Pacific Rim
In un vicino futuro,
un portale dislocato in una faglia dell'Oceano Pacifico libera i
Kaiju, giganteschi mostri che attaccano le città. Per contrastarli,
viene creata la Pan Pacific Defense Corp, con i robot Jaeger,
ciascuno dotato di due piloti, interconnessi a livello mentale:
l'operazione inizialmente ha successo, ma ben presto nuovi e più
potenti Kaiju fiaccano le difese terrestri. Railegh Becket vede il
fratello morire in battaglia e decide di abbandonare il fronte: viene
richiamato dopo 5 anni, quando la situazione è ormai al limite e si
è deciso di dare via a un'operazione finale che chiuda il passaggio
nell'Oceano. Railegh dovrà fare coppia con Mako Mori, che ha perso
tutto in un attacco dei mostri quando era bambina e che per questo
dovrà imparare a fare i conti con il passato.
Il gioco più facile
sarebbe quello di seguire il filo dei ricordi e tracciare la mappa
dei riferimenti, fra cartoon d'infanzia e fantascienza nipponica: ma
lo lasciamo a chi, da mesi, polemizza sui presunti plagi da
Evangelion
senza sapere che Guillermo Del Toro è un grande amante degli anime
giapponesi e quindi parla semplicemente un linguaggio che gli
appassionati non possono non riconoscere. Almeno un nome però
conviene farlo, ed è quello di Mitsuteru
Yokoyama, grande pioniere del genere mecha,
autentico teorizzatore del titanismo meccanico come pesantezza dei
corpi metallici: Pacific Rim è un continuo tentativo di
smarginare rispetto ai limiti imposti dal bordo dell'inquadratura,
che diventa così incapace di contenere l'imponenza delle creature e
la furia dei colpi che si abbattono letteralmente sulla pelle dello
spettatore. Una battaglia a superare un confine enorme, che però
diventa poi piccolo e iscritto nei drammi dei personaggi.
Qui ritroviamo infatti il
Del Toro che negli anni abbiamo imparato a conoscere e amare. Non
solo l'autore che adora il fantastico e che si crogiola nel gusto per
la creazione dei suoi mostri (complice anche un digitale quanto mai
materico e “pieno”); ma anche e soprattutto il cantore di
un'umanità che vive in una perenne dialettica con i retaggi del
passato e che articola la propria poetica attraverso il raffronto
con i legami affettivi, più o meno parentali. Siano essi quelli
determinati dalla figura paterna, qui simboleggiata idealmente da uno
splendido Idris Elba, o quelli derivanti dalla perdita del congiunto
con cui stabilire la proverbiale interconnessione.
Il personaggio cardine
diventa così l'unico privo di legami, apolide e senza consanguinei,
la Mako Mori di Rinko Kikuchi: figura cardine per pagare dazio
all'origine giapponese dei mecha anime e alla “grammatica”
degli orfani deputati a pilotare i giganteschi robot; ma anche un
personaggio indispensabile per stabilire il limite da superare,
ovvero quello di una indeterminatezza umana provocata dalla mancanza
di radici e legami. E' come se la sua condizione di figura fuori fase
rispetto a un mondo dove ogni team è formato da fratelli o da padri
e figli, sia una sorta di prefigurazione di un universo nel quale non
serve più il legame di sangue diretto (molte sono infatti le perdite
che i protagonisti sopportano direttamente in tal senso), perché la
connessione che si deve stabilire è quella con l'umanità intera,
dove si è deciso di “credere gli uni negli altri”. Dove un
regista messicano che ha abbandonato il suo paese per la Mecca del
Cinema può raccontare
una storia che mette sullo stesso piano Australia, Giappone, Russia e
Stati Uniti in una grande struttura corale.
La dicotomia Jaeger/Kaiju
diventa così il passaggio attraverso il quale gli umani possono
unirsi in una sfida comune che permetta di superare categorie,
rivalità e ruoli, dove il giovane inesperto può afferrare con foga
il braccio di un suo superiore annullando le distanze gerarchiche,
dove la scelta dei piloti con cui fare squadra si determina
attraverso lo scontro fisico (il duello fra Raleigh e Mako) e le
battaglie diventano un tripudio di colpi sferrati con forza, al di là
della componente squisitamente tecnologica chiamata in causa dagli
avveniristici macchinari. Non a caso le armi davvero “hard sci-fi”
sono poche, rispetto ai pugni e alle coreografie da autentici
wrestler di metallo.
Da questo versante, Del
Toro non cerca di superare i limiti del visibile come fa Michael Bay
con i suoi magnifici Transformers:
l'immagine gli è sufficiente (come già evidenziato, il suo limite è
solo il bordo dell'inquadratura) perché determina lo spazio in cui
muoversi bene, come fanno i suoi Jaeger nelle profondità marine.
L'avventura assume così un sapore retrò, paleoindustriale, più
vicina al classicismo del sottovalutato Real
Steel e alla purezza lucasiana (non a caso si sta parlando di
nuovo Star Wars) che allo sperimentalismo spielberghiano.
D'altra parte, il confronto che gli interessa è quello che guarda al
passato e quindi reinventa soprattutto il già fatto, siano esso,
appunto, i mecha anime
o i kaiju-eiga
alla Godzilla. Alla fine il cerchio dei riferimenti si chiude in un
ritratto di precisa compiutezza.
Pacific Rim
(id.)
Regia: Guillermo Del
Toro
Sceneggiatura: Travis
Beacham e Guillermo Del Toro
Origine: USA, 2013
Durata: 131’
Recensione
pubblicata su Sentieri
Selvaggi
3 commenti:
Bella rece, avrei solo un po da ridire sul quel "magnifici" riferito ai transformers, che, a mio avviso non sono pessimi come molti dicono (il 3 l'ho trovato passabile) ma già appunto paragonati a Pacific Rim persono sotto ogni punto di vista: regia, cast, fotografia, scene action.
Del Toro, secondo me, sa meglio gestire le scene d'azione mentre quelle di Bay le ho sempre trovate un po troppo caotiche.
I personaggi di questo film hanno molto più spessore di quelli di Bay, su tutti Elba, che e qui condivido in pieno il tuo giudizio,si sta rivelando un attore coi controattributi :-)
Cmq da parte mia giudizio positivo su Pacific Rim, sono andato ieri alla prima in una sala PIENA, il film da me non era in 3d da te??? Immagino che questa volta il 3d faceva davvero la differenza, io come ben sai, non sono un gran estimatore di questo mezzo, ma con questo film mi sa che perfino io l'avrei apprezzato XD.
No, anche da me era in 2D.
Sui "Transformers" non mi dilungo perché c'è da fare tutto un altro discorso. Sono semplicemente categorie diverse :-)
si si ma infatti si vede che sono proprio due film impostati in maniera diversa, io personalmente parlando preferisco questo perchè mi piace più lo stile di regia di Del Toro, lo trovo più sobrio nel suo essere così fantasioso e raffinato di quello di Bay che è un po troppo fracassone, mio parere personale cmq ;-)
PS Quanto era figo il personaggio di Ron Perlman XDXDXDXDXD
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