"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 12 settembre 2012

Shark

Shark

Frustrato dal senso di colpa per non aver salvato il suo amico Rory dall'attacco di uno squalo, Josh ha rotto il fidanzamento con Tina e ha abbandonato le onde, rifugiandosi nel lavoro in un supermercato. Un anno dopo il tragico evento, però, i due ex fidanzati si ritrovano proprio fra gli scaffali, mentre due rapinatori cercano di portar via l'incasso. La situazione è interrotta da un terremoto improvviso e da una conseguente onda anomala che allaga l'intero negozio. E c'è di più: l'acqua del mare ha portato con sé degli squali, fermamente decisi a rendere il posto la loro riserva di caccia. Arrampicati in cima agli scaffali, Josh, Tina e i loro compagni di sventura cercano di resistere e trovare una via d'uscita, evitando sia gli attacchi degli squali che le difficoltà prodotte dalla precaria situazione.


Ci volevano gli australiani per immaginare nuovi contesti (artistici e produttivi) alla furia cinefila degli squali: non più isolette nella calma (relativa) dell'oceano Atlantico o piccole località vacanziere della costa americana, ma un supermercato addirittura! E, soprattutto, non più l'approccio sgangherato tipico degli straight-to-video Asylum, ma un'operazione di una certa importanza, frutto di una coproduzione con Singapore e girata con la consueta cura formale delle pellicole aussie, in grado perciò di offrire una buona integrazione fra effetti digitali e creature meccaniche da vecchia scuola. In realtà, all'inizio l'idea stuzzica e rimanda alle bizzarrie tipiche dell'Ozploitation (che sugli eccessi ha fondato ampia parte della sua fortuna), ma poi, a pensarci bene, la scelta non appare più così balzana. Siamo infatti ancora una volta di fronte a quel “doppio registro” che ormai abbiamo imparato a conoscere, e al rapporto conflittuale fra quella terra e lo spazio. Solo che di norma siamo abituati ad associare questa dinamica alla relazione fra città e Outback, qui invece la “zona oscura” è rappresentata dal mare. Il prologo, in questo senso, già mette le carte sul piatto e, nel mostrarci Josh e la triste fine di Rory, ci ricorda quanto la pericolosità dell'entroterra abbia un suo perfetto contraltare nelle acque infestate dai letali pesci (e lasciamo da parte le polemiche pretestuose su quanto il cinema abbia enfatizzato ad arte questo tema...).

Quindi inserire gli squali nel supermercato rappresenta un classico stravolgimento degli schemi spaziali consolidati, che rivelano la fragilità degli equilibri su cui si regge un territorio urbanizzato ma sempre “assediato” dalla crudezza degli elementi (l'Australia, non a caso, è considerato uno dei luoghi a più alta concentrazione di animali pericolosi del mondo): il mare entra (letteralmente) nella parte deputata agli uomini, stravolgendo l'ordine sociale e il tutto fornisce così terreno fertile ai drammi personali, alle difficoltà di relazione fra i superstiti, che il film elenca in modo fin troppo programmatico: c'è la coppia in crisi, i due fidanzati petulanti, un padre alle prese con la figlia ribelle, e poi colleghi, datori di lavoro ingrati e via citando. Un concentrato di varia umanità che trova nell'esperienza estrema il pretesto per risolvere i conflitti interni e traghetta lentamente il racconto dalla bizzarria dell'assunto (le vittime che si arrampicano sugli scaffali per sfuggire ai pesci) alla concretezza di drammi molto quotidiani e “universali”, decisamente poco legati allo specifico della realtà australiana.

D'altronde l'esca del titolo originale (o il doppio registro del caso) sta anche in questo: nell'usare una trovata prettamente exploitation per poi virare verso il dramma intimo e umano. In tal senso Shark è davvero un film mimetico e sempre attraversato dall'ambivalenza: c'è ironia ma senza perdere di vista la serietà della situazione in cui versano i personaggi; c'è l'inventiva degli spunti (il ragazzo che usa i cestini della spesa per crearsi una “gabbia anti squalo” su misura), ma senza indulgere nell'assurdo più compiaciuto; e ci sono il sangue, gli arti mozzati e tutte le piacevolezze del genere, ma le punte grottesche sono limitate e tenute sotto controllo da una scrittura che non indulge nelle splatterfest alla Piranha (quello del 2010 di Alexandre Aja), con cui pure si può tentare un parallelo grazie all'uso, in entrambi i casi, del 3D (usato per la prima volta in una pellicola australiana). Anche la crudeltà, che non è mai mancata negli eco-vengeance di quelle latitudini (pensiamo al seminale e poco visto Dark Age), è comunque inferiore a quanto ci si aspetterebbe, tanto da riverberare punte da grosso spettacolo hollywoodiano, soprattutto nelle pirotecniche distruzioni degli squali.

