"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 9 aprile 2008

I figli degli uomini

Londra, 2027: da 18 anni non nascono più bambini e l’infertilità ha ormai condannato il mondo all’estinzione. La situazione è globalmente in preda al Caos, mentre il governo mantiene un precario ordine attraverso un regime totalitario che si accanisce in particolar modo contro i clandestini. In questo scenario Theo vive un’esistenza da disilluso dopo la morte del figlio Dylan. Sua moglie Julian, che invece si è aggregata al gruppo terroristico dei Fish, lo contatta perché ha bisogno di aiuto per fare uscire dal paese una ragazza, Kee. Theo inizialmente accetta perché allettato dalla ricompensa, ma scopre ben presto che Kee è incinta e rappresenta perciò una possibile speranza di rinascita per il mondo. La sua presenza però scatena una faida interna ai Fish, che porta all’uccisione di Julian e al tentativo di strumentalizzare politicamente il bimbo non ancora nato. Per questo Theo fugge e porta la ragazza via con sé, nel tentativo di raggiungere la costa dove si trova una nave del fantomatico Progetto Umano, che lavora in segreto alla ricostruzione del mondo.

In una recente intervista, l’autore di fumetti giapponesi Go Nagai ha dichiarato come l’avvento dell’anno 2000 abbia causato una certa empasse nel genere fantascientifico poiché, di fatto, è come se si fosse palesato a tutti che quel terzo millennio, da sempre visto con utopia come “il futuro” delle grandi rivoluzioni tecnologiche, culturali e sociali, è arrivato a noi senza troppi scossoni. Il pensiero si collega molto bene a questo nuovo progetto dell’eclettico regista messicano Alfonso Cuarón che adatta un romanzo di P.D. James aderente al classico filone post-apocalittico in voga negli anni Ottanta, ma lo fa con un sguardo nuovo: ogni possibile orpello futuristico è bandito e quella che vediamo è una realtà priva di ingegnose invenzioni tecnologiche, dove gli oggetti sono di uso comune e la situazione sociale non fa altro che trasportare a un livello globale le tensioni che oggi sono purtroppo appannaggio delle cosiddette “zone calde” del pianeta. Ne risulta uno scenario molto credibile, in grado di portare a perfetto compimento il postulato secondo il quale la fantascienza trasferisce nel futuro le tensioni del presente. In questo senso I figli degli uomini è un film dal forte impatto documentaristico e le sue metafore agiscono a un livello palese: ciò che vediamo è infatti l’emblema di un mondo moderno diviso e in via di definitivo scivolamento verso quella catastrofe provocata dall’odio etnico, dalla paura e dall’incapacità di prevedere una politica sociale che sia differente dal mantenimento ossessivo del proprio precario equilibrio (come tenta di fare lo stato di Polizia che stritola Londra).

Come teorizza il bizzarro personaggio di Jasper, interpretato con la consueta eleganza e ironia da Michael Caine, il mondo in cui si ambienta la vicenda è conteso fra la fede e il caso: questi due elementi estremi sono ben rappresentati dai personaggi di Julian e Theo, un tempo uniti dall’amore e dal figlio Dylan e oggi arroccati su fronti opposti, lei terrorista, lui indolente e consunto cittadino. Al trauma della morte del figlio, quindi, Julian ha risposto con un eccesso di fede che l’ha portata a una scelta radicale volta a cambiare quella società che le ha strappato gli affetti, mentre lui si è completamente affidato allo scivolare dell’umanità nel gorgo del destino, insofferente a tutto. La sua caratterizzazione è completata dal fatto che, ci viene detto, un tempo Theo era invece un fervente idealista, che ha oggi completamente perduto la volontà di credere in un ideale.

