"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 9 luglio 2012

Sunshine

Sunshine

2057. Il sole si sta spegnendo e l'astronave Icarus II è in viaggio per scaricare un ordigno nucleare nel cuore della stella, in modo da rivitalizzarla. La missione in realtà fa seguito a quella dell'Icarus I, che ha fatto perdere le sue tracce senza essere riuscita a portare a termine il suo compito. L'equipaggio comprende tecnici e scienziati altamente qualificati, ma la missione è in ogni caso lunga e complessa, tanto da lasciare spazio a tensioni all'interno del gruppo. Arrivata in prossimità di Mercurio, l'astronave riceve però un segnale di emergenza proveniente dall'Icarus I. Su consiglio di Capa, il fisico dell'equipaggio, si decide di raggiungere il relitto della nave per recuperarne l'ordigno, in modo da rendere più probabile il successo della missione. Ma una serie di problemi provoca una catena di danni all'Icarus II e di perdite umane. Lentamente inizia a emergere la possibilità che all'interno dell'equipaggio possa nascondersi un sabotatore.


“Sunshine”, ovvero la luce del sole. È allo stesso tempo l'obiettivo finale da raggiungere (rivitalizzare la stella) e il nemico da abbattere, la barriera da superare per poter riuscire a relazionarsi con un corpo celeste morente, ma ancora oltre le capacità percettive dell'occhio umano. Si può dire che il perimetro descritto dalla pellicola di Danny Boyle sia proprio qui, nell'intervallo all'interno del quale è possibile vedere la luce senza restarne abbagliati. Che poi, per un bellissimo paradosso, è anche quello in cui il buio è ancora uno spazio abitabile. In effetti la sfida è tanto più intrigante quanto più ci si rende conto delle implicazioni che porta con sé: Sunshine è un film che gioca con gli opposti. Si cerca la luce, ma si vive nel buio. Di più: Searle, lo psichiatra del gruppo, ci spiega che l'oscurità è assenza, il vuoto in cui il corpo galleggia in piena privazione sensoriale (ricordate Stati di allucinazione?). La luce, invece, è qualcosa che si compenetra all'essere umano, lo investe e lo ingloba. È come se lo definisse, lo rendesse “pieno”.

Sintetizzando, il buio è filosoficamente assenza di vita, è il nemico, quello che non offre prospettive che non siano quelle della morte per progressivo spegnimento. Ma a conti fatti descrive invece l'unico spazio in cui è possibile agire, per mantenere ancora il senso della propria missione. È un luogo fisico, materiale, all'interno del quale il corpo è pienamente in possesso delle proprie facoltà percettive. È in definitiva, il luogo in cui il nostro occhio limitato riesce ancora a vedere. Il buio è la Terra, che proprio nell'oscurità va lentamente avvolgendosi. Viceversa la luce è la vita, ma è più ancora la metafora di uno sviluppo evolutivo senza fine che può portare l'umanità a una costante progressione. Di conseguenza, è lontana, inafferrabile, e alla sua piena potenza acceca: è un potenziale, che può essere raggiunto solo con il più alto sviluppo tecnologico. Non a caso il risveglio del Sole può essere garantito solo dallo sgancio di un dispositivo che è frutto dell'umano ingegno.

In ragione di questi dualismi, il film può essere inquadrato da due diverse prospettive: c'è un aspetto eminentemente spettacolare, in cui si gioca proprio con i capovolgimenti offerti dal continuo ribaltamento dei significati connessi alla luce e al buio. Boyle lo porta avanti con consumata abilità, riesce a generare suspense e a porre lo spettatore di fronte ai doverosi interrogativi sulla sopravvivenza dei personaggi. Un po' thriller, un po' fantahorror, ancor meglio se connesso direttamente ai corpi, che vengono infilzati, congelati, bruciati: un body-horror che diventa body-count, insomma, con la missione che va incontro a un numero sempre maggiore di perdite umane per colpa dell'intruso di turno. Più che a Alien, però, pensate a Punto di non ritorno, di Paul W.S. Anderson: ci siete? Bene, questo è ciò che quel film poteva essere se non si fosse arenato sulle facili direttrici del genere.

Già, perché la seconda prospettiva è fornita proprio dall'ambizione, quella che, comprese le potenzialità dell'idea, decide di sfruttarle appieno per andare oltre. Boyle cerca cioè di superare la facile dicotomia Sole/Tenebra, per poter finalmente afferrare la luce. Vuole che l'occhio riesca a vedere il Sole! Quando il capitano Kaneda soccombe al bagliore solare, infatti, Searle gli chiede “che cosa vedi?”. Rivitalizzare il Sole non è soltanto una questione di continuare a fornire energia alla Terra, ma di affermare la capacità umana di poter finalmente superare i limiti imposti da un occhio che non riesce a catturare la luminosità senza esserne soverchiato. La posta in gioco è dunque proprio quella offerta dall'enunciazione dello stesso Searle: il buio è assenza, la luce è presenza e occorre recuperarla, farla propria.

Il gioco si fa filosoficamente raffinato, ma a Boyle non interessa emulare Kubrick o Tarkovskij, quello che gli preme è elaborare visivamente questo superamento percettivo, per rilanciare ancora una volta una sfida, e ricreare così un cinema che lo spettatore debba sentire addosso, come già successo con 28 giorni dopo. L'uomo di luce, il sabotatore, è dunque ritratto sempre fuori fuoco, come a riprodurre quell'intervallo in cui lo sguardo cerca di riprendersi dall'abbaglio. E la sua sconfitta, che poi rappresenta anche la riuscita della missione, coincide con il momento in cui Capa riesce finalmente a restare immobile davanti alla massima luminescenza senza restarne accecato, ma alzando invece il braccio come a voler/poter afferrare il muro di fuoco che ha davanti a sé.

Il film risulta pertanto di grande fascino visivo, ma è qualcosa in più di un semplice esercizio di tecnica, è un tour de force stilistico con un'anima profonda, che permette alla fantascienza di riverberare sfide adulte che sembravano destinate a restare nel passato.

In attesa di vedere cosa ci riserverà Prometheus può essere una buona idea recuperarlo.


Sunshine
(id.)
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Alex Garland
Origine: UK, 2007
Durata: 107'

3 commenti:

Alessandra ha detto...

Bellissimo film di fantascienza, ma dai significati molteplici, come quelli che hai ampiamente sviscerato in questo bel post. Uno dei migliori di Boyle in assoluto.

Ale55andra

Davide Di Giorgio ha detto...

Grazie Alessandra, non ho visto tutti i film di Boyle, ma al momento anche per me questo è uno dei suoi migliori!

Death ha detto...

Gran film Sunshine, un paio di scorci sono assolutamente mozzafiato anche se la sceneggiatura in certi frangenti si fa un po' kitsch (il superboss finale è un po' campato in aria, ma ci sta...).
Peccato che poi Boyle si sia sfessato in India...