"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 5 giugno 2013

Solo Dio perdona

Solo Dio perdona

Julian è americano, ma è fuggito dal suo paese dopo aver commesso un crimine e si è rifatto una vita a Bangkok, dove si dedica allo spaccio di droga, sfruttando come copertura un club di boxe che gestisce con il fratello maggiore Billy. Questi, però, un giorno uccide una prostituta e viene a sua volta eliminato dal suo protettore. La madre dei due fratelli, Jenna, giunge così in Thailandia per recuperare il corpo del primogenito e per assicurarsi che il suo assassinio sia vendicato. Julian però non vuole e non può portare avanti quella vendetta, tante sono le emozioni che lo agitano e che lo costringono a fare i conti con il proprio codice etico e con i tormenti che affondano nella sua storia personale.


Non ce ne eravamo accorti, ma probabilmente il western italiano ha rappresentato davvero quel momento di liberazione dei codici espressivi, quella nouvelle vague “dal basso”, all'insegna della sperimentazione e del lavoro sui codici espressivi che ricordava Marco Giusti ai tempi della retrospettiva di Venezia 2007. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, nella stessa stagione, sia Quentin Tarantino con il “suo” Django, che Nicolas Winding Refn si rifacciano nominalmente al genere dei pistoleri d'Almeria. Certo, nel caso di Solo Dio perdona la citazione è quasi tutta concentrata nel titolo, in ossequio alla libertà espressiva di cui sopra, per cui il western è più un luogo dell'anima, un coacervo espressivo che trova la sua compiutezza solo allontanandosi dagli elementi più appariscenti del genere. Per il resto siamo infatti totalmente addentro all'universo tematico e al percorso espressivo che il regista danese ha già intrapreso da tempo, attraverso le opere della sua filmografia più recente.

Da questo versante, Solo Dio perdona è un esempio purissimo di cinema portato avanti con coerenza e in barba alle mode: troppo facile, infatti, chiedere un altro Drive a un regista che, pur nella natura apparentemente “chiusa” e concentrazionaria dei propri stilemi è per il resto assolutamente apolide e trasversale rispetto alle possibili influenze. Così, dopo il Nord Europa vichingo di Valhalla Rising, l'Inghilterra di Bronson e l'america del sopracitato Drive, stavolta il territorio in cui collocare il proprio idealissimo western è la Thailandia, set reinventato e traslato in una ipotetica terra di nessuno in cui finiscono per confluire combattimenti clandestini di Muay Thai, poliziotti samurai inflessibili e spietati, pulsioni edipiche e vendette incrociate.

Refn costruisce il suo arazzo affondando tutta la storia in un tono ieratico e solenne che trasporta ogni gesto direttamente nei territori del mito (e in questo si vede la sua particolare assimilazione del western nostrano), ma allo stesso tempo crea un tessuto narrativo che è totalmente onirico: utilizza giustapposizioni di montaggio che danno forma a impossibili dinamiche di campo/controcampo, innesta inserti visionari in cui i protagonisti sembrano predire il loro futuro e sfrutta consapevolmente una vicenda ridotta ai minimi termini, lasciando spazio al sangue e a una violenza che ha un sapore rituale e per questo necessario. Un tempo lo si sarebbe definito un cinema “monade”, ridotto, per l'appunto, ai propri elementi essenziali, in cui si rispecchia l'intero universo osservato: un cinema dunque che è puro piacere della visione, ma anche un'autentica danza di ombre.

Non a caso, le dinamiche in campo sono affidate più al gioco dei corpi attoriali, che ai dialoghi e alle svolte narrative vere e proprie: in un cinema così assolutamente “assorto”, il ruolo del protagonista è affidato a un Ryan Gosling la cui ricercata monoespressività gli permette di essere terreno di coltura per pulsioni fra loro contraddittorie e ben incarnate dal rimpallo fra i due principali antagonisti. Da un lato la madre, una strepitosa Kristin Scott Thomas, l'unico corpo inquieto del film, capace di essere realmente se stessa, di portare sul set tutto il suo bagaglio di consumata interprete della scuola britannica, istintiva, nervosa, creatura di carne anche passionale, grazie all'evidente contraddizione fra il suo personaggio e il canone codificato dalle sue precedenti (e consuete) interpretazioni, che ce l'avevano sempre consegnata come figura eterea e un po' snob. Sembra in questo caso che Refn si sia ricordato dell'irrequietezza espressa dall'attrice già ai tempi dello splendido Luna di fiele (e certamente solo lui poteva usare la Thomas per creare un ponte con Polasnski).

