"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)
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venerdì 4 dicembre 2015

Torino Film Festival 2015

Torino Film Festival 2015

Dal 20 al 28 Novembre si è rinnovato il rito della trasferta torinese per il festival del cinema, amatissimo e estremamente partecipato - quest'anno, nonostante il ritorno delle tre sale del Lux, le code hanno spesso lasciato fuori una parte del pubblico. Il programma può essere ben sintetizzato dalla retrospettiva Cose che verranno, dove si esplorava il futuro visto dal passato (attraverso i classici della sci-fi più o meno distopica), perché in effetti sappiamo bene che al festival è cara la tradizione del cinema, ma senza che questo faccia mai venir meno lo sguardo verso le nuove tendenze – e infatti, in un magnifico gioco di paradossi, la retrospettiva resta uno spazio “protetto” ma meno centrale che in passato.

Il segreto della fortunata ricetta torinese, in fondo, sta proprio in questo: non cambiare mai nell'impostazione generale, ma senza negarsi al contempo il piacere della novità. I percorsi si sono perciò articolati fra il classico Concorso (dove ha vinto Keeper, di Guillame Senez); la macro-sezione Festa Mobile, trasversale alla proposta dei nuovi titoli di autori consolidati e piccole grandi scoperte; i percorsi monografici su Orson Welles (per il suo centenario), Julien Temple e Terence Davies; la sezione più “di genere” e “dark” After Hours; e infine, ma non ultime, le Onde di Massimo Causo e Roberto Manassero con il cinema sperimentale e di ricerca.

Torino resta quindi un faro per il cinema di qualità, senza le tentazioni dell'evento mondano fine a se stesso, ma è ugualmente capace di attirare le masse e di produrre il divertimento: lo stesso direttore Emanuela Martina ha sempre concluso ogni annuncio con un augurale “Buon divertimento”, diverso dal più classico “buona visione” e la sfumatura non è da poco. A proposito di divertimento, va segnalata quest'anno la novità della Notte Horror, maratona della sezione After Hours proseguita fino all'alba con tanto di distribuzione di cornetti, cola e caffè per i più irriducibili (il sottoscritto non poteva naturalmente mancarla!).

Qui di seguito (dopo il salto) brevi schedine di alcuni fra i titoli più interessanti visti o riscoperti al festival, nella speranza che siano prima o poi distribuiti regolarmente in Italia:

mercoledì 19 novembre 2014

Torino 2014

Torino 2014


In un'annata che sembra aver rappresentato una sorta di “resa di conti” per molti grossi festival nazionali (si vedano le critiche al programma veneziano e le polemiche su Roma, con Marco Muller che ha annunciato di considerare chiusa l'esperienza di direttore), il Torino Film Festival si presenta con la forza della continuità. La direzione passa ufficialmente a Emanuela Martini, dopo vari anni spesi sul campo come coordinatrice generale, e il programma è ricco di titoli (quasi 200), con nomi di qualità (Woody Allen, Susan Bier, Tommy Lee Jones, Bruno Dumont, fino a Jerry Schatzberg che firma il manifesto, visibile qui sopra), come sempre cercando di tenere insieme un'appetibilità “popolare” con una selezione non banalmente glamour.

Non tutto è oro ciò che luccica, in ogni caso, visti i problemi di budget che hanno portato alla limitazione delle sale, ma è chiaro come Torino cerchi di difendere un'autonomia artistica guadagnata sul campo e che ha portato ad assorbire anche bene gli scossoni del 2006, quando la manifestazione fu investita dalle polemiche per il cambio del gruppo di lavoro: la nuova squadra è ormai rodata e ha saputo mantenere le caratteristiche del festival, anche in rapporto a un mercato che diventa sempre più esigente nelle aspettative e avido nelle risorse.

Come sempre grande attenzione anche alla sezione di ricerca di Onde, che apre con il nuovo film di Eugene Green, già protagonista, nel 2011, di un indimenticabile omaggio. E poi i vari spazi retrospettivi, a cominciare dalla seconda parte del “viaggio” nella New Hollywood, dopo l'entusiasmante appuntamento dell'annata 2013. Difficile anche solo scegliere un singolo titolo fra i tanti realizzati in quell'irripetibile stagione, ma per chi scrive si prospetta finalmente la realizzazione di un sogno, con la proposta dei primi film di Steven Spielberg, Duel e il leggendario Lo squalo, saggiamente proposti insieme per mostrare la continuità di un talento indipendente che, senza colpo ferire, è poi transitato direttamente nei gangli degli Studios rivoltandoli dall'interno!

