"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

martedì 15 marzo 2016

Viaggio a Tokyo, di Vincenzo Filosa

Viaggio a Tokyo, di Vincenzo Filosa

La citazione (volontaria?) dal capolavoro di Yasujiro Ozu non tragga in inganno: il viaggio del titolo è qui una quest dal sapore autobiografico con cui il fumettista calabrese Vincenzo Filosa racconta il suo incontro-scontro con la cultura nipponica nella capitale di quel lontano paese. Appassionato di fumetti e con una particolare curiosità verso gli aspetti meno noti del manga, Filosa ha infatti visitato la città giapponese per istruirsi direttamente “sul campo” e emulare così i maestri del manga e del gekika: quale sia la differenza tra queste due forme espressive ce lo racconta il suo alter ego Francesco che, per l'appunto, viaggia a Tokyo per fare incetta di volumi e studiare lo stile dei mostri sacri. In primis Osamu Tezuka, il “dio del manga” che qui appare più come un riferimento per il genere che come modello del lavoro di Filosa, maggiormente legato al gekika, il manga “adulto” e “realistico” che ha il suo esponente di maggior spicco in Yoshihiro Tatsumi (autore di Una vita tra i margini, in Italia per Bao).

Dimostrando una volta di più la sua intelligenza anticonformista, però, Filosa accentra la sua attenzione in particolare su due figure meno note del filone, i fratelli Yoshiharu Tsuge e (in particolare) Tadao Tsuge, che Francesco letteralmente insegue nella speranza di incontrare nel suo negozio in Edogawadai. Il racconto di questa ossessione si intreccia con quello della vita nella capitale e con lo spaesamento che il timido studente italiano prova di fronte alla particolare realtà nipponica, e alla vertigine sensoriale data dall'impatto con una metropoli variegata e non priva di punti controversi (si citano anche i casi di suicidio ormai avvertiti quasi come rituali nelle gallerie della metropolitana o nei boschi circostanti). Questo aspetto finisce ben presto per assorbire la maggior parte della narrazione, attraverso uno stile di racconto che abbraccia totalmente la visione soggettiva di Francesco, mescolando, senza soluzione di continuità, realtà e sogno a occhi aperti, esperienze reali e percezioni allucinate che restituiscono un timor panico verso un mondo concreto ma allo stesso tempo alieno.

Pertanto, la dimensione fiction data dal fumetto si intreccia alla componente autobiografica, in una forma intermedia fra l'estetica propria del gekika e il racconto di formazione all'occidentale: il fumetto ha infatti l'aspetto di un autentico manga, con tanto di senso di lettura ribaltato e soluzioni visive debitrici dei vari maestri. Sebbene abbastanza omogeneo nello stile, infatti, il disegno presenta sensibili differenze tra i vari capitoli, a volte si fa più realistico e fine nel tratto, in altri casi assume una caratura più essenziale, con poche linee a descrivere le forme e le situazioni, fino a momenti dichiaratamente grotteschi – lo stesso Francesco sembra uscito visivamente da un'opera di Shigeru Mizuki, pure evocato nelle visioni allucinate della foresta dei suicidi. Per questo motivo il ritmo può apparire a tratti frammentato e spiazzante, l'impressione è quella di un racconto che a volte “salta” da una situazione all'altra, ma in questo modo riesce a riprodurre il senso di spaesamento del suo protagonista. Trasferendo la sua curiosità anticonformista nella stessa raffigurazione del Giappone, Filosa ci propone un'opera piena di riferimenti alla cultura pop nipponica (molto noti anche in Occidente), ma allo stesso tempo ci mostra un Giappone inedito, oscuro, notturno e animato da una violenza casuale e perciò disumana, ma dove pure è possibile stringere amicizie forti e trovare spazio per gli affetti.

La ricerca dei propri numi tutelari torna rilevante nella parte finale, con il possibile incontro con Tadao Tsuge, il cui destino è bene lasciare alla scoperta dello spettatore. L'opera è realizzata per l'editore bolognese Canicola, che testimonia anche in questo caso la scelta per realtà più di nicchia e anticonformiste, ma non per questo meno interessanti.





