"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 16 settembre 2009

Frammenti di un’epoca che scivola via

Frammenti di un’epoca che scivola via

E sorprendente, se non proprio inquietante, la circostanza temporale che ha visto scomparire in pochi mesi Michael Jackson, Mike Bongiorno e Patrick Swayze. Apparentemente non si potrebbe pensare a tre personaggi più diversi: Jackson e Swayze sicuramente hanno in comune il legame con la musica, ma restano in ogni caso opposti come icone e tipologia di personaggio/artista. In realtà il filo conduttore fra i tre sta tutto nel loro essere testimonial di un tempo. Che inevitabilmente è un tempo passato.

Sebbene sia quantomeno ingiusto ricondurre la carriera di Michael Jackson o di Mike Bongiorno a un’epoca, considerato quanto a lungo i due hanno lavorato, è inevitabile che la loro icona, il loro modo di apparire e porsi, sia testimonianza di un tempo che non è più e che già da anni sembrava essere stato accettato (dalla società, dall’arte, dallo spettacolo) come tempo passato, in un mondo che nel frattempo era kinghianamente “andato avanti” (ovvero indietro…).

Per Swayze sicuramente i limiti della contestualizzazione sono più ristretti, dal momento che la sua stella ha brillato soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la sua figura di attore e ballerino ha infiammato le platee con l’exploit di Dirty Dancing: film peraltro che meriterebbe di essere recuperato e che ha patito per anni il torto di essere considerato un semplice prodotto per ragazzine. Era anche quello, ma una disamina più approfondita e intelligente merita di essere scritta prima o poi (e se ci sono volontari si facciano avanti).

Ecco, qui troviamo un altro importante elemento che unisce e nello stesso tempo differenzia Swayze alle due figure sopraccitate: la fisicità. Swayze diventa una figura caratteristica degli anni Ottanta in virtù del suo proporsi non come corpo alieno (quale invece resterà Jackson che “camminava sulla Luna” o Mike che appariva sempre “assente a se stesso”), ma come autentica icona desiderabile (e per questo dirty, siamo pur sempre nella puritana America). Lo avrebbe capito, qualche anno dopo il suo exploit, una regista artisticamente sensibile e attenta alle pulsioni emotive dell’arte come Katryn Bigelow, che gli avrebbe regalato il ruolo in assoluto più paradigmatico della sua carriera, quello di “Bodhi” (ovvero “corpo”) nel capolavoro Point Break.

Un ruolo che già nel rivelarsi diventa paradigmatico di una natura iconica che supera l’uomo e la persona pur non rinnegandone la prepotente fisicità, che anzi diventa l’elemento suo più prezioso. Ma la Bigelow va anche oltre! Nel rivedere il film successivamente al suo secondo più grande successo, ovvero Ghost, sembra infatti di attraversare una parabola che dal corpo desiderato di Dirty Dancing giunge alla trasparenza cinematografica del fantasma che protegge l’amata dall’aldilà: con la Bigelow Swayze evoca quindi un’idea di estremismo fisico che si smaterializza nell’adrenalina dell’azione incontrollata e lo porta a rinnegare la sua identità sociale indossando maschere di ex presidenti, a lanciarsi da un aereo e infine a dissolversi letteralmente nella Grande Onda del lirico finale.

Di lì in poi non a caso è iniziato un declino professionale e fisico che, salvo alcuni rari sprazzi (A Wong Foo grazie di tutto Julie Newmar), si riflette nella tristezza trasmessa dall’immagine imbolsita di opere misconosciute come Black Dog. A raccogliere i resti dell’icona ci avrebbe pensato un altro film seminale come Donnie Darko.

Proprio Donnie favorisce l’altro collegamento con The Wrestler: che apparentemente sembra fuori registro non essendo un’interpretazione di Swayze. Ma in realtà si tratta, in entrambi i casi, di pellicole che chiudono un’epoca officiandone il funerale. Nel caso specifico quello degli anni Ottanta e del loro immaginario che non è sopravvissuto al mondo “andato avanti” e, pur con le migliori intenzioni o con il più straziante grido di dolore, non può fare altro che prendere coscienza del suo doversi ritrarre.

Come spesso accade l’arte nel leggere la realtà finisce per anticiparla: se infatti Rourke ha potuto esorcizzare il suo declino sullo schermo, Swayze ha dovuto pagare nella vita. L’immagine martoriata del corpo del Wrestler si riflette quindi nel volto drammaticamente scavato dello stesso Swayze che solo un anno fa annunciava la sua lotta contro il male che lo aveva colpito. E l’incedere stralunato di Donnie Darko diventa invece il riflesso di quei corpi alieni che Swayze aveva attraversato con leggerezza, ponendosi come loro alternativa, ma diventando inevitabilmente scheggia dello stesso immaginario che li aveva partoriti. In questo senso sicuramente gli anni Ottanta appaiono un periodo più complesso di quanto non li abbiano dipinti a turno le demonizzazioni del caso e le fatue rivalutazioni. Ma per lo stesso motivo la morte di Patrick Swayze (come già quella di Mike Bongiorno) non suscita (almeno nel sottoscritto) il dolore per il dramma umano, quanto il pensiero di un fenomeno che ha visto spegnersi la sua stella. Personaggi fino alla fine, insomma, anche quando la realtà ha presentato loro il conto e ha rivelato l’umanità dietro l’icona.

5 commenti:

eddyworld ha detto...

Veramente, veramente un bel post.
Totalmente, totalmente d'accordo.
P.Swayze, M.Jackson, M.Rourke e altri che verranno ( Madonna?)rappresentano con il loro disfaciemento fisico e simbolico la degna fine di un'epoca, gli anni 80, che aveva privilegiato in maniera assoluta l'essere e la sua inutile apparenza.
Inutile perchè alla fine vuota e destinata ad un doloroso oblio.
Se Ellis, in American Psycho, aveva già anticipato questa corruzione, e in tanti non l'avevano compreso e decodificato ora con questa morti "illustri" si può dire con sicurezza che un periodo della nostra vita è a degna conclusione.

eddyworld ha detto...

P.s Io citerei nella filmografia di P. Swayze anche "Steel Dawn" (1987).
Anche in questo film la fisicità del suo corpo è alla base dei tanti clichè tipici degli action movies anni 80.

Davide Di Giorgio ha detto...

Certamente, in un primo momento avevo pensato di citare anche "Il duro del Roadhouse", che mi pare di aver capito sia rimasto abbastanza impresso nell'immaginario di una generazione: d'altronde il pezzo non intende essere esaustivo della carriera di Swayze, non è un ritratto ma una considerazione più generale sull'epoca, come giustamente hai colto.

Approfitto per ringraziarti del bel commento, ho notato che mi avevi anche linkato sul tuo blog, ricambio con piacere la cortesia! Ci si rilegge ;)

eddyworld ha detto...

Salve Davide
Grazie mille.^__^
Onoratissimo.
Ti seguo da un bel pò e leggo sempre volentieri le tue recensioni competenti e votate al dettaglio significativo
Complimenti.
Ottimo blog informativo.
A Prestissimo
Edu

Alberto Di Felice ha detto...

Mi aggiungo ai complimenti. Fa pensare l'accostamento con Rourke, nonostante io creda che i due abbiano avuto vite nell'insieme diverse. Da parte mia però il dolore per l'uomo è più forte, in questo caso: se a noi piace riflettere sui fenomeni e sull'immagine, questi sono sempre fatti di storie (più o meno ondivaghe). Quell'uomo giovane e bellissimo che muore adesso in questo modo mi rattrista molto.