Lo sguardo al passato, dopotutto, serve proprio per offrire una maggiore consapevolezza verso quegli scenari futuri che la manifestazione piemontese ha da sempre così a cuore. Anche per questo, la proposta di classici non ci si esaurisce nella retrospettiva “ufficiale”. A molti cinefili, l'edizione 2014, offrirà infatti l'occasione di rivedere (o, in molti casi, vedere per la prima volta) sul grande schermo alcuni capolavori assoluti in edizione restaurata, come Il gabinetto del dottor Caligari, Via col vento, Allegro non troppo e Profondo rosso. Basta un simile poker d'assi per farci desiderare di essere già a Torino. Ci si vede in sala!


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mercoledì 29 ottobre 2014

Lucca 2014

Lucca 2014

Dopo tre anni si torna alla fiera di Lucca Comics & Games e la sensazione non è tanto quella di un ritrovarsi, di un riprendere una “routine” quanto di un dover reimparare: perché in questi anni la fiera si è ingrandita, lo spazio Movies ha assunto una dimensione più “piena” e gli eventi si sono moltiplicati, nel tentativo (sempre meno velleitario) di rendere merito all'importanza di un evento ormai classificato fra i principali del mondo, anche più del celeberrimo Comic-Con di San Diego. Immaginate poi quanto la cosa assuma proporzioni grosse se già dal manifesto di Gabriele Dell'Otto si sottolinea la “Revolution” organizzativa, con una città impiegata in modo più estensivo, molteplici proiezioni e tanti eventi.

Ci sarà sicuramente di che divertirsi, nell'impossibilità di cogliere la pienezza di un evento che sarà comunque bello vivere nel suo spirito di cartina di tornasole della moderna industria dell'immaginario, tra fumetti, cinema, cultura giapponese, giochi di ruolo e videogame. Una tappa ormai obbligata per chi intende correlarsi allo spirito dei tempi e dei meccanismi che foraggiano la cultura popolare.


Per il programma si rimanda al sito ufficiale. Ci si vede a Lucca!


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lunedì 25 agosto 2014

Venezia 2014

Venezia 2014

Superata la boa dei 70 anni, la Mostra di Venezia riparte con l'edizione numero 71, dal 27 Agosto al 6 Settembre. Quest'anno la maggiore novità riguarda il rinnovo della Sala Darsena, la più grande del Lido, che si inserisce nel più grosso progetto di rilancio del sito - progetto che, va ricordato, è in fieri da parecchio.

Allo stesso tempo la concorrenza del Festival di Toronto si fa sempre più agguerrita: sulla carta la manifestazione canadese può vantare un parterre di nomi molto più allettante, cui Venezia cerca di rispondere anche stavolta con un programma apparentemente più rigoroso, scelto dal direttore Alberto Barbera con i suoi collaboratori. Sulla carta è un po' difficile prevedere l'esito, quindi auspico anche che si sia riuscito a far fronte a uno dei problemi dell'annata 2013, caratterizzata da tanti ottimi titoli, ma da poca varietà.

Di certo già la scelta di nominare presidente della giuria Alexandre Desplat, musicista del nuovo Godzilla, molto attivo anche fra gli indipendenti (è un sodale di Wes Anderson) e l'apertura affidata all'anomalo film di supereroi Birdman diretto da Inarritu sono segnali interessanti, magari anche spiazzanti, ma che denotano la voglia di provare a battere nuove strade!

Segnalo infine anche la sezione dei Classici restaurati: diversamente da altre manifestazioni sul cinema, Venezia non è mai stato un luogo dove le retrospettive hanno avuto la giusta centralità, proiettati come si è (legittimamente) sulle novità, ma negli anni questo spazio si è ritagliato un suo prestigio, che stavolta lo porta a sfoggiare titoli di altissima qualità come Suspense, Umberto D., I racconti Hoffman e via citando. Se il nuovo dovesse deludere, ci si potrà sempre rituffare nelle comodità del passato.

Ci si vede al Lido!


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domenica 27 aprile 2014

Lecce 2014: Omaggio a Mario Bava

Lecce 2014: Omaggio a Mario Bava

Parte lunedì 28 aprile l'ormai consolidato e consueto Festival del Cinema Europeo, che quest'anno taglia il traguardo delle quindici edizioni. Giusto per non farsi trovare impreparati di fronte alla ricorrenza, il programma è come sempre ricco di proposte e appuntamenti, per visionare i quali vi rimando al sito ufficiale linkato in calce: la novità è che quest'anno sono coinvolto anch'io, in qualità di co-curatore dell'omaggio a Mario Bava, pensato per centrare il centenario della sua nascita.