Viaggio a Tokyo
di Vincenzo Filosa
Canicola, Bologna, 2015
264 pagine, 18 euro

mercoledì 9 marzo 2016

Il Drago e la Saetta

Il Drago e la Saetta

Il nome di Marco Pellitteri è uno dei primi a risaltare quando si affronta il mare magnum della saggistica sull'animazione giapponese: non solo perché è stato, di fatto, uno dei precursori del filone, ma anche per la grande consapevolezza che ha sempre animato il suo lavoro. Da un lato, infatti, i suoi scritti hanno avuto il merito di sistematizzare e analizzare in prospettiva critica il materiale giunto in Italia dalla fine degli anni Settanta, dando voce alle istanze di una generazione che, in fondo, lo aveva assorbito quasi per osmosi, senza forse andare troppo in profondità nelle sue caratteristiche peculiari – ovvero quelle che lo avevano immediatamente distinto da ciò che c'era prima e da quanto è venuto dopo. Il testo fondamentale, in questo senso, è Mazinga Nostalgia, che ha avuto varie riscritture dal 1999 in poi, e che mette a confronto il “nuovo” immaginario giapponese con quello dei “padri”. Il che ci porta all'altro merito della sua analisi: confutare molte delle cattive impressioni della prima ora, suscitate dalla novità in un pubblico adulto, abituato a differenti codici espressivi e subito pronto a gridare alla corruzione dell'innocenza. Si tratta quindi di un lavoro che è allo stesso tempo critico, analitico, ma anche utile a rivendicare l'appartenenza a un immaginario e, per estensione, una caratura identitaria al fandom degli anime.

Il Drago e la Saetta rappresenta l'estensione e il parziale completamento di quel percorso, attraverso un corposo volume che mira a finalità dichiaratamente accademiche. Il taglio si fa perciò ancor più storico-sociologico-analitico e si prosegue nella confutazione di molte credenze della prima ora, ponendole in una prospettiva che guardi non solo al momento della transizione fra passato e presente, ma anche alle possibili nuove istanze dell'animazione giapponese in rapporto con la modernità – naturalmente va considerato come il volume abbia ormai alcuni anni alle spalle, essendo uscito nel 2008. Una sorta di analisi del “distacco”, che cerca di riscattare un immaginario dalla componente totalmente nostalgica (comunque non del tutto rinnegata) per immergerlo ancor più nella cultura d'origine e anche nella contaminazione di segni, forme e linguaggi che nel tempo lo stesso ha naturalmente creato attraverso il confronto con i mercati che hanno subito “l'invasione”: in primis (sebbene in modo meno accentuato che altrove) gli Stati Uniti e poi, naturalmente, l'Europa, con l'Italia e la Francia a fare da apripista. La mappatura è comunque ad amplissimo raggio, complici anche gli studi che Pellitteri sta compiendo con alcuni analisti internazionali per rendere il suo lavoro il più possibile comparativo e completo.

Pertanto, l'autore individua due grandi “movimenti” nel lungo rapporto fra l'animazione giapponese e il mondo, sintetizzati nelle icone eponime del Drago e della Saetta, che trasfigurano le due serie individuate come più peculiari per i ragionamenti posti in essere: Ufo Robot Goldrake (dove il robot dalle corna dorate richiama vagamente l'idea visiva del Drago) e Pokémon (con la Saetta che richiama le scariche elettriche emesse da Pikachu, l'animale-simbolo del brand). La prima delle due serie sintetizza infatti l'impatto dirompente di una nuova narrazione seriale che sopraggiunge sui mercati creando un'immediata affinità tematico-spettacolare con il pubblico più giovane, affascinato dagli scontri epici, dai protagonisti tormentati e dalla particolare miscela di pacifismo ideale e utopia dell'esplorazione spaziale rovesciata nell'incubo dell'invasione nemica. L'analisi di Pellitteri è completa laddove non si ferma alle peculiarità più volte analizzate anche in altre sedi, ma cerca pure i significati più reconditi dell'alterità insita in un eroe alieno ma sentito come affine (una possibile metafora del rapporto di vicinanza-lontananza fra il Giappone e gli Stati Uniti?).

L'impatto di Goldrake non esaurisce però la spinta di un nuovo modello che giunge in Europa in maniera più casuale che per reali volontà di espansione commerciale: per attendere questo secondo movimento dovremo appunto attendere il fenomeno mondiale di Pokémon, pensato per una strategia di ampio respiro e che riesce pure a sintetizzare la transmedialità dell'immaginario nipponico, articolato, oltre che sul fronte animato, su quello dei videogame e del merchandise. La riflessione sui contenuti si accompagna così a un'analisi delle strategie di mercato, sempre tenendo fermo il rapporto con le industrie delle nazioni occidentali (statunitensi in primis), in grado di fornire una prospettiva il più possibile completa del fenomeno.

Naturalmente, le due serie permettono anche una trattazione di alcune iconografie e categorie percepite dall'autore come particolarmente rappresentative del particolare sentire giapponese: l'infante, attraverso l'estetica kawaii, ovvero quella particolare espressione della carineria e del grazioso che stilizza un immaginario infantile in forme apprezzate anche da un pubblico adulto; la macchina, attraverso l'icona del robot e del corpo sintetico, dai giganti d'acciaio come il già citato Goldrake, fino alle derive cyberpunk che riflettono il particolare rapporto fra l'evoluzione tecnologica e il disagio esistenziale delle generazioni moderne; e infine la mutazione, intesa un po' come il punto d'unione dei precedenti percorsi, dove la contaminazione dona sostanza a realtà ibride e iconografie nuove (come possono essere, appunto, quella dei Pokémon), “dal pesante al leggero e dal reale al virtuale”. Tutte queste forme attraversano e sintetizzano tanto l'animazione quanto le altre forme dell'industria dell'intrattenimento nipponica, arrivando quindi anche al fumetto, alla musica, al cinema e via citando.