In effetti, il nume tutelare dell'operazione è proprio un regista dei due mondi come Russell Mulcahy, australiano doc, che aveva esordito con un eco-vengeance negli anni Ottanta, lo stilizzatissimo Razorback, salvo poi diventare un pupillo del cinema a stelle e strisce, con successi come Highlander e la successiva discesa nel professionismo senza grosse pretese. Impegni concomitanti lo hanno poi costretto a lasciare la regia nelle mani di Kimble Rendall, specialista nella direzione di seconde unità e autore dello slasher Cut: Il tagliagole. Ma, a scorrere il cast tecnico e artistico, troviamo varie personalità che denotano ancor più la natura mimetica di un'operazione sì australiana, ma che strizza più di un occhio ai mercati esteri e che forse per questo è riuscita a raggiungere anche le nostre pigrissime sale.

Quasi tutti gli attori, infatti, hanno in curriculum un qualche titolo ben noto in Occidente, pensiamo a Julian McMahon dalla serie televisiva Nip/Tuck o a Sharni Vinson che era nel terzo capitolo di Step Up. Il protagonista Xavier Samuel, però, è anche quello di The Loved Ones, mentre il produttore Gary Hamilton è lo stesso di Wolf Creek. Nel nutrito cast di sceneggiatori aggiunti troviamo infine Duncan Kennedy già autore di Blu profondo, altro shark-movie (diretto da Renny Harlin nel 1999) tirato in causa in più articoli a proposito del tema e che sotto certi aspetti riverbera la stessa tensione claustrofobica e il piglio ironico di Shark, ma senza la stessa doppia natura che, a seconda dei casi, può rappresentare un valore aggiunto o un elemento troppo spiazzante per un pubblico abituato a strutture ben più convenzionali.


Shark
(Bait)
Regia: Kimble Rendall
Sceneggiatura: John Kim e Russell Mulcahy (scrittura aggiuntiva di Shayne Armstrong, Duncan Kennedy, Shane Krause e Justin Monjo)
Origine: Australia/Singapore, 2012
Durata: 93

5 commenti:

fabio ha detto...

evvaiiii davide, rece coi fiocchi, ancora non ho visto il film, vado questa sera se tutto va bene e sono parecchio gasato, adoro sli shark movie ma tocca riconoscere, come hai giustamente detto anke tu nella tua rece che negli ultimi anni la maggior parte erano robacce tv della asylum, finalmente i miei animaletti preferiti tornano a mietere vittime nel grande schermo, non accadeva dai tempi dell'ottimo e sottovalutato Blu Profondo, gia perchè in questi anni qualche film di squali fatto decentemente e x il cinema ce stato (the reef, drak tide e shark night) ma tutti e 3 in italia son arrivati solo home video, quindi è x me un piacere potermi vedere un film di squali al cinema dopo cosi tanti anni.
Certo io ancora aspetto dal 1987 un bello Squalo 5 ma nada :-(

Davide Di Giorgio ha detto...

Buona visione Fabio, poi fammi sapere :)

"The Reef" è uno di quelli che mi mancano, guarda caso è australiano pure quello :-)

fabio ha detto...

grazie ;-) domani ti farò sapere subito ke ne penso.
Si the reef è australiano ed è più simile, come tipologia di film a Open Water, non ci sono scene action o grossi effetti speciali si basa tutto sulla suspance, ma è un film validissimo.
Dello stesso regista di Reef ti consiglio Black Water fatto in modo simile ma che vede come protagonista non uno squalo bensì un coccodrillo.

Davide Di Giorgio ha detto...

Grazie per i consigli!

fabio ha detto...

molto simpatico questo Shark 3d, certo va visto a cervello spento ma fa il suo dovere intrattiene e diverte, il 3d è ben gestito e lo splatter non manca, ma soprattutto gli effetti degli squaloni non sono solo digitali, c'è anche un po della vecchia e cara animatronics il che è solo un bene.

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