Accanto alla proiezione di 9 pellicole del Maestro ligure è quindi previsto un incontro con alcune personalità che hanno conosciuto il regista (la figlia Elena, il produttore Fulvio Lucisano) e studiosi della sua opera (i critici Marco Giusti, Stefano Della Casa e Gabriele Acerbo, autore del bel documentario Mario Bava: Operazione paura, che sarà anche mostrato al festival). A corollario la mostra dei manifesti originali, che copre in modo praticamente integrale la sua filmografia e che farà la gioia di tutti gli amanti della cartellonistica – sapete che l'argomento mi sta a cuore, e quindi potete stare tranquilli circa la bontà del risultato. La selezione, peraltro, si rivela un piccolo orgoglio tutto pugliese, dal momento che i vari pezzi sono forniti da istituzioni regionali come la Mediateca Regionale Pugliese e la Biblioteca Provinciale di Foggia.

Un simile appuntamento, insieme all'e-book curato per le edizioni Sentieri Selvaggi, vuole costituire un piccolo punto nel lungo processo di riscoperta critica dell'opera di Bava, spesso confusa nel mare magnum delle rivalutazioni del cinema di genere italiano: la speranza è infatti quella di rimarcare come il suo fosse un cinema originale e unico nel panorama nostrano (e non solo), una figura con cui è sempre fecondo confrontarsi per le incredibili contraddizioni che porta con sé, nel senso più virtuoso del termine. Un cinema “alternativo” eppure così profondamente addentro alle dinamiche produttive dell'industria tricolore, tanto che poi le connessioni travalicano facilmente quelle del singolo lavoro dei generi per toccare gli ambiti più disparati. Avremo modo di riparlarne a Lecce: se non avete mai visto i film di Bava o se li avete sempre amati, l'appuntamento è di quelli da non perdere!


venerdì 22 novembre 2013

Torino 2013

Torino 2013

Come ogni anno è arrivato il tempo di fare le valige e partire per il Torino Film Festival: ormai si è quasi fatta l'abitudine a non dare mai nulla per scontato e a considerare che per la manifestazione piemontese ogni anno segna un nuovo punto di partenza. Perché il panorama dei festival, si sa, è cambiato profondamente da un po' di tempo a questa parte; perché l'annata 2013, in particolare, si è già distinta per meritorie edizioni da parte delle rassegne “concorrenti” (di Cannes e Venezia si è già scritto, ma anche Locarno e – inaspettatamente – Roma hanno dimostrato di avere ottime frecce ai rispettivi archi); e poi perché quest'anno c'è un nuovo cambio al vertice, con Paolo Virzì che subentra a Gianni Amelio nel ruolo di direttore.

Certo, lo “scossone” è mitigato dal fatto che il gruppo di lavoro (coordinato da Emanuela Martini) è rimasto sostanzialmente lo stesso, premiando una formula che, nonostante le polemiche gratuite e le continue riduzioni di budget, ha pagato, dando al festival la forma di un appuntamento di qualità, curioso e attento alla ricerca e alla sperimentazione, ma con un tono più “rilassato” rispetto alla concorrenza: se il titolo è buono non c'è l'affanno di esibirlo necessariamente in prima mondiale (anche se le anteprime assolute non mancano), perché Torino è un po' evento della propria città, un po' vetrina per il mondo.

Il programma da questo punto di vista è sempre un bel biglietto da visita e anche quest'anno si presenta interessante: ci sono titoli acclamati da registi come Quentin Tarantino (Big Bad Wolves, dai registi di Kalevet), c'è l'omaggio a un regista come Yu Lik Wai nella sezione Onde (che a Venezia anni fa fece gridare al miracolo con il suo Plastic City), c'è la solita formula “liquida” articolata attraverso spazi mai chiusi ma in perenne comunicazione fra loro (la sezione “nera” After Hours e il mare magnum di Festa Mobile). E poi c'è la retrospettiva sulla New Hollywood, che prenderà due anni di programmazione, essendo spalmata su questa edizione e sulla prossima, e che conclude idealmente un percorso che a Torino inizia da lontano, da quando, nel 1999, Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto dedicarono un indimenticabile omaggio a John Carpenter con tutte le sue pellicole.