Il libro cerca perciò di dare sistematicità a questa complessa mole di argomenti attraverso un approccio lineare e il più possibile chiaro, con una divisione in capitoli netta ma dove ogni argomento sembra confluire nel successivo in una forma sicuramente densa, puntigliosa nei suoi molteplici riferimenti e debitrice di un'impostazione accademica, ma comunque il più possibile discorsiva. I riferimenti interni sono evidenziati attraverso rimandi precisi e anticipazioni degli argomenti trattati nelle pagine successive. Il percorso parte quindi dalle peculiarità tematiche dell'animazione e della cultura giapponesi, in grado di esaltare la particolare natura di un sentire che è fortemente identitario rispetto alla Storia dell'Arcipelago, ma anche molto “poroso” e abile a recepire gli spunti altrui. Il che ha determinato la particolare universalità di un linguaggio da tutti percepito come fortemente giapponese, eppure capace di fare breccia nei pubblici di tutto il mondo grazie a iconografie nette ma ben riconoscibili.

Gli spunti sono molteplici, e tengono conto anche della particolare mutazione del mercato dell'intrattenimento e della mutazione economica che, nel corso dei decenni, ha interessato un mondo sempre più globalizzato: come la cultura e l'animazione giapponesi sono state capaci di mutare pelle, così il mondo è cambiato con loro e il racconto di questa conoscenza reciproca, al netto delle confusioni che il testo cerca di chiarire, ha dunque il sapore di un dialogo stratificato e fecondo. Non mancano anche argomenti più controversi, che riflettono il dibattito interno e le possibili recrudescenze conservatrici della società nipponica, sebbene gli autori dimostrino anche un atteggiamento appassionato che a tratti assume il sapore di una partigianeria volta a esaltare in modo particolare la cultura nipponica a scapito di quelle occidentali (si veda in particolare il saggio di Jean-Marie Bouissou sul manga, dove i confronti con il fumetto euro-americano appaiono eccessivamente esemplificativi).

A proposito dei contributi esterni, oltre all'appena citato saggio di Bouissou, il volume presenta inoltre una prefazione del sociologo giapponese Kiyomitsu Yui, e interventi di Gianluca Di Fratta, Cristiano Martorella, Bounthavy Suvilay, pure orientati a rendere il lavoro il più completo possibile.

Il Drago e la Saetta – Modelli, strategie e identità dell'immaginario giapponese
di Marco Pellitteri
2008
Tunué, Latina
664 pagine

lunedì 22 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot

Enzo Ceccotti è un ladruncolo di quart'ordine in una Roma degradata e difficile. Un giorno, mentre è in fuga dalla polizia, viene a contatto con dei rifiuti tossici scaricati nel fiume Tevere e acquisisce una forza straordinaria. La sua vita, già scossa da questo evento, viene ulteriormente complicata dalla conoscenza di Alessia, una ragazza affetta da disturbo da stress post traumatico conseguente alla morte dei genitori, che si esprime in una visione compulsiva della serie animata “Jeeg robot d'acciaio”. Scoperti i poteri di Enzo, Alessia vede lui l'incarnazione dell'eroico Jeeg. Fra il riluttante eroe e la sfortunata ragazza nasce così una strampalata ma tenera relazione, anche se le capacità di Enzo iniziano a fare notizia e ad attirare l'attenzione dello Zingaro, un piccolo malavitoso, afflitto da manie di grandezza che lo rendono un'autentica mina vagante.


Accolto con grande calore alla Festa del Cinema di Roma 2015 e, subito dopo, a Lucca Comics & Games, arriva finalmente nelle sale il primo lungometraggio di Gabriele Mainetti, sostenuto con forza dal distributore Lucky Red attraverso un'intesa campagna sui social network e l'uscita nelle edicole di una versione a fumetti, scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Giorgio Pontrelli. L'accenno a Jeeg Robot nel titolo, ha comunque disorientato una parte del pubblico, convinta di trovarsi di fronte a una scialba trasposizione della celebre serie animata, creata dalla Toei Animation nel 1975 a partire da un'idea di Go Nagai. Ancora sui social network, sono così fioccate svariate polemiche, legate a un presunto delitto di lesa maestà nei confronti del robot animato, da molti considerato un'autentica quell'icona generazionale. Nulla di tutto questo, in realtà, per una polemica pretestuosa, che ricorda quella che ha pure accompagnato l'uscita di Pacific Rim, da alcuni considerato a torto una “copia” di Neon Genesis Evangelion (in quel caso senza considerare ovviamente il fatto che il genere giapponese dei mecha, all'epoca dello stesso Evangelion, aveva già almeno due decenni di vita alle spalle...).

