"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 7 maggio 2008

La guerra dei mondi (2005)

Ray Ferrier, operaio navale rozzo e immaturo, sta trascorrendo il weekend con i figli quando il mondo viene improvvisamente attaccato da una razza aliena la cui potenza si rivela inarrestabile: con i loro tripodi, nascosti in un tempo indefinito nelle viscere della Terra fino al momento dell’invasione, gli extraterrestri sterminano ogni difesa e usano il sangue umano per fertilizzare il terreno e renderlo idoneo alla crescita delle piante del pianeta d’origine. Per Ray e i ragazzi l’unica speranza è riposta nella fuga verso Boston, dove si trova Mary Ann (l’ex moglie del protagonista), facendosi largo in un mondo devastato, fra le violenze degli alieni, le paure degli uomini e le indecisioni di un carattere che non ha mai voluto assumersi le proprie responsabilità.

Ci voleva Steven Spielberg per iniziare una riflessione sulle attuali possibilità di rappresentazione dell’Apocalisse e sui modi di rielaborazione della ferita prodotta dalla tragedia dell’11 settembre attraverso i linguaggi di genere. Quale modo migliore, dunque, se non quello di tornare ancora una volta al classico romanzo di Herbert George Wells che per primo aveva dato forma alla fobia per l’attacco improvviso di una minaccia dai confini talmente vasti da risultare inafferrabili? D’altronde i decenni passati hanno già dimostrato perfettamente la natura paradigmatica della storia, la sua capacità di adattarsi ai vari contesti storici e l’abilità nel toccare i nervi scoperti della società, solleticandone paure e ossessioni, veicolando perciò una potenza emotiva non trascurabile. Così era stato nel 1938 della trasmissione radiofonica di Orson Welles (alla vigilia di un nuovo conflitto mondiale) e poi nel 1953 della prima trasposizione cinematografica (in piena ossessione da Guerra Fredda e “pericolo rosso”).

Per fare questo Spielberg fa sua la lezione appresa sul set di Salvate il soldato Ryan e si immerge nel vivo dell’azione, unendo la suspense alla voglia di far prendere i giusti tempi al racconto, rallentando dove serve, come nella magistrale sequenza dell’emersione del primo tripode dal terreno, dove tutto è dilatato, quasi sospeso e ci si sofferma sulle sensazioni della gente, con un taglio che ha un sapore più realistico del solito, che ci appare familiare: è la tempistica e il tipo di racconto dell’attentato alle Torri Gemelle, dei servizi dei telegiornali che all’epoca riprendevano il fatto, sapientemente adeguata al linguaggio della fiction. Alla spettacolarità fragorosa delle sequenze catastrofiche, poi, corrisponde sempre uno sguardo spaesato e sorpreso degli interpreti, un dettaglio sugli occhi persi nella vana ricerca della comprensione di ciò che sta accadendo. Quando i fulmini e le strane formazioni nuvolose fanno la loro comparsa, o quando il tripode emerge dal sottosuolo la gente che si affolla sul luogo più che spaventata è sorpresa, a tratti quasi meravigliata e divertita, sicuramente perplessa, cerca di comprendere cosa stia accadendo, salvo rendersi conto troppo tardi della verità. Qui Spielberg rovescia di segno una delle figure retoriche tipiche del suo cinema, ovvero l’estasi e la meraviglia di fronte all’evento inatteso, che era quella propria degli Incontri ravvicinati: la curiosità dello sguardo prelude alla scoperta dell’orrore (non a caso Ray incita spesso la figlia Rachel a tenere gli occhi chiusi e in un caso arriva anche a bendarla) e gli unici occhi che riescono davvero a relazionarsi con la reale portata dell’evento, ovvero quelli impersonali e asettici delle videocamere più o meno professionali che fanno capolino qua e là, sono destinati a restare materia debole, che cade per terra continuando inerzialmente a filmare, oppure a fornire poca materia per lo scoop delle troupe televisive.