Da allora il cinema americano è sempre stato di casa a Torino, di concerto con tutte le altre filmografie, rivolgendosi a un pubblico onnivoro e non snob, e piace constatare come certe tradizioni trasversali a classificazioni e generi siano rimaste intatte, dimostrando come la manifestazione resti coerente con il proprio spirito, sebbene orientata al nuovo. Buon festival a tutti e ci si vede in sala!

giovedì 17 ottobre 2013

Venezia 70: i film (4/4)

Venezia 70: i film (4/4)

Palo Alto, di Gia Coppola (Orizzonti)

Quella dei Coppola sta ormai diventano una famiglia (cinematografica) molto allargata: dopo il patriarca Francis e i suoi due figli Sofia e Roman (senza dimenticare il nipote Nicola, ovvero Nicolas Cage), ecco farsi avanti la giovane nipote Gia (sta per Giancarla), ex modella, che qui scrive e dirige un ritratto adolescenziale nella classica cittadina di provincia in cui il male di vivere si manifesta con maggiore evidenza. Che l'argomento sia quello è evidente sin dall'accesa metafora della scena iniziale, in cui due adolescenti in auto si schiantano contro il muro che si trova a pochi centimetri da loro (l'auto infatti era parcheggiata); da lì si prosegue principalmente seguendo l'impresa di April, studentessa delle superiori che subisce (e in un certo senso anche cerca) le attenzioni del suo professore di educazione fisica, interpretato da James Franco, sempre a suo agio con ruoli borderline. L'influenza di zia Sofia è evidente, la giovane Gia si circonda di tutto ciò che può aiutarla a sentirsi a suo agio (Francis ha un cameo vocale, mentre in un piccolo ruolo compare l'altra zia, Talia Shire), ma lo sguardo è sincero e il racconto si snoda in modo lineare, ma affascinante, creando un'atmosfera rarefatta e a tratti poetica. Merito anche del volto imbronciato di Emma Roberts, una bella mappa su cui iscrivere le emozioni che le singole storie vogliono portare avanti.



Ukraina ne Bordel/Ukraine is not a Brothel, di Kitty Green (Fuori Concorso)

Titolo annunciato tra i più “forti” della Mostra, anche se più che altro per le pruriginose ragioni che possono spingere il pubblico ad assistere alle imprese poco vestite delle “Femen”, le (bellissime) ragazze ucraine che usano il proprio corpo nudo come atto di protesta verso una società maschilista capace di rendere il paese una mera tappa per il turismo sessuale (da cui il grido, e il titolo, “L'Ucraina non è un bordello”). Ci si accosta pertanto con un certo scetticismo, al limite mitigato dalla speranza che il film sia quantomeno informativo: per fortuna è molto di più. La regista australiana Kitty Green, infatti, ha vissuto a contatto con le ragazze seguendone l'escalation mediatica e non fa sconti alla realtà che il suo occhio si trova a dover radiografare. Così, oltre a capire chi sono le persone dietro le icone mediatiche, capiamo anche il tipo di organizzazione che muove il gruppo, ideata da... un uomo, con buona pace della lotta al maschilismo. Il corto circuito generato da questo paradosso è la crepa che permette al documentario di aprirsi alla realtà denudando (letteralmente) i difficili equilibri di un mondo che ha totalmente smarrito ogni direttrice morale e non si preoccupa di farsi scudo del proprio contrario pur di dare vita a un “brand”: la protesta è quindi inglobata dal sistema come sua naturale appendice (mi viene in mente quanto avevano già mostrato i Wachowski in Matrix Reloaded, con buona pace dei detrattori...). La documentazione di un fenomeno mediatico rompe in questo modo il velo di una sovrastruttura tutta basata sul “vedere” e sulla superficialità dell'apparire, fino a una chiusa che lascia suggerire (o quantomeno sperare) un possibile futuro in cui queste ragazze saranno davvero capaci di prendere in mano la propria vita, affrancandosi dall'iconografia da modelle per riappropriarsi della propria identità di persone. Un film intelligente e in grado di suscitare emozioni variegate.

UPDATE: uscito nei cinema italiani il 12 Giugno 2014 con il titolo Femen - L'Ucraina non è in vendita.



