"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 22 settembre 2008

$E11 OU7! (Sell Out!)

$E11 OU7! (Sell Out!)
 
Rafflesia Pong lavora per gli studi televisivi della Fony Corporation ed è in cerca dell’idea giusta per avere uno spazio nel palinsesto gestito da due nevrotici e dispotici capi. Nello stesso tempo il giovane idealista Eric Tan, che ha costruito una macchina in grado di produrre latte di soia in 12 modi diversi, si scontra sempre con i due feroci datori di lavoro che non accettano la sua ingenuità e rifiutano di produrre la sua invenzione. Dopo aver incontrato ed essersi innamorato, non corrisposto, di Rafflesia, Eric decide di officiare il rito funebre della sua metà idealista consegnandola al programma appena creato dalla ragazza, dove vengono intervistate persone in punto di morte e viene documentato il momento del loro decesso. Il rito sarà anche l’occasione per reclamizzare la macchina del latte di soia.

Bello essere testimoni della nascita di un culto! E’ uno dei motivi più perfetti che spingono a varcare ogni volta la soglia della sala cinematografica e ad attendere con trepidazione lo spegnersi della luce. Nel caso specifico la fascinazione è iniziata in anticipo, quando il regista malese Yeo Joon Han ha introdotto il suo primo lungometraggio (ma alle spalle aveva già un apprezzato corto, Adults Only) al pubblico della Settimana della Critica 2008, durante la Mostra di Venezia, catturando l’attenzione di ogni astante con lieve ironia e suscitando immediatamente quella benevolenza che ti fa capire di trovarti di fronte a un film facile da amare. In effetti ciò che subito colpisce di Sell Out! è la sua capacità di instaurare un dialogo con lo spettatore, attraverso le forme del racconto popolare. Che non sono soltanto, si badi, quella immediata e palese del musical o dell’artificio che produce naturalmente l’effetto comico, ma anche quella del linguaggio televisivo. 

Il rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione in video è infatti ciò che stabilisce la natura merceologica di ogni elemento che compare nello spazio ristretto dell’inquadratura e che afferma come ogni cosa e persona esiste in quanto prodotto vendibile, come ben sintetizzano i personaggi dei due boss (prima e migliore coppia comica del film). I minuti iniziali officiano quindi la morte del classico cinema autoriale attraverso la parodizzazione del format fatto di pause e silenzi (tipici del prodotto d’essai) che ha vinto un premio minore in una competizione di scarsa rilevanza ma ottiene per questo grande risalto televisivo. Il sorriso per Yeo Joonhan si accompagna sempre a un risvolto amaro e quindi ogni gag è facilmente rovesciabile di senso attraverso una malinconia e un’amarezza di fondo che costituisce la grande ricchezza di un film profondamente intelligente e dissacrante.

Pertanto, al grande entusiasmo che si prova dinanzi al ritmo indiavolato, mai contento della singola gag e sempre pronto a intavolarne di nuove al punto di riciclare sketch ormai consunti dal tempo (come le bizzarre telefonate che perseguitano Eric), si accompagna una analisi dei meccanismi dell’universo mediatico mai così lucida e puntuale. Yeo Joonhan riesce a dribblare la trappola del didascalismo attraverso una perfetta conoscenza dei tempi, una fotografia colorata e accattivante e una serie di geniali trovate che sfruttano la forza trascinante dei brani musicali (scritti dallo stesso regista), che infiammano giustamente la platea e rendono il film appassionante: è da antologia a questo proposito la scena che vede una intera sequenza commentata da un brano musicale privo di cantato e con un karaoke che corre sovraimpresso alle immagini! Il chiamare in causa lo spettatore diventa palese e quindi anche la struttura stessa del film si adegua attraverso una struttura che dal singolo arriva progressivamente a interessare la comunità.

Ecco dunque che gli intrecci fra i personaggi tendono ad allargare progressivamente le maglie del racconto per mettere in scena non soltanto le tragiche avventure di due tipici personaggi da commedia vessati dal destino, ma il paradigma di un intero universo dove ogni personaggio è protagonista. In questo senso il programma di Rafflesia, dove i parenti del morto di turno si beano della possibilità di apparire in televisione è un efficace rappresentazione della televisione come morte al lavoro, che desacralizza il momento del trapasso per farlo diventare colpo di scena in una programmazione sonnambulica e che ha continuamente bisogno di essere foraggiata di momenti “forti” (curioso notare a questo proposito il parallelo con un altro titolo presentato alla Mostra di Venezia, ma terribilmente meno efficace e più didascalico, il filippino Jay, di Francis Xavier Pasion).

Il finale dunque vede quindi le varie forze che hanno percorso il racconto incontrarsi in un momento che di per sé rappresenta l’epitome della forza trascinante del musical, la realizzazione della grande puntata televisiva cara a Rafflesia e la morte umana (coincidente con la vittoria professionale) di Eric: la sua metà idealista viene infatti condannata a morte in via plebiscitaria come in un reality show e il rito vede gli spettatori partecipi grazie alla forma estremamente accattivante utilizzata dal regista. Il che porta inevitabilmente a provare un sentimento di grande partecipazione emotiva, equamente distinto fra la gioia per la potenza espressiva dell’opera e di dolore per la grande amarezza che il racconto sbatte letteralmente in faccia a ogni fruitore. E far commuovere e divertire contemporaneamente non è impresa da poco!

Il passo successivo non può che essere la completa fagocitazione dell’universo nella fiction e quindi i due capi ripetono il copione dell’iniziale cortometraggio d’essai, a stabilire la circolarità di questo straordinario racconto, per il quale auspichiamo una immediata distribuzione. In ogni caso si consiglia la visione in lingua originale per poter godere delle varie gag che Yeo Joonhan costruisce partendo dal perfetto accento inglese di Eric, che contrasta con quello malese (il cosiddetto “manglish”).


$E11 OU7! (Sell Out!)
Regia e sceneggiatura: Yeo Joon Han
Origine: Malesia, 2008
Durata: 108’

1 commento:

bandeàpart ha detto...

ciao...complimenti per il bel blog...ti linko sul nostro blog...vienici a trovare su: http://cineclubbandeapart.blogspot.com/

siamo anche abbastanza vicini...

ciao, Francesco