"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 15 settembre 2008

Vegas: Based on a True Story

Vegas: Based on a True Story

Las Vegas: una famiglia che vive ai margini della metropoli riceva la visita di un ragazzo che si spaccia per un ex abitante del posto, intenzionato a ricomprare il terreno per motivi affettivi. Successivamente il giovane rivela invece di essere interessato all’appezzamento di terra perché al suo interno sarebbe nascosto un favoloso tesoro, retaggio di una vecchia rapina il cui bottino non fu mai ritrovato. Eddie, il padre di famiglia, smanioso di trovare questa fortuna, inizia uno scavo ossessivo che lo porterà a devastare completamente casa e a dissipare ogni affetto familiare.

Il percorso artistico di Amir Naderi, formidabile regista iraniano da anni emigrato in America, non si esaurisce mai nella singola storia narrata in un film, ma fa della stessa il fulcro di un’odissea fisica e psicologica che coinvolge interamente il cast e la troupe. Per riuscire a restituire allo spettatore la sensazione reale dell’ossessione fisica e mentale nella quale sono avvolti i suoi protagonisti, Naderi si imbarca personalmente in autentici tour-de-force che coinvolgono ogni fase della lavorazione. Per questo motivo il suo ultimo Vegas ha alle spalle una “true story” non meno coinvolgente di quella raccontata sullo schermo, che ha visto il regista racimolare il denaro necessario a terminare la riprese scommettendo giornalmente ai casinò della città del gioco, per poi vivere insieme ai suoi collaboratori nella casa devastata progressivamente per le esigenze sceniche. Rarissimo caso di cineasta limite, che si immerge fisicamente nel proprio lavoro, Naderi è stato capace negli anni di fornire degli affreschi di rara potenza lirica (come gli splendidi Manhattan by Numbers e ABC Manhattan), ma negli ultimi tempi, nonostante nessuna sua opera possa lasciare indifferente, sembrava essersi ripiegato in un’ossessività meno aperta agli stimoli dell’esterno, troppo concentrata sulla follia dei suoi protagonisti.

Vegas ce lo restituisce nella forma migliore, nonostante il budget ridottissimo lo abbia costretto a girare con un digitale di cattiva qualità, che agli spettatori meno accorti in più punti può far nascere il sospetto di un prodotto visivamente piatto e televisivo. Al contrario Vegas è una parabola potente che, partendo dalla follia del singolo, diventa metafora di una ossessione universale, capace di scardinare alla radice molti miti dell’America come terra dei sogni. La collocazione ai margini di Las Vegas è per questo paradigmatica e esplicita subito l’enorme contraddizione di una città-casinò, simbolo di lusso e fortuna, costruita in mezzo al nulla del deserto americano. L’esatto opposto della New York baricentro del lavoro e qui, come lì, l’approdo sarà inevitabilmente quello di un emblematico Ground Zero.

La famiglia protagonista è immersa in questo nulla, ai margini della metropoli, proprio nel pieno di quel deserto che sembra peraltro rimandare ai lavori iraniani di Naderi (basti pensare ad Acqua, vento, sabbia). Nonostante la vicinanza della città spinga Eddie a fare spesso delle puntate al casinò nella speranza di guadagnare un po’ di denaro, il gruppo sembra aver comunque trovato un suo equilibrio e fuori dalla casa spicca un colorato giardino che sembra respingere il deserto per dare l’illusione di un alveo all’interno del quale è possibile coltivare i valori fordiani della palingenesi, della creazione di una comunità coesa, dove c’è anche spazio per momenti più gustosamente ironici.

L’innesto dell’elemento irrazionale, fornito dalla notizia che forse nel terreno si nasconde del denaro, innesca però una reazione a catena che sovverte completamente il tono del racconto e non solo sprofonda la famiglia nel caos, ma fa sì che il deserto torni a prendere possesso del giardino: Naderi ha uno sguardo quasi tenero nel ritrarre il progressivo accumularsi di polvere e rifiuti nella casa, la mancanza dell’acqua, lo sporcarsi di tutto, dimostra una profonda pietà nei confronti dei luoghi abbandonati, e allo stesso tempo non nasconde la precarietà dell’equilibrio sul quale si fonda la civiltà (americana e non solo), la quale vive nell’illusione delle proprie certezze codificate, destinate però a essere immediatamente sovvertite dall’avidità e dal desiderio di possesso e fortuna materiale. L’inarrestabile discesa nella follia di Eddie è quindi condotta con precisione tale da costituire un’esperienza fisicamente insostenibile, totalmente priva di quella grandeur maledetta che aveva comunque reso epici personaggi come il Daniel Plainview de Il petroliere. In questo caso l’asciuttezza e l’apparente ripetitività del plot diventano quindi un giusto espediente per far sì che lo spettatore sia esso stesso sfidato dall’insostenibilità di un evento la cui assurdità è pari solo alla sua tragica plausibilità. A ben guardare, infatti, la regia è estremamente precisa nel tratteggiare un universo totalmente mentale, dove l’audio gioca un ruolo fondamentale, attraverso una cacofonia di suoni che vedono il motore della escavatrice sovrapporsi al costante e delicato tintinnare di un campanello in perenne sottofondo. Ma è un universo non chiuso, bensì poroso, che riesce a riflettersi nelle paure radicate nell’animo dello spettatore e a esorcizzare i demoni del regista stesso.

L’ossessione del protagonista restituisce pertanto l’idea di un’umanità miserabile, amplificata dal fatto che il tesoro con tutta probabilità non esiste, ma è solo il frutto di una scommessa-inganno, condotta da chi ha puntato i suoi averi sul fatto che l’uomo continuerà lo scavo all’infinito. In tutto questo un possibile punto di fuga è fornito dal personaggio del figlio di Eddie, il quale, pur non condividendo affatto la follia del padre, non riesce ad abbandonarlo al suo destino e gli rimane accanto, diventando testimone di una desolazione esteriore che diventa anche interiore: un personaggio che non a caso ha fatto pensare agli adolescenti inquieti di Gus Van Sant, un altro che di cinema come esperienza da vivere non solo razionalmente, ma anche emotivamente e “sensorialmente” ne sa qualcosa.

Vegas: Based on a True Story
Regia e sceneggiatura: Amir Naderi
Origine: Usa, 2008
Durata: 102

Incontro con Amir Naderi alla Mostra di Venezia 2008
Ritratto di Amir Naderi
Altro ritratto di Naderi

2 commenti:

Alessio ha detto...

Ammetto di conoscere molto poco il cinema di Naderi. Grave difetto a cui cercherò di rimediare il prima possibile... bella recensione, come sempre.

Ale55andra ha detto...

Non conosco il regista, ma cercherò di rimediare. Scommettiamo che questo film da me non arriva?