L'altro vertice del triangolo è invece il padre, assente nei fatti, ma qui incarnato dalla figura vicaria dello strepitoso Vithaya Pansringarm, giudice e ideale Dio chiamato in causa dal titolo, l'autentico “cattivo” della vicenda, l'ostacolo da battere ma anche l'ideale da raggiungere nella traslazione finale che guarda direttamente al lirismo sacrificale di Valhalla Rising. Non a caso Pansringarm sembra riecheggiare proprio il sublime dualismo del One Eye di Mads Mikkelsen per come unisce una sostanziale indeterminatezza fisica (tanto da permettersi anche estemporanee sessioni di canto al karaoke) con una potenza distruttiva che non conosce eguali e che riecheggia la preferenza dell'autore per le dinamiche dell'Antico Testamento, chiamate direttamente in causa quando il poliziotto “punisce” il faccendiere Byron, reo di non voler vedere né sentire, infierendo sulle sue orecchie e sugli occhi.

E' un triangolo che, peraltro, sostiene un'impalcatura parimenti ondivaga, dove l'universo narrativo è totalmente coniugato al maschile, con figure unificate da legami filiali o parentali, dove le donne non possono far altro che “chiudere gli occhi” mentre gli uomini portano avanti i loro reciproci interessi distruttivi o vendicativi, o consumano tensioni e rivalità che affondano nei traumi del passato. Ma, allo stesso tempo, è una sorta di mondo che protende al femminile, per i desideri che sottende, le pulsioni di latente incestuosità e i legami affettivi che tenta di costruire, ma che si concretizzano più che altro in una sorta di voyeurismo impotente, come dimostra la visione della prostituta che si masturba davanti a un Julian al contempo affascinato e turbato dal gesto.

Un cinema, dunque, apparentemente calmo in superficie, ma agitato nel profondo e che per questo riesce a creare la sintesi fra le proprie pulsioni autoriali e le derive da tanto cinema di genere del passato: all'interno possiamo infatti ritrovarci, oltre al western nostrano, certe suggestioni dai b-movie action degli anni Ottanta (in particolare alcune cose della Cannon o di registi come Mark L. Lester) e le epiche del chanbara eiga, il tutto riletto in una chiave visiva vicina a certe solennità kubrickiane (il direttore della fotografia Larry Smith, non a caso, è lo stesso di Eyes Wide Shut) o del David Lynch di Twin Peaks. L'operazione, in senso lato, non è dissimile da quella attuata da Rob Zombie con il suo magnifico Le streghe di Salem: entrambi sono film che partono da generi molto precisi per poi guardare oltre. Entrambi sono film vergini e radicali.


Solo Dio perdona
(Only God Forgives)
Regia e sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Fotografia: Larry Smith
Musiche: Cliff Martinez
Montaggio: Matthew Newman
Origine: Francia/Danimarca/Thailandia/Usa/Svezia, 2013
Durata: 90'


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4 commenti:

myers82 ha detto...

Ottima rece, direi che hai colto nel segno quando hai detto che questo film è calmo solo sulla superficie, è la stessa sensazione che ho provato io, perchè quei lunghi momenti di silenzio e dove praticamente non accade nulla sono TUTTI preamboli di quiete prima della tempesta.
Sebbene forse mi aspettavo qualcosina di più (il Refn best of per me resta Drive) trovo cmq che Solo Dio perdona sia un film visivamente straordinario e che svela ad ogni inquadratura il talento di questo grande regista

Sciamano ha detto...

Recensione ricca di sfaccettature, il collegamento con il film di Rob Zombie era venuto pure a me ma ho evitato di inserirlo nella mia rece, onde evitare di gettare benzina sul fuoco: il film di Refn è stato accolto malissimo, quasi ai livelli del film di Zombie.

Davide Di Giorgio ha detto...

Ed è proprio quello infatti il motivo per cui io il collegamento l'ho voluto fare assolutamente :-)

Sono entrambi dei grandissimi film ;)

myers82 ha detto...

In realtà ragazzi questo di Refn è stato "accolto" molto peggio di quello di Rob, quello di Rob ha si spaccato in due il pubblico, ma vanta numerossissimi estimatori, che forse,sono, seppur di poco superiori ai detrattori.

Questo di Refn, sia nei blog, siti italiani, siti stranieri, insomma un po ovunque è stato DISTRUTTO, mi sa che noi e forse qualche altro blogger ne ha parlato bene.

Ad ogni modo buttatecela la benzina sul fuoco, è questo il bello XD, se il pubblico non apprezza due film come questi (che IMHO non sono stupendi ,ma cmq sono molto interessanti e visivamente ottimi) il pubblico si merita tutta la cacca di Twilight e dei cinepanettoni ;-)