"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 4 marzo 2013

Il mago di Oz

Il mago di Oz

Dorothy Gale vive nel Kansas, nella fattoria degli zii, ma un giorno un tornado spazza via l'abitazione, e la ragazza si ritrova così nel regno fantastico di Oz. Per tornare a casa, Dorothty deve quindi raggiungere la Città di Smeraldo e chiedere aiuto al potente Mago, l'unico in grado di aiutarla. Durante il viaggio, Dorothy conosce poi tre nuovi amici: lo Spaventapasseri, l'Uomo di Latta e il Leone Codardo, che decidono di recarsi con lei dal Mago per ottenere rispettivamente un cervello, un cuore e il coraggio. Ma quando il Mago accetta di riceverli, pone una condizione per aiutarli: dovranno prima eliminare la perfida Strega dell'Ovest, che l'ha giurata a Dorothy da quando la sua casa, atterrando a Oz, ha ucciso la sua collega dell'Est.


A pensare che l'Oscar del 1940 era conteso fra Via col vento e Il mago di Oz si rischia di restare immobilizzati come l'Uomo di Latta, non per la ruggine, ma per lo stupore: perché vuol dire che due fra le più importanti pellicole del cinema sono uscite praticamente nello stesso momento! Inoltre – aspetto non meno curioso – entrambe recano la firma dello stesso regista: Victor Fleming. In realtà il film ebbe una lavorazione abbastanza travagliata, tipica del periodo d'oro dello Studio System, tanto che vari registi si succedettero dietro la macchina da presa, non accreditati: Norman Taurog girò un breve test e poi Richard Thorpe iniziò ufficialmente le riprese, salvo essere poi rimpiazzato con George Cukor. Ma il regista era già stato scelto per dirigere proprio Via col vento e così subentrò Fleming. Quando poi le gesta di Rossella O'Hara richiesero un cambio di regia, Fleming fu dirottato sull'altro set, e il film fu terminato da King Vidor: il regista di Duello al sole, però, decise di non rivelare il suo coinvolgimento nel film fino alla scomparsa di Fleming, cui era legato da una forte amicizia. In tutto questo una mano la mise anche il produttore Mervyn LeRoy della MGM, che del film può essere considerato il “vero” autore.

Questo gioco di scambi e apparenze è fondamentale per comprendere la particolare natura del film, tutta giocata proprio sul contrasto fra ciò che sembra e ciò che realmente è: d'altra parte nessuno si è mai chiesto per quale motivo Dorothy voglia abbandonare un posto così bello e colorato come Oz per tornare nel grigiore del Kansas a scontrarsi con la perfida Miss Gulch? Qualcuno magari obietterà che all'inizio la piccola sogna un mondo oltre l'arcobaleno, ma è un dato di fatto che appena mette piene nel regno incantato il desiderio di tornare a casa sovrasta ogni altra cosa. E' la chiave per comprendere come il racconto sostanzialmente ponga la realtà come ambito “giusto” e l'altrodove fatato come un mondo evanescente e a conti fatti indegno di essere considerato come proprio. L'espediente stesso di dare ai personaggi di Oz le fattezze dei comprimari di Dorothy nella fattoria del Kansas (inesistente nel romanzo originale di Baum) mira a fare di Oz un semplice sogno (magari un incubo) per una rete di relazioni personali che stanno tutte nella realtà.

Questo perchè Il Mago di Oz, sfrondato dalla sovrastruttura musical e fantasy, è un film che respira del tempo problematico in cui viene realizzato: gli Stati Uniti del dopo collasso economico e della forte divisione sociale (rappresentati dalla perfida Miss Gulch che “possiede tutto il paese” e spadroneggia sui poco abbienti Gale) e l'orizzonte di un tumulto storico (che oggi possiamo leggere come la vicina Seconda Guerra Mondiale) ben rappresentato dal tornado che strappa la bambina alla propria terra. L'esperienza di Oz diventa così catartica e non a caso Dorothy la sfrutta per “punire” la strega e ricostruire un tessuto fatto di legami affettivi forti, con cui fare fronte comune di fronte al Male.