Per capire meglio il senso dell'operazione è bene esplorare la precedente filmografia di Mainetti e, in particolare, i due cortometraggi che lo hanno imposto all'attenzione generale e dove già risaltava il sodalizio artistico con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone - qui nel film affiancato dal fumettista Menotti. Il primo, Basette, del 2008, racconta la storia di un piccolo rapinatore romano (interpretato dall'ottimo Valerio Mastandrea), grande fan di Lupin III, che riesce a coronare il sogno di “trasformarsi” nel suo eroe proprio nell'attimo del maggiore declino, durante un colpo andato a male, che sarà poi anche l'ultimo della sua vita. A questo segue, nel 2012, Tiger Boy, in cui un bambino segue con passione le imprese di un wrestler con la maschera da tigre, che diventa un modello cui aggrapparsi per reagire agli abusi sessuali perpetrati ai suoi danni dal preside della scuola. Il riferimento pop al celebre L'uomo tigre non è mai esplicitato, ma risuona come un'eco ugualmente riconoscibile dallo spettatore.

Entrambi i lavori, raggiungibili attraverso i link qui sotto, rivelano quindi un autore cresciuto nel pieno di un immaginario pop, che diventa il mezzo (e mai il fine) per affrontare i risvolti più difficili della realtà: un punto di fuga da cui raccontare di protagonisti dissociati rispetto al mondo in cui vivono, ma che più di tutti riescono a metterne a nudo le criticità. La citazione, in questo caso, diventa quindi un'interfaccia per raffigurare le contraddizioni umane nella pienezza dell'espressione artistica, e, forse, l'unico mezzo che questi personaggi hanno per riuscire a volgere a proprio vantaggio un mondo che li condanna a una perenne sconfitta. D'altronde, non è a questo che servono gli eroi?

Lo chiamavano Jeeg Robot rappresenta la naturale evoluzione di questo percorso: la forma del lungometraggio permette infatti a Mainetti di ispessire i termini del discorso, senza tradirne gli assunti di fondo. Riecco quindi un protagonista disilluso e solo, costretto nel ruolo del ladruncolo perdente, che, investito del potere e del ruolo del supereroe, ottiene la possibilità di stravolgere la sua vita. Lo farà innanzitutto pensando al proprio tornaconto, finché, l'incontro con le due figure chiave di Alessia e dello Zingaro, non lo spingeranno a mettersi in gioco sotto una nuova veste. La triangolazione si snoda quindi fra personaggi egualmente dissociati, ma che rappresentano una possibile alternativa al punto di vista incarnato dall'introverso Enzo. Alessia è quello che lo investe, suo malgrado, del ruolo di eroe attraverso l'intercessione iconica favorita dalla figura di Jeeg Robot; lo Zingaro, invece, è il personaggio naturalmente destinato a rappresentarne la nemesi – che, come ogni storia di supereroi che si rispetti, altro non è che uno speculare e un completamento dell'eroe.

Mainetti mantiene così il tono esistenziale e malinconico già emerso in Basette e Tiger Boy, ma stavolta apre il fantastico al confronto costruttivo con il reale, favorendo una possibile riscrittura del mondo attraverso gli unici modelli possibili, quelli forniti, appunto, dalla cultura pop. In questo modo, il mito e la fantasia non restano confinati al sogno o alla visione, ma diventano un elemento reale, che rende il supereroe verosimile – qualcuno ha mosso paralleli con Kick-Ass e il Super di James Gunn e il riferimento non è peregrino. La storia di Enzo Ceccotti ha quindi il sapore autentico di un dramma delle periferie italiche, ma possiede anche la capacità immaginifica e fantasy delle storie supereroiche all'americana. E quindi, così come il ladruncolo diventa suo malgrado eroe, così il piccolo film di Mainetti diventa anche una riflessione metanarrativa sul nostro bisogno di simboli, e su come un racconto di questo tipo dovrebbe sempre puntare a ispirare il meglio in ogni spettatore (laddove oggi, diversamente, tutto si esaurisce in un citazionismo inerte e autoreferenziale, indirizzato solo a chi già conosce il fumetto di riferimento).

Lo chiamavano Jeeg Robot diventa perciò un piccolo grande film di supereroi all'italiana, che ha certi crismi della commedia, ma è a tutti gli effetti un'opera seria e ossequiosa delle “regole interne” del filone, senza complessi di inferiorità rispetto ai modelli anglosassoni, ma con una forza personale e vibrante. Merito anche di una perfetta sinergia con il cast: Enzo/Jeeg è un incredibile Claudio Santamaria, ingrassato per il ruolo e perfetto per esprimere il misto di tenerezza e insofferenza tipici del suo personaggio; gli fa da contraltare un vulcanico Luca Marinelli (che evolve per certi aspetti il ruolo già sostenuto in Non essere cattivo di Claudio Caligari) e una fragile eppure intensa Ilenia Pastorelli. Un film da non perdere!


