"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 5 dicembre 2012

Torino 30: Happy End

Torino 30: Happy End


Alla fine degli anni Novanta, il Torino Film Festival si era conquistato sul campo la palma di miglior festival d'Italia. Articoli di giornale celebravano la proposta qualitativa dei suoi programmi ritenendola superiore a quella di Venezia e magnificavano le scoperte e le rivalutazioni di autori spesso erroneamente considerati “minori”. Fast-forward: è l'1 dicembre 2012 e, durante la premiazione finale, il sindaco di Torino, Piero Fassino, ribadisce che il Torino Film Festival non è una manifestazione “da red carpet”, ma un appuntamento che punta alla qualità della proposta. Alla luce dei presupposti sopra elencati potrebbe apparire una considerazione quasi lapalissiana, ma smette immediatamente di esserlo se si considera quello che è accaduto nei circa quindici anni che descrivono questo intervallo: il mercato si è saturato di offerte festivaliere, ha prevalso la logica perversa della prima mondiale e dei grandi nomi “a tutti i costi”, mentre la politica ha messo il naso dove non doveva, rischiando di scardinare il sistema. Il fatto quindi che sia un politico, oggi, a ribadire la stabilità della formula torinese è un segnale importante, pur nella consapevolezza di quanto aleatorie e contraddittorie, spesso, siano le parole di chi indossa le insegne istituzionali.
 
Il trentesimo Torino Film Festival, in perfetta continuità con quanto sinora enunciato, è stato dunque l'elemento certo in un panorama sempre più caotico, il classico appuntamento che, alle critiche, ha opposto “cristianamente un altro film”, per dirla alla Lucio Fulci, continuando a cercare e a scavare mentre intorno fioccavano le chiacchiere e le polemiche più o meno pretestuose (e nel mucchio ci va anche quella innescata da Ken Loach e subito abbracciata dai “barricaderos” della Rete, nonostante l'evidentissimo errore di comunicazione compiuto dal regista inglese). Mi piace questa idea di uno spazio che crede ancora “possibile” parlare di cinema per ciò che esso vuole dirci, crea l'illusione di un tempo e di un luogo maturo e concreto, dove la presenza di madrine d'eccezione come Claudia Gerini o Ambra Angiolini non diventa l'elemento catalizzatore, ma ciò che dovrebbe sempre essere: uno dei tanti elementi propedeutici alla fruizione e al funzionamento della manifestazione nel suo complesso.
 
In virtù di tutto questo, il finale dell'epoca Gianni Amelio ha mostrato la voglia di lasciare qualcosa, diciamo pure una pesante eredità per chi verrà dopo: non è stato un “finale col botto”, né la migliore edizione dell'ultimo lustro, ma un festival sicuramente solido, che è quanto più dovrebbe interessare, più della costante (e snervante) ricerca del capolavoro a tutti i costi - pratica, sia detto, alquanto infantile e figlia di una cinefilia bulimica e incapace di valutare con serenità la bontà dell'offerta media. Nell'articolo di presentazione scrivevo che mi aspettavo delle sorprese e queste non sono mancate: è ancora presto per valutare l'impatto che avranno sul cinema registi come il vincitore James Marsh, il Mikael Marcimain di Call Girl o il Kamal K.M. di I.D. (solo per limitarmi ai titoli in Concorso). No, ciò che più mi ha coinvolto è stata la forza e la coerenza dei percorsi tematici che hanno descritto un festival capace di stare a metà fra l'analisi della storia recente (con la sua indagine a tutto tondo sulle zone oscure degli Anni Settanta), l'alienazione del contemporaneo (protagonista nella sezione Concorso) e il gioco prezioso di ossessioni/fobie e derive dell'immaginario oscuro di Rapporto Confidenziale, senza dimenticare l'autentico divertimento di un'offerta molto varia. Uno sguardo a 360° che, all'uscita dalla sala, hanno lasciato il pubblico con la percezione abbastanza netta delle direzioni perseguite dal cinema in questo momento.
 
Tutto si riflette in questa struttura rigidamente porosa, dove ogni spazio intrattiene una dialettica con gli altri: la ricerca di Onde, sezione dedicata al cinema di ricerca, ad esempio, sta a metà fra la sperimentazione radicale di pellicole come Invisible e la qualità anche schiettamente popolare (pur nelle sue sperimentazioni linguistiche) di titoli come Le gouffres e Tabù di Miguel Gomes. Allo stesso tempo, Festa Mobile è tanto un canonico “fuori concorso” quanto un'appendice delle sezioni retrospettive, con la riproposta di classici come Viaggio in Italia. Ecco, se lo vedi dall'esterno il festival a prima vista ti appare magmatico, quasi incoerente, poi lo studio del programma rivela una pianificazione capace di descrivere aree ben precise, ma lasciando sempre occasioni di smarginamento, perché non si può chiedere al cinema di essere cartesiano quando le pulsioni spesso sono prettamente emotive.
 
Quest'anno, peraltro, la prima impressione era anche quella di un festival con qualche sbavatura a livello organizzativo: le lunghe code dei giorni iniziali non sono state provocate soltanto dall'aumento di pubblico (intorno al 20%, alla faccia della crisi), ma anche da alcune carenze logistiche. Eppure alla fine tutto è rientrato nei ranghi, il sistema si è riassestato in fretta e, almeno per quanto mi riguarda, non sono mai rimasto fuori dalla sala, anche quando la fila iniziava a parecchi metri di distanza.
 
Un'edizione-bilancio, insomma, consapevole del passato che ormai avvolge il marchio “TFF” e con un'eredità che deve andare avanti. Scherzosamente verrebbe da fare un paragone con Skyfall, l'ultimo film di James Bond, ricco e composito, ma con lo sguardo sempre saldamente ancorato alla tradizione. E mi consola apprendere, da fonti interne, che una delle idee dello staff - poi purtroppo scartate - riguardava anche un possibile omaggio a 007: sarebbe stata una divertente quadratura del cerchio!

3 commenti:

fabio ha detto...

ehy dav, alla fine se proprio dovessi scegliere il film che più ti è piaciuto di questo festival quale sceglieresti?? :-)

ah ps: per restare in tema e di pochi minuti fa la notizia che l'uscita internazionale di Lords of Salem sarà il 26 aprile, speriamo anche da noi in italia....

Davide Di Giorgio ha detto...

"Lords of Salem" è già stato comprato da parecchio per l'Italia, il titolo sarà "Le streghe di Salem". Il punto è se lo taglieranno o meno.

Ci sono stati vari film che mi sono piaciuti allo stesso modo, non riesco a sceglierne uno solo.

fabio ha detto...

Si si sapevo del titolo e la Notorius mi ha risposto per e-mail che uscirà in contemporanea con gli USA ;-) stando a quello che si dice la ditta punta a farlo uscire integro.... speriamo.

Quanto al festival, capisco, quando i film belli sono tanti è dura scegliere ;-)