Si tratta quindi di un classico racconto di formazione, in cui i protagonisti devono potersi confrontare con se stessi, per scoprire il valore delle loro potenzialità nascoste. Così, non solo Dorothy riesce a vincere la paura rappresentata da Miss Gulch/la Strega, ma anche i suoi comprimari dimostrano di possedere già i doni che vorrebbero dal Mago: l'intelligenza per lo Spaventapasseri (che ha sempre le idee giuste) e la bontà d'animo per l'Uomo di Latta. Ciò che fa la differenza è la cognizione del proprio merito, che matura solo attraverso il confronto con l'imprevisto, l'avventura e il pericolo. In tutto questo, l'unica parziale eccezione è data dal Leone, davvero un gran Codardo, sul quale risulta maggioritaria la dinamica “buffa” necessaria a rendere l'interazione fra i personaggi più varia (e a veicolare le simpatie del pubblico). Il Mago, da par suo, diventa un mero spettatore, che alla fine risolve le contraddizioni con un po' di furbizia e tante buone intenzioni (segno della semplicità dei tempi dove la ricetta è affidarsi al buon senso e all'unione fa la forza).

Si citava prima però il contrasto fra l'apparenza e la sostanza. Perché, anche dopo ripetute visioni, questa scansione così rigida fra ragione e sentimento continua a non convincere del tutto. Nel senso che si avverte una sorta di tensione interna che cozza con l'intento “educativo” e tutto sommato “normalizzante” della storia. E' come se, insomma, gli autori “sfruttassero” la morale edificante che invita a tenere i piedi per terra e a considerare casa propria come il miglior posto del mondo, soltanto per avere l'alibi necessario a ciò che realmente interessa loro: poter mettere in scena un irresistibile universo fantastico. Della serie: accetto di dover dire per motivi “istituzionali” che il grigio Kansas è migliore del colorato Oz, ma alla prova dei fatti ti dimostro che è tutto il contrario!

Non si spiegherebbe altrimenti lo slancio che la storia dimostra una volta che l'avventura si sposta a Oz, la forza attrattiva del technicolor, i set rigogliosi che creano una frattura insanabile con l'orizzontalità piatta dei campi incolti che circondano la fattoria di Dorothy nel Kansas. E quei magnifici numeri musicali che oltre a imprimersi in maniera indelebile nella mente dello spettatore, esaltano perfettamente la fisicità degli interpreti e ne rivelano una volta di più i contrasti. Abbiamo così una Dorothy forte ma fragile (senza contare il curioso contrasto di una Judy Garland troppo grande per il ruolo ma ugualmente irresistibile), uno Spaventapasseri iperattivo e dinoccolato, un Uomo di Latta la cui rigidità si stempera nei modi gentili, e un Leone che, sebbene pusillanime nel cuore, non perde una certa magnificenza nell'aspetto.

Alla fin fine Oz è – visivamente e musicalmente, prima ancora che su un piano meramente narrativo – un crocevia di suggestioni molto varie ed è questa sua forza a rendere il film un classico, cui la morale edificante deve soggiacere, nonostante i tentativi di risultare preminente. D'altra parte il cinema è grande quando riesce a elaborare visivamente i suoi spunti, e il film sta lì a ricordarlo come pochi.


Il mago di Oz
(The Wizard of Oz)
Regia: Victor Fleming (e altri, non accreditati)
Sceneggiatura: Noel Langley, Florence Ryerson, Edgar Allan Woolf (e altri, non accreditati)
Origine: Usa, 1939
Durata: 101

3 commenti:

myers82 ha detto...

ok è sicuramente un film che ha fatto storia, girato bene, brava la garland ecc, ma mi picchi se ti dico che il sequel del 1985 con Fairuza Balk, per me è 100 volte meglio???
Un po perchè i musical non li sfango, e questo se non erro cantavan parecchio, un po perchè il sequel è un cult della mia infanzia e in alcune scene sembrava quasi un horror: l'inizio nel manicomio, il finale con il "re degli gnomi" incazzato da bestia, per me un filmone il sequel che nessuno ha mai considerato ;-)

Davide Di Giorgio ha detto...

Il sequel lo recensisco a breve.

myers82 ha detto...

Grande ;-)