Lo chiamavano Jeeg Robot
Regia e produzione: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Menotti (soggetto di Nicola Guaglianone)
Con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli
Italia, 2015
Durata:

venerdì 15 gennaio 2016

Vorrei cantare insieme a voi... la storia dietro il video!

Vorrei cantare insieme a voi... la storia dietro il video!

Buon Anno a tutti, per iniziare. Siamo a metà Gennaio, e il lungo periodo delle Feste natalizie, ormai archiviato, è stato celebrato qui sul Nido, come da prassi, “appendendo” nello spazio delle Visioni dalla Rete lo spot anni Ottanta della Coca-Cola, con il celeberrimo brano Vorrei cantare insieme a voi... in magica armonia...



E' un rito che ripeto praticamente ogni anno, fin dal 2009 (praticamente da quando esiste Visioni dalla Rete) e al quale avevo già dedicato uno scritto: nella circostanza, anzi, mi interrogavo sull'origine dello spot... che dopo le opportune ricerche ha finalmente una storia che merita di essere raccontata.

Intanto iniziamo con un po' di date: lo spot sembra essere andato in onda in Italia ogni anno a partire dal 1983, fino al 1991 (stando a Tecatà e alle note alle versioni caricate su Dailymotion), con una parziale riproposizione nel 2011 in una campagna commemorativa realizzata per i 125 anni del marchio Coca-Cola (qui la fonte è Wikipedia). La lunghezza dell'arco temporale che copre praticamente tutto il decennio degli Ottanta, giustifica naturalmente la natura “cult” dello spot che è diventato un po' il simbolo dell'arrivo delle Feste (praticamente come fare l'albero o il presepe) e che rinsalda la tradizione “natalizia” della bevanda americana – scrivevo l'altra volta che il marchio è stato fondamentale anche per fissare in maniera definitiva nell'immaginario globale l'iconografia del Babbo Natale vestito di rosso e bianco.

L'origine di tutto va rintracciata nel 1971, il 18 Gennaio per l'esattezza, quando Bill Backer, creativo della Coca-Cola per conto dell'agenzia McCannErickson, era in viaggio per Londra, per creare un brano da usare in due nuovi spot della bevanda, che sarebbero stati cantati dal popolare (per l'epoca in particolare) gruppo dei New Seekers. Durante un atterraggio in Irlanda, per la nebbia, Backer notò un gruppo di persone chiacchierare divertite bevendo Coca-Cola, un'immagine decisamente in contrasto con il nervosismo che serpeggiava fra i passeggeri molto seccati dalla sosta inattesa. La bevanda, insomma, sembrava evocare quasi un potere “pacificatore” e “socializzante”, e questo offrì a Backer lo spunto per quello che sarebbe diventato il brano I'd Like to Buy the World a Coke. L'idea, in fondo, era molto semplice: se la Cola ha una simile capacità di spingere la gente all'allegria e alla socializzazione, vorrei comprare una bottiglia per tutti gli abitanti  del mondo, in modo che siano felici. Il brano, sviluppato con i compositori Roger Cook e Roger Greenaway, venne inciso come previsto da New Seekers e usato nello spot oggi noto come “Hilltop” perché ambientato su una collina, dove ragazzi di varia etnia cantano uniti nell'ideale condivisione di una positività senza confini. La forza della Cola, dopotutto, poggia anche su una capacità di ragionare in senso mitico, proponendosi come baluardo dell'americanità, intesa come la tendenza degli States – soprattutto nel periodo della Guerra Fredda – a ergersi quale nazione buona e sempre pronta a inneggiare alla pace.



L'atmosfera del video risente chiaramente delle influenze hippy dell'epoca, nella sua unione di un'estetica che predica un ideale ritorno alla natura, unita a un furbo messaggio commerciale (curiosità: il video è stato girato in Italia, nel Lazio per la precisione, da Roberto Malenotti dopo che l'Irlanda si era rivelata impraticabile per il maltempo - la fonte è Coloribus. Alla fine il budget si rivelò altissimo, circa 250.000 dollari. La diffusione in America iniziò nel Luglio 1971).

Il brano, amato subito dal pubblico, ha poi avuto anche una sua vita autonoma, con il titolo cambiato in I'd Like To Teach the World to Sing (In Perfect Harmony). Essendo i New Seekers impegnati, la prima incisione fu degli Hillside Singers (i cantanti della collina, per creare l'ovvio riferimento allo spot). La versione dei Seekers arrivò poco dopo, ecco la cover del 45 giri:


La versione natalizia che conosciamo è da considerarsi una variazione sul tema, pensata appositamente per le Feste e, stando alle fonti circolanti in rete, diffusa a partire dal 1978.



