"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 12 ottobre 2011

A Dangerous Method

A Dangerous Method

Svizzera, 1904. Il dottor Carl Jung è un pioniere nel campo della psicanalisi, così come teorizzata dal collega austriaco Freud. L'occasione per mettere in pratica le rivoluzionarie teorie gli si presenta quando, nell'ospedale in cui opera, viene ricoverata Sabina Spielrein, una donna affetta da violente crisi. Grazie alle sedute con Jung, Sabina ripercorre i traumi infantili che la vedevano vittima delle violenze paterne, in un perverso gioco di attrazione/repulsione che ha letteralmente modificato la sua sfera sessuale. Negli anni successivi, Jung ha modo di incontrare direttamente Freud, che pone alla sua attenzione il caso del collega Otto Gross: quest'ultimo riesce a vincere le resistenze di Jung e a convincerlo a iniziare una relazione extraconiugale con Sabina.


Pochi fra i registi contemporanei possono vantare un percorso autoriale coerente come quello di David Cronenberg: a ogni visione sembra di vederlo lì, dietro la macchina da presa, mentre cesella il suo disegno artistico e tematico, rielaborando le proprie ossessioni in direzioni che possono apparire inedite o spiazzanti, ma che in realtà sono il frutto di un agire maturo e di un modulo narrativo che ha saputo evolvere le proprie forme. Così, siano le pulsioni materiali che negli anni Ottanta lo posero come un alfiere del body-horror e un teorizzatore della “nuova carne”, o quelle più manifestamente legate alle condizioni della psiche, in tutti i casi abbiamo a che fare con una dimensione interiore che nel rapporto con l'esteriorità e il mondo “di fuori” lascia deflagrare la propria umanità.

Umanità e non debolezza, sì badi, ché nel cinema cronenberghiano l'empatia verso le ossessioni che agitano i protagonisti è assoluta e ogni componente morale è puramente bandita: il tono algido e sempre più minimale della messinscena non impedisce infatti allo sguardo di essere sempre al servizio della storia e dei protagonisti. Da questo punto di vista l'evidenza del lavoro compiuto con A Dangerous Method è esemplare: tirare in ballo direttamente i padri fondatori della psicanalisi sembra quasi un abile escamotage per andare al cuore del problema, esplicitando in modo magari didascalico la propria visione dell'umanità. Invece il film spiazza ancora una volta, prediligendo un approccio non convenzionale. Più che alla correttezza o meno delle teorizzazioni freudiane, infatti, Cronenberg è interessato ancora una volta alle pulsioni che sottendono l'uso delle pratiche psicanalitiche e sfronda anzi le figure di Freud e Jung della loro aura puramente storico-medica, in favore di una umanità che gratta sotto la superficie.

Da questo punto di vista, tanto Jung che Freud vengono visti come due personaggi percorsi dall'inquieta ricerca di un principio unificante che riesca a imbrigliare e spiegare le forze che muovono l'uomo nel proprio agire, secondo una direttrice che è, prima ancora che medica, puramente filosofica. Cronenberg si adegua a questo agire e filtra la messinscena attraverso un approccio che è astratto e mentale prima ancora che concreto e fisico, si affida più alle parole che ai gesti, ma l'approdo è ugualmente implacabile nella sua lucidità: il confronto con queste forze rivela la velleità del proposito e si risolve in una presa d'atto dell'impotenza del raziocinio rispetto alla complessità della posta in gioco. Il rapporto con l'oggetto delle attenzioni dei due è comunque differente: per Freud esso si esplicita in un tentativo molto rigido di ricondurre tutto a dinamiche elementari, in modo prettamente logico; per Jung, al contrario, l'approccio non esclude lo studio di possibilità inedite, come il ricorso a elementi extra-logici - si cita esplicitamente la possibilità di ricorrere al paranormale.

L'immersione nella sfera dell'irrazionale finisce naturalmente per lasciare deflagrare le pulsioni che corrono all'interno dell'animo di Jung, che in questo modo si allinea a personaggi tormentati e squisitamente cronenberghiani come il Seth Brundle/Jeff Goldblum de La mosca e il René Gallimard/Jeremy Irons del capolavoro M. Butterfly. In tutti questi casi, infatti, l'interesse del protagonista, filtrato attraverso le pulsioni manifestate dal corpo e dal desiderio amoroso, finisce naturalmente per precipitare l'animo nella potenza di una dinamica che non si riesce più ad arrestare. A permettere l'innesco sono due figure antitetiche eppure affini come Sabina e Otto, entrambe sostanzialmente oltre il disagio causato dall'incapacità di circoscrivere la spinta delle proprie pulsioni e capaci perciò di incarnare una natura impulsiva e tentatrice.

Il che naturalmente spezza il possibile isolazionismo dei due principali protagonisti, e permette al film di utilizzare la loro vicenda personale come paradigma di una situazione sociale più ampia. L'agire non compromissorio di Freud, infatti, è costantemente motivato da ragioni eminentemente “politiche”, che il medico austriaco esplicita direttamente al collega (e allo spettatore): il senso di accerchiamento rispetto alla portata rivoluzionaria delle proprie teorie, e il costante antisemitismo che lo coinvolge in quanto ebreo. Sottotraccia già si avverte una pulsione caotica che di lì a pochi anni travolgerà l'Europa con due guerre mondiali.

A Dangerous Method, dunque, si dimostra un punto di vista privilegiato per scoperchiare ciò che si trova al di sotto della superficie, attraverso la giustapposizione di elementi (raziocinio e istinto) che si vorrebbero distinti e governabili ma che si rivelano al contrario pericolosamente esplosivi se avvicinati e che non fanno altro che amplificare proprio quella forza che si vorrebbe poter controllare, in un esaltante gioco di confronto fra gli opposti che apre il film a un dinamismo molto teso nel suo apparente autocontrollo.

Per questo, al di là dei possibili sottotesti storici, esattamente come nei già citati La mosca e M. Butterfly, il nuovo A Dangerous Method resta comunque un intenso melodramma di non secondaria sensualità, capace per questo di far parteggiare lo spettatore per le ossessioni che agitano l'animo dei protagonisti e di fargli comprendere lo strazio di anime divise fra opposti, schiacciate da forze incontrollabili e per questo destinate a rimanere in uno stato di necessaria infelicità.


A Dangerous Method
(id.)
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura: Christopher Hampton, dalla sua pièce teatrale, basata sul libro Un metodo molto pericoloso, di John Kerr
Origine: Francia/UK/Canada/Germania/Svizzera, 2011
Durata: 99

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Però si faticava a riconoscere Cronenberg in questo film che, sinceramente, al di là dei meriti che comunque non mancano, mi è sembrato un po' troppo schematico, come dici anche tu.

Ale55andra

Davide Di Giorgio ha detto...

Attenzione: io scrivo che il film SEMBRA schematico :)

In realtà ci sarebbe molto altro da aggiungere rispetto a quanto ho scritto, altri lo hanno fatto molto meglio di me, e personalmente ritengo che la mano di Cronenberg sia perfettamente riconoscibile.