La razionalità è dunque bandita e in questo senso l’unica cosa da fare è fuggire. Infatti il film adotta una prospettiva che a tratti risulta quasi grottesca, delirante, affastella immagini improvvise senza spiegazioni (il treno infuocato che continua la sua corsa impazzito sulle rotaie), affida al caso e all’istinto la sorte dei suoi personaggi e riprende anche lo splendido finale del romanzo, che dimostra come non sia l’abilità degli uomini, ma la provvidenza a garantire loro la salvezza. Un messaggio che è una sorta di dichiarazione di resa all’impalpabile, al non comprensibile dalle forze dell’intelletto e della razionalizzazione, ma anche un forte appello alla speranza e alle qualità proprie dell’essere umano, destinato naturalmente a sopravvivere.

Attraverso una struttura che dunque attinge molto dal romanzo originario e cita anche il capostipite del 1953 in più passaggi, Spielberg realizza una versione comunque autonoma dai modelli, dove i protagonisti sono costretti a vere e proprie performance fisiche, nell’acqua e nel fuoco, e noi spettatori siamo partecipi dell’esperienza sensoriale. Già, perché La guerra dei mondi è una delle più incredibili esperienze cui siamo stati resi partecipi negli anni: come evidenziato poco sopra, infatti, non è un film da “capire”, ma da vivere fisicamente, capace come pochi di trasmettere il senso del baratro nel quale ci si ritrova improvvisamente scaraventati, di far sentire piccoli di fronte alla minaccia globale, tutti uniti di fronte a un pericolo inarrestabile. Un film dove ogni artificio tecnico è quindi orientato a far risuonare le corde dell’animo: dagli ottimi effetti speciali della Industrial Light Magic, alla fotografia abbacinante di Janusz Kaminski, che utilizza luci “sparate” e immerge tutto nel rosso del sangue o nel bianco dei corpi polverizzati dal laser dei tripodi, al colossale lavoro del reparto sonoro, che bombarda i sensi creando un effetto stordente, che trova nel cupo suono delle macchine aliene il suo acme. E le sequenze memorabili in questo senso si sprecano, dalla fuga sul traghetto al tesissimo nascondino nella cantina, ai vari momenti in cui le percezioni sono sollecitate e tarpate attraverso il passaggio dalla luce al buio, dalla calma al caos (e in quei momenti la sensazione di immersione in quella guerra evocata dal titolo è davvero forte).

E’ questa componente a costituire il cuore pulsante del film, a fronte di una costruzione dei caratteri meno indovinata, maggiormente ossequiosa di una serie di cliché (nonostante l’interessante scelta di affidare a un divo come Tom Cruise un ruolo da persona immatura e un po’ sgradevole), che hanno fatto storcere il naso a parte del pubblico, ma che comunque non sminuiscono la forza emotiva dell’insieme. E’ il potere del cinema, dopotutto!

La guerra dei mondi
(War of the Worlds)
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Josh Friedman e David Koepp, dal romanzo omonimo di Herbert George Wells
Origine: Usa, 2005
Durata: 112’

Intervista a Steven Spielberg
Sito ufficiale americano
Articolo su H. G. Wells
Analisi critica del romanzo

3 commenti:

Sciamano ha detto...

Grande recensione!
Mi piace molto questo film, anticipa anche "Cloverfield".
La sequenza dei cadaveri nel fiume é pazzesca, alla faccia di coloro che pensano Spielberg regista "per famiglie".
Il finale é un pò cosi, ma che gran cinema.

Anonimo ha detto...

Mi piace moltissimo come scrivi!!!
A questo punto non mi tocca che dargli una seconda possibilità, dato che anche io a prima visione ho storto un pò il naso...
P.S.: Ovviamente ti aggiungo tra i miei preferiti ^^
Ale55andra

Stefania ha detto...

Nel mio immaginario ho sempre legato questo film a "the day after tomorrow". In entrambi i film si parla di padri non sempre presenti che poi si riscattano e di una visione apocalittica della fine del mondo...io adoro questo tipo di film, esorcizzano la paura, danno la forma a ciò che ognuno almeno una volta ha ipotizzato potrebbe vivere come "fine del mondo". Che poi entrambi i film abbiano dei punti deboli è scontato, però sono d'accordo con te: sono film da "vivere"!