"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 19 settembre 2011

Contagion

Contagion

Beth Emhoff contrae una nuova e misteriosa malattia in seguito a un viaggio d'affari a Hong Kong. Portata in ospedale dal marito Mitch, muore immediatamente ed è di poco seguita dal figlio. Le autorità si mobilitano per circoscrivere e studiare il nuovo e minaccioso virus, in una corsa contro il tempo mirata a fermare il macabro conteggio delle vittime, che va aumentando di giorno in giorno. Il mondo precipita gradualmente nel caos, fomentato da blogger come Alan Krumwiede, che cavalca l'onda della paranoia diffondendo dati sui segreti custoditi dalle case farmaceutiche e su eventuali cure al morbo. Nel frattempo Mitch è fra i pochi a essere dichiarato immune e per impedire che anche la figlia Beth sia infettata si chiude in casa con lei, cercando di resistere fino al termine dell'epidemia e alla diffusione del vaccino su scala mondiale.


Rispettare e sovvertire, in una parola: innovare. Nel mettere mano a un genere classico come il disaster-movie, Steven Soderbergh utilizza un approccio al contempo filologico e infedele rispetto ai modelli conclamati - ciascuno scelga pure quelli che ritiene più opportuni essendo la lista molto lunga. Da un lato abbiamo infatti l'evoluzione esponenziale del male e il conseguente precipitare del mondo nel caos, saggiamente evidenziata dalla presenza di corpi iconici che, colpiti inesorabilmente dal morbo, urtano la sensibilità e l'immaginario dello spettatore, non abituato a vedere violate le immagini immutabili e perfette dei divi. Con consumata abilità la scelta cade su personaggi a volte insospettabili, creando svolte narrative a tratti cariche di un forte pathos e che lasciano aleggiare l'interrogativo dell'impotenza: chi è realmente destinato a salvarsi in un meccanismo che appare simile a quello della roulette russa?

Allo stesso tempo, però, Soderbergh lavora su una traccia visiva che gli è fornita dalla giustapposizione di ambienti diversi, mediando fra la necessità spettacolare di un meccanismo che ha bisogno di totali e luoghi aperti e devastati, e una sensibilità “da camera” che si estrinseca attraverso spazi definiti e chiusi. In tal modo si viene a creare una dicotomia “dentro/fuori” che è scontornata con intelligenza da un uso del digitale (il film è girato con macchine RED) capace di creare impasti di colore dal sapore vagamente impressionista e che a tratti sembra riecheggiare persino le scelte cromatico-oniriche del cinema di Wong Kar-Wai. Questa scelta si avvantaggia del doppio registro impresso alla narrazione dalla necessità e dal timore del contatto con l'altro. Se infatti il morbo si trasmette con il semplice tocco dei corpi, la possibilità di stabilire un momento d'unione fra le persone diventa contemporaneamente la minaccia più concreta, ma anche la prospettiva più agognata (perché impossibile).

Ciò risulta evidente soprattutto nei personaggi di Mitch (il sempre grande Matt Damon) e di sua figlia Jory, costretti a vivere in una sorta di limbo e ad agognare un contatto con l'esterno che pure la situazione di caos rende estremamente improbabile e difficoltoso. A contraltare di questa situazione difensiva sta il triste destino della moglie e madre Beth, che ha contratto la malattia in una circostanza di estrema socializzazione, al punto da disperdere il proprio ruolo in un tradimento che rivela come la mancanza di una visione comune con il marito fosse già embrionale nel loro nucleo: il virus diventa così una manifestazione tangibile di un isolamento già presente, e naturalmente il film lo estende a vari livelli, rendendo la pandemia una sostanziale metafora della moderna incomunicabilità.

Da questo punto di vista è interessante notare come le vittime del contagio tentino un approccio con l'esterno nell'unico modo possibile, attraverso la tecnologia: le macchine sostituiscono il contatto fisico in una sorta di virtualizzazione della comunicazione che è il contraltare perfetto all'immaterialità del contagio, la quale si riflette a sua volta nel particolare look “digitale” del film.

In questo modo Soderberg riesce a modernizzare uno schema altrimenti desueto e a immergerlo in una contemporaneità che è centrata a livello innanzitutto visivo e tematico, prima ancora che narrativo. Pertanto l'evoluzione del male non si ferma alla propagazione fattuale del virus, ma è implementata da un esubero comunicativo che aggiunge elementi a una situazione di caos: il mondo di Contagion è una cacofonia di suoni che stridono e mappano una situazione sociale alla deriva, dove addirittura il significato stesso di comunicazione viene ben presto sovvertito. L'emblema di questo rovesciamento è il personaggio di Alan (un ottimo Jude Law), sorta di nuovo messia della realtà virtuale, che immette – come un virus – informazioni inesatte nella Rete generando una pandemia digitale che rispecchia, contestualizza e rafforza quella reale e innesca un gioco di rimpalli con la stessa. Nell'economia del racconto, Alan rappresenta lo speculare del Whitacre visto nel precedente The Informant! o del simpatico Ocean della trilogia con George Clooney: in tutti i casi, infatti, questi personaggi rappresentano l'elemento destabilizzante che fa emergere le falle del sistema e ne rivela la pochezza, ma in questo caso senza il corollario della bonaria ironia che rendeva quei precedenti esempi godibili e ameni. Al contrario stavolta la sensazione è quella di un nervo scoperto che viene colpito con precisione.

Proprio la complessità e l'eterogeneità degli elementi e dei livelli chiamati in causa riescono a restituire un'idea di kolossal per il resto abbastanza schivata da uno stile registico che appare molto agile e alieno alle pesantezze del blockbuster. E se il risultato globale può a tratti dare l'impressione di un certo narcisismo, basta la bellissima sequenza in cui il salotto di casa Emhoff viene reinventato come sala da ballo per Jory a rinnovare l'emozione e l'impressione che forse, più che della fine, questo sia il racconto di una possibile ricostruzione.


Contagion
(id.)
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Origine: Usa, 2011
Durata: 106'

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono d'accordissimo sulla metafora della notizia che si espande come un virus, è forse la cosa che ho apprezzato di più nella pellicola.

Ale55andra

Anonimo ha detto...

Per me che sono ipocondriaco questo film (grandioso) mi ha messo una tale angoscia che son uscito dalla sala e mi sentivo addosso i sintomi del contagio :-(
Cmq non ce che dire un gran bel film, Soderbergh fa un ottimo lavoro nel gestire tutti i personaggi e le varie vicende.
Ottimo poi il finale. un film da vedere assolutamente.
Jude Low e la Winslet poi sono da oscar.

Fabio