"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

lunedì 26 ottobre 2009

L’invincibile Dendoh

L’invincibile Dendoh
 
La Terra, attaccata dall’impero meccanico dei Gulfer, è protetta dall’organizzazione Gear. Ad affrontare le bestie nemiche è Dendoh, un robot che sceglie come suoi piloti due ragazzini, Hokuto Kusanagi e Ginga Izumo. Il loro compito, oltre ad affrontare le varie battaglie, è anche quello di impadronirsi delle Armi Elettroniche, in grado di diventare le armi di Dendoh. Ben presto la battaglia apre inedite rivelazioni su Vega, vicecomandante della Gear, dietro la cui maschera si nasconde la madre di Hokuto. Non è tutto: la donna è infatti una delle poche superstiti del pianeta Alktos, assoggettato da Gulfer. Dallo stesso mondo proviene anche Arthea, fratello di Vega che l’impero meccanico ha condizionato spingendolo ad affrontare Dendoh con il robot gemello Ogre. I legami affettivi e il rapporto fra la Terra, Gulfer e Alktos diventeranno la posta in gioco e il segreto da comprendere per sconfiggere i nemici.

 
La fissità dei canoni che regolano il genere robotico nell’animazione giapponese sembra permettere una scarsa permeabilità del filone a influenze esterne, ma nell’ultimo decennio stiamo assistendo a interessanti tentativi di ibridazione tra format e storie tra loro differenti. Se ad esempio il remake di Gaiking mostra alcuni riferimenti precisi al clamoroso successo di Dragon Ball, una serie come L’invincibile Dendoh tenta di far proprio il tema delle creature digitali derivate dal filone portato al successo da serie come Pokémon o Digimon.
 
Tale scelta ha provocato alcuni snobismi nei confronti di quest’ottimo prodotto targato Sunrise, ma a una visione priva di pregiudizi il risultato si rivela convincente e geniale per come riesce a governare un elemento apparentemente fuori contesto senza snaturare eccessivamente il genere principale che, anzi, risulta guadagnarne e mostrare così evidenti segni di progressione. La fusione di elementi tra loro difformi avviene nel segno della coesistenza di opposti già rintracciabile nei caratteri dei due protagonisti: Hokuto Kusanagi, calmo e riflessivo, capace di ponderare ogni scelta anche con la giusta dose di freddezza e una maturità che farebbe invidia a ogni coetaneo (ma anche a molti adulti) appare infatti totalmente diverso dall’amico Ginga Izumo, passionale, istintivo e che non a caso dimostra una spiccata predilezione per le arti marziali. Mente e braccio, intelligenza e forza, insomma, per due eroi scelti dal destino e che devono, inevitabilmente imparare a convivere alla guida del robot.
 
Questo canone, peraltro, non è distante dai molti che abbiamo visto negli anni dare forma ai vari piloti dei giganti meccanici dell’animazione giapponese. Imparare a governare una macchina di tali dimensioni per affrontare una dura battaglia è infatti un chiaro racconto di formazione: la lotta è soprattutto contro le proprie debolezze e riecheggia quella molto più concreta che ogni giovane spettatore deve imparare quotidianamente ad affrontare contro le avversità, ma qui si lega a un concetto più ampio che investe direttamente i rapporti affettivi, in particolare l’amicizia, la fratellanza, ma anche il legame fra l’uomo e la natura e, ovviamente, l’amore.
 
Il rapporto che pertanto i due protagonisti stabiliscono con le Armi Elettroniche è di tipo squisitamente empatico, con le bestie virtuali che “cercano” determinate caratteristiche nel cuore dei loro padroni. Si crea pertanto un ponte fra l’idea del legame storicamente codificato fra l’uomo e il robot (con il pilota che “sente” sulla sua pelle i danni inferti al gigante meccanico) e l’empatia fra personaggi e mostri digitali alla base di serie come Pokémon e Digimon. In un certo senso, Dendoh diventa quindi tanto una evoluzione del filone robotico, quanto di quello dei mostri virtuali, ed entrambi i generi si ritrovano sul campo, affiancati nella battaglia.
 
Il resto lo fa una struttura da soap-opera che rimanda ovviamente ai fasti di Gundam, su cui peraltro lavoreranno successivamente i due creatori, ovvero il regista Mitsuo Fukuda e sua moglie, la sceneggiatrice Chiaki Morosawa (con Gundam Seed). Proprio alla saga del Mobile Suit si rifà poi l’uso espressivo dello split-screen, con le inquadrature a “finestra” che si aprono rivelando i piloti durante le scene di battaglia. Scelta espressiva pertinente, poiché riflette la volontà di “aprire” letteralmente un varco nella fissità dei canoni codificati dal genere robotico nella sua accezione più classica, ovvero quella creata da Go Nagai, cui rimanda la storia dei fratelli di Alktos, chiaro riferimento a Ufo Robot Goldrake.
 
