tematico e conferisce maggiore forza espressiva al racconto grazie a modifiche e innovazioni: l'edizione italiana peraltro è fra le più curate che si siano viste da tempo, grazie a un eccellente lavoro di traduzione, che permette di cogliere ogni sfumatura dell'opera.


Mobile Suit Gundam – The Movie I
(Kido Senshi Gundam I)
Mobile Suit Gundam – The Movie II: Soldati del dolore
(Kido Senshi Gundam II: Ai Senshi)
Mobile Suit Gundam – The Movie III: Incontro nello spazio
(Kido Senshi Gundam III: Meguriai Sora)
Regia e sceneggiatura: Yoshiyuki Tomino
Origine: Giappone, 1981-1982
Durate: 133' – 140' – 140'


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