Nei cinque anni che la separano dalla versione italiana però... qualcosa si perde: il messaggio pacificatore dei due spot originali si manifesta infatti attraverso una scelta di cast multietnica, che inneggia dunque all'abbattimento delle barriere. C'è l'insieme delle persone che, riunite, cantano (“insieme a voi...”) e la regia apre su una serie di primi piani, scelti fra i presenti. Nella versione americana del Christmas Hilltop (così è chiamato lo spot natalizio) si parte con una ragazza di chiara etnia caucasica e, attraverso alcune dissolvenze incrociate, si passa prima a una ragazza orientale e poi a un ragazzo nero. Nell'edizione italiana questi ultimi due volti sono tagliati.


In parte il taglio è giustificato dalla minore durata del filmato, che “accorcia” tutte le inquadrature (e persino la musica, che parte direttamente dal cantato senza l'incipit sonoro): lo spot americano dura infatti 50 secondi, contro i 30 della versione italiana. Però è difficile togliersi dalla testa che la scelta di eliminare i due volti sia dovuta a qualcosa in più. E' infatti possibile che chi ha curato l'edizione italiana abbia ritenuto troppo “estreme” per il pacato pubblico nostrano le fattezze non caucasiche degli ultimi due giovani – un chiaro sintomo di quanto il multiculturalismo nel nostro paese sia un valore poco radicato e sempre guardato con sospetto, se non addirittura con timore.

Una nota stonata che finisce per ridimensionare il messaggio di fratellanza universale veicolato nello spot fin dalla sua creazione. Resta il piacere nostalgico del filmato, la sua capacità di evocare l'aria di Natale, complice la prolungata esposizione sui nostri teleschermi e la forza trascinante di un brano che, anche nella nostra lingua, è davvero difficile non accompagnare con il canto appena iniziano a risuonare le prime note.

La storia, comunque, non è finita: lo spot ottiene, come sappiamo, un grande successo in Italia, al punto che, nel 1986, viene prodotto il disco. Per l'occasione il testo viene modificato rispetto a quello sentito in televisione, perdendo i riferimenti alla bevanda, esattamente come era avvenuto con la versione discografica americana. Nasce così Come vorrei un mondo che cantasse insieme a me. Il gruppo cantante è accreditato come Coro Coro, mentre il nuovo arrangiamento, la produzione e la realizzazione sono di Oscar Prudente. Il brano esce sia su 33 giri, nell'antologia E le stelle stanno a cantare, che su 45 giri, entrambi distribuiti dalla CGD Messaggerie Musicali Spa. Quella riportata qui sotto è proprio la cover del 45 giri che, sul retro, riporta in piccolo e fra parentesi anche il titolo originale I'd Like to Teach the World to Sing.


Il nuovo testo italiano è di Cristiano Minellono. Da notare che sul forum di Zap Zap TV, dell'associazione culturale TV-Pedia, il testo della versione televisiva “natalizia” è attribuito invece a Gerry Scotti.

Il viaggio si conclude, ancora una volta, in America: lo spot originale è infatti considerato un classico dei commercial statunitensi e così, nel 1990, la Coca-Cola lo ha celebrato con un vero e proprio seguito, intitolato Reunion, dove il cast originale torna a cantare il brano insieme ai figli (viene intonata anche la nuova canzone Can't Beat the Real Thing, usata nello stesso anno nelle campagne principali):


(Un ringraziamento particolare va a Alessandro Montosi per le informazioni fornite).



martedì 15 dicembre 2015

Le anime disegnate

Le anime disegnate

Le anime disegnate è un libro dalle molte vite. Il fatto che sia citato spesso prova quanto si sia guadagnato sul campo la statura di classico: in fondo ha più di vent'anni sulle spalle e rappresenta uno dei primi saggi a comparare l'animazione occidentale con quella orientale senza particolari complessi di superiorità o inferiorità da una parte e dall'altra. Allo stesso tempo, però, è un libro che, nel tempo, è stato sottoposto dal suo autore a svariate riedizioni e quindi è stato rivisto, cambiato e ampliato – qui prendo in analisi la terza edizione del 1998, edita da Castelvecchi, ma ce ne sono altre più recenti. La cosa in sé può apparire anche bizzarra, ma è sufficiente una lettura anche superficiale per rendersi conto che la struttura è abbastanza rapsodica: che non significa improvvisata, si badi.

Ci sono tre macrocapitoli: uno dedicato al genio di Walt Disney, uno alla natura controcorrente dei cortometraggi Warner Bros (che si allunga anche alla MGM e a Hanna & Barbera), per poi arrivare al Giappone. Su questa gabbia ben definita, si aprono poi le molte possibilità ispirate da una scrittura che, seppur molto lucida, sembra seguire il filo dei pensieri in modo molto colloquiale, come se nascesse dall'ispirazione del momento, interrompendosi, concedendosi digressioni, aprendo deviazioni più o meno brevi su punti che si vogliono comunque “fermare” in questo divertito ma mai futile viaggio nei mondi animati.

