
Tra le migliori visioni dell’ultimo Festival del Cinema europeo di Lecce spicca questo The Banishment (già passato in anteprima alla 60ma edizione del Festival di Cannes), film che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Andrei Zvyagintsev, che nel 2003 aveva vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo primo lungometraggio, Il ritorno. Il rapporto con la Storia e con il tempo è al centro di questa cupa storia, e si estrinseca sia in una ricerca formale che non nasconde i propri modelli (in primis il cinema di Andrei Tarkovskij) sia in una riflessione più ampia sul ruolo dell’uomo all’interno di uno spazio che riconosce il proprio passato, ma nel mettere in crisi il presente denuncia una mancanza di futuro.
Il ritorno di Alex nella casa di famiglia diventa infatti per l’uomo un’occasione di confronto sia con ciò che i suoi genitori avevano realizzato in passato che con quanto egli stesso è stato invece capace di costruire sino a quel momento: il luogo è in sé simbolo di memoria, riconduce all’infanzia del protagonista e, attraverso i volti degli avi impressi sulle fotografie, trasuda il suo provenire da un tempo passato, solido ma ormai distante: una sorta di alterità temporale che si ritrova anche a livello fisico nell’isolamento del maniero e nella sua discrasia (gli interni sono oppressivi, cupi e domina una sorta di costante penombra) rispetto allo spazio aperto e solare della campagna circostante. In questo il luogo prosegue la grande tradizione delle case-organismo al cui interno si combatte la lotta dell’umanità e dell’equilibrio interiore (ma anche morale) del protagonista: come l’hotel di Psycho e quello di Shining.
Zvyagintsev lascia che sia quindi il contesto a parlare e ammanta il suo film di un sentimento panico che rende la messinscena e la scelta delle location (il film è stato girato tra Belgio, Moldavia e Francia) significativa e particolarmente potente a livello emotivo: una qualità visiva che predomina e anche per questo i presupposti che hanno portato alla situazione di decadenza nel rapporto fra Alex e Vera sono affidati, più che ai passaggi narrativi costruiti in sceneggiatura, a piccoli gesti, a frasi disseminate quasi casualmente lungo i 150 minuti di durata, come un puzzle che lo spettatore deve lentamente ricostruire. La durata estremamente ampia del film non nuoce all’incedere del racconto, che si rivela teso e dolente regalando un senso di profondo rispetto per i sentimenti umani messi in campo.
La logica che domina il rapporto fra Alex e Vera è dunque quasi utilitaristica, convenzionale, certamente priva di qualsivoglia calore umano, domina una perenne freddezza che Zvyagintsev restituisce a livello visivo attraverso giochi fotografici che addensano i colori, allargano le zone d’ombra e conferiscono all’immagine una densità degna di un noir di Michael Mann (molto simile in effetti è il lavoro sulla composizione orizzontale dell’inquadratura in Cinemascope e sui toni plumbei della fotografia).

Il rapporto con Vera (una Maria Bonnevie di straordinaria intensità) è dunque fatto di vicinanze e lontananze e contribuisce a minare alle fondamenta la relazione, intesa sia come legame (affettivo e spirituale) che come costruzione di un nucleo capace di garantire un futuro, una prospettiva che, a livelli universali, possa garantire il perpetrarsi della specie e della società: la solidità del passato dunque si rispecchia in un presente caotico e fragile, dove dominano incomprensioni ed equivoci che contribuiscono a perpetrare il disfacimento. La strategia di Vera, che annuncia ad Alex di aspettare un figlio non suo, altro non è che il tentativo di smuovere l’immobilismo della relazione sperando che ciò possa portare Alex a un gesto di riconciliazione, di pietà, di comprensione per la tragedia che si sta lentamente consumando. Ma l’uomo invece risponde ancora una volta ripiegando la realtà alla propria visione particolaristica, rifiutando le motivazioni che hanno spinto la donna ad agire, e la forzano verso una interruzione di gravidanza clandestina che è una dichiarazione d’intenti circa il rifiuto di un possibile futuro alternativo. Un gesto che nei fatti si concretizzerà nella definitiva discesa agli inferi per l’intero nucleo familiare.
Attraverso una messinscena che ha il sapore della solennità, ma non perde mai di vista la concretezza dei rapporti umani, Zvyagintsev riflette quindi sulle possibilità di una ricostruzione interiore, in una umanità che ha completamente smarrito la propria capacità di trascendere i singoli eventi in nome di una prospettiva alta in grado di redimere la società dai suoi peccati: una specie di sacralità che va intesa in senso non semplicemente religioso quanto filosofico e che tenta di trarre in salvo l’umanità rispetto alla barbarie in cui è decaduta. Significativa in questo caso la scena che vede i figli di Alex, insieme ai loro amici, cercare di completare un puzzle a soggetto religioso, chiara e sin troppo lampante (forse anche didascalica) sintesi del tentativo di ricostruire una possibile componente spirituale in un universo che sembra avere smarrito la propria lucidità.
Il puzzle guida quindi noi spettatori verso il finale, con le sue rivelazioni e con l’estema sintesi garantita dall’ultima inquadratura, dove alcune lavoranti nei campi intonano un canto popolare, incontro simbolico di passato e presente. Un attimo e una delle donne attraversa il campo con un bambino fra le braccia: una nuova ipotesi di possibile futuro dal quale forse sarà possibile ricominciare?
(Izgnanie)
Regia: Andrei Zvyagintsev
Sceneggiatura: Artyom Melkumian, Oleg Negin dal libro “The Laughing Matter” di William Saroyan
Origine: Russia, 2007
Durata: 150’
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