"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 22 febbraio 2010

Pontypool

Pontypool

Pontypool è una tranquilla cittadina dell’Ontario dove Grant Mazzy ha trovato lavoro come speaker radiofonico: è molto bravo, ha la voce giusta, anche se tende a volte a esagerare, afferma di “non voler fare prigionieri” attirandosi così i rimproveri della produttrice. Il mondo intanto sta cambiando: giungono notizie frammentarie su misteriosi attacchi di massa da parte di gente impazzita e lentamente si inizia a fare strada l’ipotesi che forse sia in atto un’epidemia. E ben presto si scoprirà che il male si propaga attraverso le parole…

La voce è il corpo di Pontypool: non solo perché il virus che la storia pone in essere si propaga attraverso le parole, ma anche e soprattutto perché è la voce di Stephen McHattie a dettare principalmente il ritmo del racconto. E’ una voce calda, profonda, ha carattere e sa mescolare l’impostazione necessaria per il lavoro da speaker con una certa naturalezza colloquiale, che trasmette sicurezza ed empatia con lo spettatore. E’ una voce che per questo va preservata, quasi “staccata” dalla persona cui appartiene, che vorrebbe usarla per uscire dagli schemi canonici di un rigido palinsesto radiofonico, prendersi delle soddisfazioni e che, ci viene lasciato intuire, forse in passato ha anche causato qualche problema al nostro, che ora si aggrappa a quel lavoro dopo averne persi altri.

Nel fare dunque della voce dell’attore il principale fulcro del film, Bruce McDonald adotta però una prospettiva inconsueta, rendendoci partecipi di ciò che accade dietro il vetro dello studio radiofonico: non siamo quindi soltanto ascoltatori, ma anche spettatori dell’uomo dietro il microfono, partecipi delle sue ambizioni e della sua sorpresa, ma anche complici del suo universo fittizio. Il mondo di Grant, infatti, nasconde delle false verità: il collegamento con l’elicottero del servizio meteorologico ad esempio è finto, perché l’inviato gira la contea in auto e il rumore d’elica in sottofondo è preregistrato. L’isolamento dello speaker all’interno della cabina rappresenta dunque un limite che il film tenterà varie volte di valicare, sia fisicamente (ad esempio quando la ragazza che svolge il ruolo di fonico verrà posseduta e si scaglierà con violenza contro il vetro), sia idealmente attraverso il male propagato dalle parole. Tutto questo lo apprendiamo progressivamente, attraverso una serie di situazioni e dialoghi che permettono al film di rivelare i vari dettagli di una storia che, per la sua intera durata, continuiamo stabilmente a seguire fra le quattro mura dello studio radiofonico, in ossequio alla regola del low-budget movie.

Nell’attesa del precipitare degli eventi, quindi, il film prosegue attraverso un crescendo che segue le tipiche dinamiche progressive dell’assedio: i primi sintomi del male dilagante arrivano come voci incontrollate nell’etere, cui poi seguono una serie di riscontri (sempre auditivi) attraverso telefonate o comunicazioni. Qui il film gioca le carte del thriller ma anche quelle dell’omaggio alla celebre Guerra dei mondi di Orson Welles, dimostrando come in fondo i meccanismi di propagazione del panico siano universali e sempre reiterabili, e cercando sempre di mantenere la parola al centro del racconto.

Nella seconda parte, però, il tono cambia, e la tendenza generale è quella, pur non abbandonando totalmente le meccaniche del puro racconto di genere, di compiere una riflessione sulla insensatezza intrinseca della parola in quanto veicolo del caos. Ecco dunque le spiegazioni del caso intrecciarsi con le manifestazioni della follia attraverso la ripetizione involontaria di singole parole che, come agenti del morbo, si installano nel cervello dell’infetto conducendolo a una eterna coazione a ripetere fino al decadimento fisico. I modi per fermare il male sono due: abbandonandosi al puro istinto distruttivo (come fanno, per l’appunto, gli infetti) oppure – e qui l’ironia si fa decisamente pungente – evitando l’uso della lingua inglese. I protagonisti si vedono quindi costretti dapprima a parlare in francese e poi a creare una ulteriore lingua (che per molti aspetti è una non lingua) attraverso il cambiamento di senso delle parole.

Il film cerca quindi di dare seguito a questo flusso di idee, non preoccupandosi di mantenere una autentica coerenza espressiva, tanto che lo spettatore è mantenuto in uno stato d’animo a metà strada fra l’orrore e il divertimento, per la bizzarria della storia, ma anche per le interessanti implicazioni che la stessa offre. E’ interessante soprattutto il tentativo di non accontentarsi della semplice validità dell’idea: il film, infatti, non pone in essere una situazione per poi sfruttarla semplicemente in senso spettacolare, ma porta avanti una riflessione che permette l’approdo a un finale (incastonato fra i titoli di coda) all’insegna del puro nonsense. La dinamica, insomma, è la stessa che regola i giochi di parole o i paradossi verbali (e non a caso il film si apre proprio su uno di questi, che si diverte a scomporre più volte il titolo): dare forma a una sovrapposizione/scambio di senso. Bella sfida da rendere a livello cinematografico, senza dubbio.

Presentato all’edizione 2009 del Torino Film Festival, il film non ha ancora una distribuzione italiana: considerata l’importanza che la voce dell’attore Stephen McHattie riveste nell’economia del racconto, si consiglia in ogni caso di provvedere a visionare il lungometraggio nella versione originale, senza attenderne una doppiata.

Pontypool
Regia: Bruce McDonald
Sceneggiatura: Tony Burgess, dal suo romanzo Pontypool Changes Everything
Origine: Canada, 2008
Durata: 96’

Sito ufficiale di Pontypool
Intervista a Bruce McDonald (in inglese)
Intervista a Tony Burgess (in inglese)
Videointervista a Stephen McHattie (in inglese)
Pontypool su Wikipedia inglese
Trailer di Pontypool

4 commenti:

Tamcra ha detto...

Ma allora è vero che "il linguaggio è un virus"! Allego qui la definizione di Meme :
http://it.wikipedia.org/wiki/Meme

Davide Di Giorgio ha detto...

Ciao Tamara, grazie per questa postilla, molto interessante e gradita, come lo sono sempre i tuoi interventi.
A presto!

alessio.gradogna ha detto...

Come sai a me non è piaciuto affatto. O meglio, l'ho trovato intrigante nella prima mezz'ora, e disastroso nel resto. Peraltro vedo che molti l'hanno apprezzato, e come sempre rispetto la tua idea e leggo comunque con interesse la tua analisi.

Anonimo ha detto...

L'ho visto ieri sera e devo dire che l'ho trovato veramente ottimo, tranne qualche piccola caduta fin troppo insistita nell'ironia verso il finale e qualche spiegone del dottore di troppo. Si concorda comunque alla grande!

Ale55andra