Ed è un libro che smentisce se stesso: nel senso che la tradizione ce lo ha tramandato come un libro quasi esclusivamente orientato alla difesa dei cartoon giapponesi. Ma invece tutto è ben distribuito, nella sua divisione del mondo. Certo, la parte “americana” dimostra una maggiore scioltezza, tipica di un argomento con cui si ha la dimestichezza data dalla lunga frequentazione e dalla saggistica già corposa. Quando si arriva al Giappone il percorso è chiaramente più impervio, nei primi anni Novanta è ancora un territorio poco noto: la scrittura si fa quindi più guardinga, attenta a rimettere anche in riga i pregiudizi fioccati nel decennio precedente, ma sempre con quel gusto per la scoperta che emerge prezioso, goloso, in tutte le pagine.

Così, le “anime” del titolo non sono semplicemente gli anime giapponesi, ma i pensieri che muovono i vari autori, alle varie latitudini, nella creazione di opere che sono anche riflesso di un sentire personale e universale. E' una storia culturale dell'animazione, affrontata con il piacere del collegamento fra punti altrimenti considerati distanti, dove si esalta spesso il gusto del paradosso. Ad esempio quello che vede la cultura occidentale profondamente distante e quasi fiera della propria differenza rispetto a quella orientale, eppure così attratta dalle storie prodotte nel lontano arcipelago (“Gli europei si sentono lontani anni luce dall'universo giapponese, dalla sua cultura, e dal suo stile di vita. Eppure […] il cartone giapponese ha proposto situazioni in cui i nostri ragazzi si sono riconosciuti e continuano a riconoscersi. Questo […] perché nei confronti della nostra infanzia la cultura occidentale, la nostra cultura, è molto più repressiva di quanto questa voglia riconoscere”).

Va da sé che, dunque, ci si sofferma meno sulla tecnica e più sugli aspetti sociologici e contenutistici, nell'ambito di un approccio comunque analitico, in grado di esaltare le differenze, ma anche i tratti in comune fra i vari universi. In fondo Le anime disegnate sembra voler dimostrare che tutto è figlio di valori universali e di una tecnica che, fra i vari cambiamenti del caso, persegue gli stessi scopi. Un libro agile come il suo piccolo formato, ma molto profondo, di cui si sente il bisogno, anche dopo due decadi, in un mondo che tende sempre a chiudere in recinti ciò che invece è pensato per abbattere barriere.
 
Le cover delle varie edizioni, dalla prima del 1994 (a sinistra) alla
più recente del 2005 (ultima a destra)

Le anime disegnate – Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi
di Luca Raffaelli
1994
Terza edizione, 1998
Castelvecchi, Roma
192 pagine
(attualmente il libro è nel catalogo Minimum Fax)

martedì 8 dicembre 2015

Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay

Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay

La storia è nota: l’arrivo dei cartoni animati giapponesi sulle nostre emittenti, alla fine degli anni Settanta, ha marcato un “prima” e un “dopo” nella storia del costume italiano, creando un legame fortissimo con un pubblico ben definito – principalmente quello dei più giovani, maggiormente attenti e ricettivi rispetto alla “novità”. Un amore che ha resistito al tempo e che ha assunto, negli anni, varie forme: c'è il collezionismo dei manga (i fumetti giapponesi), la costante visione degli anime (i cartoon appunto), e infine il cosplay, ovvero la pratica divertente e divertita di mascherarsi dal proprio personaggio preferito per partecipare alle manifestazioni dove inscenare i momenti più celebri dell’opera.

Quello che era iniziato come un semplice divertimento, magari da relegare ai soli anni d’infanzia, alla prova del tempo si è insomma dimostrato un enorme bacino di storie e forme. Di più: è il riflesso di una cultura lontana ma capace di farsi linguaggio universale, grazie alla forza espressiva del mezzo. Anime e manga vantano infatti uno stile dinamico e innovativo nell’uso delle tecniche visive, dove l'evocazione e la forza emotiva sopravanzano quel rispetto del verosimile più caro alle culture occidentali, donando all'esperienza un maggiore impatto immersivo. Da qui, a cascata, sono poi nati un fandom articolato e varie professionalità e competenze, come studiosi e critici della materia, nonché editori che si sono fatti carico di portare in Italia le più recenti produzioni.