In questo scenario il bambino di Kee si pone come possibile ago della bilancia, poiché in bilico proprio fra i due opposti. Rappresenta innanzitutto il simbolo di un ordine superiore che ha deciso di risparmiare l’umanità dall’estinzione e le offre la possibilità di ricominciare. Un simbolo quindi di fede, non necessariamente legato a un’idea religiosa (nonostante Miriam, l’infermiera di Kee sia molto credente), quanto a una speranza nell’uomo e nella sua capacità di superare le difficoltà e le divisioni. Una fede simboleggiata nel bellissimo momento in cui la visione del bimbo di Kee porta a un cessate il fuoco tra le parti avverse durante la guerra nel campo profughi. E’ però soltanto un momento, quasi illusorio, che lascia spazio a nuovi scellerati conflitti. Perché in fondo anche il caso, simbolo di disordine, gioca le sue carte in questa partita affidando il destino dell’umanità proprio al figlio di una profuga, dipinta dai network televisivi come una semplice ricercata, un nemico da allontanare e abbattere, che diventa per questo un elemento che le opposte fazioni possono e vogliono strumentalizzare a loro piacimento.

Il viaggio di Theo insieme a Kee diventa pertanto un’esplorazione delle contraddizioni insite nel mondo, ma anche una discesa agli inferi della propria coscienza, un’occasione per comprendere cosa ci sia in ballo in quel momento e quanto egli debba investire personalmente nello scontro che vede fede e caso agire sul destino degli uomini: perciò Theo chiede a Miriam quale sia il disegno che porta ogni ostacolo a frapporsi inesorabilmente sul cammino della speranza, lo porta a perdere l’ex moglie, ma anche irrazionalmente a lottare per aiutare Kee, la cui vita è legata alla fiducia che la ragazza aveva in Julian e che la stessa Julian a sua volta aveva in Theo. Un percorso che è come un’unione di punti in una ipotetica pista cifrata, e quasi a suggerire un’idea del genere il film mescola elementi eterogenei, apparentemente distanti tra loro, che tutti insieme contribuiscono a definire il quadro generale: gallerie d’arte, bar che esplodono, propaganda pubblicitaria, terroristi, immaginari bellici che sembrano fuoriuscire dalla Seconda Guerra Mondiale (il campo profughi che assomiglia a un lager), un anziano hippie che ascolta la musica di Franco Battiato e commercia marijuana con l’aiuto di un poliziotto e, ovviamente, un disilluso protagonista coinvolto all’improvviso in un disegno più grande di lui e costretto a ricoprire il ruolo dell’eroe. Tutto è interconnesso e la regia di Cuarón lo segue, lo indaga, cerca di non perdere mai la focalizzazione sugli eventi attraverso un uso a dir poco magistrale del piano sequenza, che ci regala alcune fra le scene più complesse mai viste. Ma è un virtuosismo che non esibisce se stesso, che vuole invece apparire verosimile, quasi “nascosto”, come naturale conseguenza di un’immergersi nei fatti, senza poter “staccare”.

In fondo anche questo è un incontro di elementi opposti: la messinscena è profondamente elaborata ma deve trasmettere il senso della casualità con cui gli eventi si affastellano, in un turbinio di emozioni e sentimenti violenti. Il tutto a simboleggiare la fede di Cuarón in un cinema di genere capace di parlare della realtà e utilizzato per ritrarre il caso e l’irrazionalità in cui fermenta la follia planetaria.

I figli degli uomini
(Children of Men)
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón, David Arata, Timothy J. Sexton, Hawk Ostby, Mark Fergus (dal romanzo di P.D. James)
Origine: Canada/Gran Bretagna/Usa, 2006
Durata: 105’

Conferenza stampa con interviste al regista e al cast 1
Conferenza stampa con interviste al regista e al cast 2
Sito ufficiale italiano
Sito ufficiale inglese

4 commenti:

Karelia Cigarettes ha detto...

Admiration and interest were my first feelings when I’ve entered your blog. It is indeed the most remarkable creation I’ve ever seen! Moreover, your manner of writing and the photos are absolutely fine and I think everyone would agree with my words. All this made me immediately add the blog to my links. Thank you very much for such a marvelous web page and I will surely enter it again!

Anonimo ha detto...

A me I figli degli uomini non era piaciuto affatto. L'avevo trovato da un lato superficiale, dall'altro esageratamente celebrale, ed eccessivamente freddo e meccanico. Ne ho un ricordo abbastanza negativo, ma so che a molti è piaciuto, quindi sn in minoranza. :)
Ale

honeyboy ha detto...

ci sono un paio di pianosequenza durante i quali mi sono strappato i capelli
TUTTI i capelli

Anonimo ha detto...

I piani-sequenza sono da standing ovation altrochè! Il film è davvero molto bello.
Ale55andra