In virtù della già evidenziata coesione affettiva fra i personaggi, la Gear finisce quindi per assumere non soltanto il ruolo di base operativa, ma anche quello di famiglia allargata dove si creano legami, sbocciano coppie (ad esempio fra il pilota Kirakuni e l’analista di dati Aiko), nascono nuove amicizie e si rivelano inaspettati segreti che arrivano a coinvolgere fin dentro l’alveo della famiglia reale. Ciò permette ai personaggi di riscattare l’apparente semplicità della storia e di essere sfaccettati e in grado di generare grande coinvolgimento: si resta pertanto catturati dal tormentato destino di Arthea, dal fascino e dal coraggio di Vega, dal triste destino di Subaru e dalla buffa caratterizzazione dei Gulfer pasticcioni Absolute, Gourmei e Witter. Le loro azioni sono calate in un contesto sicuramente scientificamente disinvolto, ma che guarda comunque alla realtà del pubblico contemporaneo, ai problemi e alle passioni dei più giovani (la scuola, Internet, gli idoli musicali), senza eccessiva furbizia.
 
Su tutto poi domina l’azione: incalzante, barocca, in un crescendo narrativo irresistibile che si giova della riconoscibilità iconica dei momenti topici (l’installazione dell’Arma Elettronica, l’Attacco Finale) e reitera gli stessi con convinzione, intercalando molto bene il tutto allo svolgimento della narrazione. Alla fine il risultato è estremamente spettacolare e offre un enorme divertimento con le battaglie, le tecniche e i comandi nuovamente urlati a squarciagola, lasciandoci con la convinzione che una storia semplice e memore del passato è riuscita a rinnovare i furori di un genere aggiornandoli al presente. Una serie molto sottovalutata e assolutamente da recuperare.

 
L’invincibile Dendoh
(Gear Senshi Dendoh/Gear Fighter Dendoh)
Regia generale: Mitsuo Fukuda
Sceneggiatura generale: Chiaki Morosawa
Origine: Giappone, 2000
Durata: 38 episodi
 

3 commenti:

Jacopo Mistè ha detto...

Ciao Rodan, sono God87 dal forum di horrormagazine, non sapevo anche tu recensissi anime in un blog, ci scambiamo i link? XD

Sull'anime Gear Fighter Dendoh non m'esprimo in quanto non l'ho visto, volevo solo, se permetti, fare una "correzione" a ciò che hai scritto.

E' vero che Fukuda e consorte sono anche i creatori di Gundam SEED/Destiny, ma cmq Dendoh l'han fatto prima ancora di approdare all'universo del mobile suit bianco, quindi da lì non han preso nulla XD
I tipici "split screen" a finestra a cui ti riferisci non li ha inventati Gundam, in quanto già si vedevano, che ne so, anche in Ideon del 1980. Non saprei dirti quale serie li ha inventati, ma penso che quasi di sicuro non sia una serie dell'incazzoso mobile suit.

Davide Di Giorgio ha detto...

Ciao Jacopo, piacere di averti qui e va benissimo per lo scambio di link, anche se questo non è un blog specifico sugli anime, ci passa un po' tutto quello che mi interessa, in modalità felicemente "random" :-)

Ti ringrazio per la correzione su "Gundam Seed", provvedo a modificare il testo: quanto allo split screen la recensione non vuole insinuare che lo abbia inventato il robottone bianco (anche se la prima serie di Gundam precede Ideon di un anno), ma soltanto che è un tratto caratteristico di quella saga. D'altronde nel cinema (o nella serialità tv) nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si ricicla, l'importante non è chi arriva prima, ma chi fa risaltare una caratteristica maggiormente. Ho provveduto però a fare una piccola modifica anche a quella frase per evitare qualsiasi equivoco. A presto!

Jacopo Mistè ha detto...

Capito ;)

Aggiunto anche il tuo blog tra gli amici, spero di poter leggere presto una tua recensione di qualche serie di Tomino o di Gundam. XD

Purtroppo, se già in ambito cinema la qualità e la cultura pagano tanto, anzi troppo qui in Italia, in ambito animato è ancora molto molto peggio.

Lo scopo del mio blog (oddio, del nostro considerando che vi scrive anche Silente81, sempre di horrormagazine XD) è appunto quello di portare un minimo di cultura sui nomi più caldi e importanti delle produzioni nipponiche, non focalizzandoci sui soliti due/tre (Kon, Miyazaki, Oshii) bensì trattando anche altri geni molto meno conosciuti come Tomino, Ryousuke Takahashi, Goro Taniguchi, Imagawa etc.

La tua rece di Dendoh m'è piaciuta, ci vorrebbero molte più critiche come le tue e le nostre (spero mi perdonerai se mi incenso un pò :P), per inculcare un pò di cultura queste generazioni che vedono il nonplusultra in Death Note e manco sanno che in Italia sono arrivate perle come PlanetEs, Code Geass e Z Gundam...

Lieto di aver trovato un altro compagno in questa dura lotta :P