A tutto questo è dedicato il documentario Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, opera prima di Francesco Chiatante, che cerca di tracciare una mappa di questo composito universo, partendo dalle origini dell’invasione per poi inseguire le tracce sedimentate nell’immaginario italiano. Lo fa in due modi, attraverso i resoconti di “chi c’era” e le dichiarazioni di chi ha poi costruito a sua volta nuove forme, diventando parte della cultura popolare: attori (Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea), registi (Fausto Brizzi, Michel Gondry, Maurizio Nichetti), cantanti (Caparezza) solo per citarne alcuni, che compongono un mosaico affascinante.

Il racconto è fluviale e riesce replicare l'idea immersiva traghettando lo spettatore in un universo “altro”, ma familiare anche ai meno avvezzi, grazie alla capacità di fare appello a un bagaglio visivo-percettivo che è ormai percepito come globale e trasversale alle fasce d'età. Si parla insomma di Goldrake, Heidi, Candy Candy, Holly & Benji, Hayao Miyazaki ma poi il racconto si prende la libertà di concedersi i necessari detour, come a dire che quei titoli restano sicuramente dei punti cardine, ma non esauriscono il discorso in quanto singoli cascami di un tutto più grande e articolato: sono non il punto d'origine e d'arrivo, ma piuttosto la chiave per aprire la porta di un mondo più complesso. I bambini di ieri, quindi, sono diventati gli adulti di oggi e tutte queste storie e forme che hanno portato in dote sono diventate la via preferenziale per raccontare il percorso passato e definire le nuove tendenze del presente.

Ne emerge perciò un ritratto molto personale, che fa appello alla passione dell’autore, ma – esattamente come i lavori che racconta – diventa poi opera universale, capace di instaurare un dialogo con lo spettatore, affascinandolo con un’atmosfera fiabesca ma concreta per la specificità degli argomenti trattati. Un po' ricordo, insomma, un po' ricognizione documentata, grazie anche alle linee guida fornita da alcuni studiosi, primo fra tutti Luca Raffaelli, celebre saggista e qui elevato ad autentico “narratore” e voce critica di una generazione che ha deciso di affidarsi a questo flusso narrativo e visivo per definire la propria realtà.

Francesco Chiatante è un videomaker tarantino, montatore e autore di cortometraggi e documentari, ed è stato premiato per il suo backstage del film di Ivano De Matteo, I nostri ragazzi, al Festival del Cinema Città di Spello. Animeland è stato realizzato in piena indipendenza attraverso anni di ricerche, incontri con le varie personalità e un’impressionante mole di materiale iconografico, ed è stato infine presentato in anteprima mondiale al Roma Fiction Fest 2015. Su Siderlandia è possibile leggere la mia intervista al regista, sul film e la passione per anime e manga:

venerdì 4 dicembre 2015

Torino Film Festival 2015

Torino Film Festival 2015

Dal 20 al 28 Novembre si è rinnovato il rito della trasferta torinese per il festival del cinema, amatissimo e estremamente partecipato - quest'anno, nonostante il ritorno delle tre sale del Lux, le code hanno spesso lasciato fuori una parte del pubblico. Il programma può essere ben sintetizzato dalla retrospettiva Cose che verranno, dove si esplorava il futuro visto dal passato (attraverso i classici della sci-fi più o meno distopica), perché in effetti sappiamo bene che al festival è cara la tradizione del cinema, ma senza che questo faccia mai venir meno lo sguardo verso le nuove tendenze – e infatti, in un magnifico gioco di paradossi, la retrospettiva resta uno spazio “protetto” ma meno centrale che in passato.

Il segreto della fortunata ricetta torinese, in fondo, sta proprio in questo: non cambiare mai nell'impostazione generale, ma senza negarsi al contempo il piacere della novità. I percorsi si sono perciò articolati fra il classico Concorso (dove ha vinto Keeper, di Guillame Senez); la macro-sezione Festa Mobile, trasversale alla proposta dei nuovi titoli di autori consolidati e piccole grandi scoperte; i percorsi monografici su Orson Welles (per il suo centenario), Julien Temple e Terence Davies; la sezione più “di genere” e “dark” After Hours; e infine, ma non ultime, le Onde di Massimo Causo e Roberto Manassero con il cinema sperimentale e di ricerca.

Torino resta quindi un faro per il cinema di qualità, senza le tentazioni dell'evento mondano fine a se stesso, ma è ugualmente capace di attirare le masse e di produrre il divertimento: lo stesso direttore Emanuela Martina ha sempre concluso ogni annuncio con un augurale “Buon divertimento”, diverso dal più classico “buona visione” e la sfumatura non è da poco. A proposito di divertimento, va segnalata quest'anno la novità della Notte Horror, maratona della sezione After Hours proseguita fino all'alba con tanto di distribuzione di cornetti, cola e caffè per i più irriducibili (il sottoscritto non poteva naturalmente mancarla!).

Qui di seguito (dopo il salto) brevi schedine di alcuni fra i titoli più interessanti visti o riscoperti al festival, nella speranza che siano prima o poi distribuiti regolarmente in Italia: