"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 16 febbraio 2011

Il cigno nero

Il cigno nero

Nina viene scelta per sostituire la prima ballerina Beth nel prossimo allestimento del Lago dei cigni. La ragazza è visibilmente perfetta nella parte del Cigno Bianco, ma non altrettanto per quella del suo doppio negativo, il Cigno Nero, perché troppo inibita e incapace di esprimere l’inquietudine e la sensualità della creatura. Poiché il copione prevede categoricamente che entrambi i ruoli siano ricoperti dalla medesima ballerina, il regista Thomas Leroy decide di sottoporla a un estenuante allenamento, che le permetta di esprimersi totalmente. Nel frattempo Nina è divisa fra sentimenti di empatia e invidia nei confronti della compagna Lily, che invece ha un rapporto molto più sereno con la propria sensualità.

Lo si ami o lo si odi, Darren Aronofsky è un regista straordinariamente coerente e complesso nell’orchestrazione dei suoi racconti. All’indomani di un film emotivamente stratificato, ma narrativamente lineare come The Wrestler, che aveva fatto segnare una svolta nella sua carriera, il regista americano compie una nuova deviazione e cerca una sintesi fra le strutture più composite dei suoi esordi e quella potenza emotiva che aveva reso indimenticabile il capolavoro con Mickey Rourke.

La posta in gioco ancora una volta è quella dell’identità di una figura che deve acquisire lo status di personaggio narrativo, attraverso un viaggio e un confronto con il proprio microcosmo: l’avventura diventa un percorso di rifondazione, ma anche una presa di coscienza dei propri limiti. Può non apparirlo immediatamente, ma Il cigno nero nei fatti rappresenta uno speculare di The Wrestler proprio nella misura in cui Nina attraversa un travaglio che la porta non a scendere a patti con se stessa, ma a prendere atto del dover far coincidere il suo massimo fulgore con la propria autodistruzione, in una sorta di resa dei conti finale con il passato e con il suo status di persona/personaggio.

Per diventare personaggio, infatti, Nina deve guardare nel suo essere persona e compiere una metamorfosi che rifletta quella della storia ma la rovesci al contempo di segno: è metamorfosi allo stesso tempo di liberazione e di dannazione, e giustifica il tono ondivago del film, fra melodramma e thriller. Il doppio negativo avvolge tutti i personaggi e si riflette nel lavoro visivo. Il cigno nero è per questo un film di sensazioni forti, ma anche un racconto lisergico, che interviene sulla percezione come se Brian De Palma girasse un remake di Scarpette rosse, riflettendo nella confusione percettiva della protagonista anche quella dello spettatore, che si relaziona agli eventi attraverso lo sguardo franto della protagonista, sempre più incapace di distinguere fra realtà e fantasia.

Aronofsky in questo modo non mette in scena soltanto l’odissea di un’anima inquieta, ma anche una magnifica riflessione sui sentimenti che animano la competitività, il desiderio di riuscire ad essere altro, ma anche la condanna di dover già in potenza essere costretti a rispecchiare un’ideale che non è il proprio. Nina in questo modo è sia il prodotto degli sforzi di Thomas e del suo spettacolo, che della madre che per anni l’ha costretta a sacrifici per il ballo e l’ha plasmata attraverso un’immagine virginale che si estrinseca nella sua stanza piena di peluche e dai colori pastello.

In questo senso davvero Nina deve compiere un percorso di purificazione e ricostruzione diventando donna e anelando a quella specularità incarnata dall’amica/rivale Lily (una convincente e affascinante Mila Kunis, già vista nel risibile Codice Genesi): trova in questo senso anche giustificazione la scena lesbo da molti superficialmente elevata a mero momento pruriginoso del film. Perché invece Aronofsky è un regista che, pur nelle teorizzazioni narrative dei suoi racconti di percezione, non perde mai di vista la carnalità dei personaggi, che vivono sui propri corpi la loro difficoltà di esistere e il loro travaglio. Ecco dunque che il percorso di Nina è costellato di flagellazioni della carne che non trovano apparente giustificazione, e che appaiono come impossibili segnali di una sofferenza interiore che diventa esteriore, ma anche di una trasformazione in atto.

Ed è ancora più straordinario questo lavoro se compiuto sul corpo minuto di una Natalie Portman, che raggiunge vette di eccellenza assolute, riuscendo a incarnare a perfezione sia la fragilità e l’instabilità emotiva di Nina, sia la sensualità del Cigno Nero: la grandiosa sequenza del ballo, in cui avviene la metamorfosi, è un momento di cinema altissimo che lascia sconvolti per costruzione narrativa e per la debordante sensualità sprigionata dall’attrice, davvero capace di emozionare e al contempo sconvolgere per l’alterità di un personaggio che ha raggiunto un dualismo perfetto. Bellissima e inquietante allo stesso tempo, come questo film che rinnova il valore di un regista coraggioso e che non ha paura di osare, insieme ai suoi attori.


Il cigno nero
(Black Swan)
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Andres Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin (soggetto di Andres Heinz)
Origine: Usa, 2010
Durata: 103’

6 commenti:

Tamcra ha detto...

Ti segnalo la divertentissima parodia che Jim Carrey ha fatto del Cigno Nero a Saturday Night Live :
http://www.youtube.com/watch?v=610T2mu57YI&feature=related

Anonimo ha detto...

Film veramente straordinario che regala una serie di emozioni e di considerazioni di non poco conto, contenendo in sè tra l'altro una grandissima potenza visiva e comunicativa. La Portman davvero monumentale poi.

Ale55andra

Cineserialteam ha detto...

Lo vedo questo weekend. Poi ne riparliamo.

CST

Alessio G. ha detto...

Ottima recensione Davide, con la quale mi trovo quasi completamente d'accordo, come puoi leggere dalla mia analisi pubblicata su Cinemystic.

Nel bene e nel male, Aronofksky si conferma davvero come uno dei pochi registi contemporanei ancora capaci di scavare a fondo nell'anima umana, attraverso un cinema tanto supponente (almeno all'apparenza) quanto significativo ed efficace.

Marco (Cannibal Kid) ha detto...

assolutamente d'accordo. e hai messo bene in evidenza un aspetto del film che a molti critici evidentemente è passato inosservato: la fisicità.

Cineserialteam ha detto...

Visto. Davvero notevole, anche se ho trovato qualche forzatura di Aronofsky un pò fastidiosa.

Resta una delle pellicole migliori dell'anno. E la Portman si merita pienamente quella statuetta.

CST