Mahi va Gorben (Fish & Cat), di Shahram Mokri (Orizzonti)

L'idea di girare un film con un intero piano-sequenza ha avuto più di un seguace alla Mostra (si pensi a Ana Arabia, di Amos Gitai), ma nessuno ha portato questa pratica a un livello di radicalità e sperimentazione paragonabile a quello toccato da Shahram Mokri, che con questo suo Fish & Cat ci regala uno dei capolavori del festival. Sebbene limitato dalla bassa definizione con cui è girato (tanto che a tratti emergono anche delle “sporcature” sotto forma di sciami di pixel che rompono la stabilità del quadro), il film è un'intelligentissima ricognizione sugli stilemi del thriller: seguiamo infatti un gruppo di persone accampate in riva a un lago, presso un bosco dove alcuni minacciosi macellai degni di uno slasher all'americana compiono i loro delitti. Senza mollare mai l'unitarietà del movimento di macchina, Mokri salta da una situazione all'altra, spesso tornando sulle azioni già viste per riprenderle da una differente prospettiva, giocando spesso con le aspettative dello spettatore, ammaliato dalla confezione thriller, mai realmente appagata, ma sempre tenuta viva da una tensione che non perde un colpo. In questo modo, la progressione lineare del racconto e la sua destrutturazione temporale si sovrappongono generando una vertigine potentissima, che rende il film stimolante e straniante allo stesso tempo. Il racconto si crea e si disfa sotto i nostri occhi e i vari piani narrativi, temporali e di realtà si mescolano in un unico che è anche un mosaico sfaccettato: vivi e morti, azioni nuove e altre già viste coesistono con naturalezza, lasciando allo spettatore il piacere di ricostruire l'intera dinamica di questa giornata - da cui l'idea del “gatto e del pesce” enunciata dal titolo, peraltro leggibile anche su un piano metaforico, visto il ricorrente tema della sopraffazione degli adulti nei confronti dei giovani. Un film che mostra il cinema nella sua forma al contempo più ludica ma anche più consapevole delle possibilità espressive offerte dal mezzo. Il “mostro” di turno è interpretato dal grande Babak Karimi, artista poliedrico e già montatore per Scimeca, Kiarostami, Olmi, Loach, oltre che attore per Asgar Farhadi.


giovedì 19 settembre 2013

Venezia 70: i film (3/4)

Venezia 70: i film (3/4)

The Zero Theorem, di Terry Gilliam (Concorso)

Terry Gilliam ricorda un po' Brian De Palma: entrambi rivendicano con forza l'attitudine a parlare della realtà, anche se poi le forme del loro cinema trasfigurano la stessa fino a renderla irriconoscibile o, comunque, riverberano sempre la finzione del set. In Gilliam il gioco si fa ancora più estremo, perché la sua visione “politica” è filtrata da uno sguardo che tende naturalmente al fiabesco e al surreale, e in questo caso deve anche barcamenarsi con un budget ridotto. La sfida è comunque vincente: nel tornare alla fantascienza distopica in stile Brazil, l'autore convince quando lascia correre a briglia sciolta il suo immaginario e si concentra sulle ossessioni e le speranze infrante dei suoi protagonisti. La storia vuole essere una metafora della tendenza a “chiudersi” in universi virtuali, attraverso la figura di Qohen Leth (il sempre grande Christoph Waltz, con inedito look calvo), internauta che cerca nella rete la ragione dell'esistenza. La trova forse quando una ragazza, Bainsley, sembra interessarsi a lui: ma è solo una squillo inviata da chi gestisce le redini del sistema. O forse c'è la possibilità che l'amore nasca davvero? La riflessione sulla solitudine del virtuale lascia un po' il tempo che trova, ma, fra pigli visionari e paesaggi virtuali, si snoda una bella favola con sottofondo malinconico e un finale lasciato all'interpretazione dello spettatore (e, a sentire lo stesso Gilliam in conferenza stampa, le cose possono essere molto più distanti da quanto le immagini non facciano credere). Notevole il ruolo di Mélanie Thierry, che mancava da parecchio in una produzione internazionale (era ne La leggenda del pianista sull'oceano di Tornatore).



Child of God, di James Franco (Concorso)

James Franco, invece, è una di quelle figure che gioca a non farsi ingabbiare: un po' divo blockbuster (Spider-Man, Il grande e potente Oz), un po' icona indipendente che flirta con l'idea della pansessualità (presa simpaticamente in giro in Facciamola finita), in questo caso prende di petto la sfida della trasposizione di un testo di Cormac MacCarthy, raccontando l'epopea di Lester Ballard: autentico outsider di una comunità dell'entroterra americano, Ballard scorrazza per i boschi dando sfogo alla sua follia e giocando con le percezioni dello spettatore, che a tratti prova tenerezza per la sua ingenua e sincera pulsione primitiva, in altri momenti si ritrova invece messo di fronte all'orrore della sua totale incapacità di distinguere il bene dal male, che lo porta ad abiezioni che arrivano alla necrofilia. Tutto questo finché un gruppo di cittadini (fra i quali riconosciamo lo stesso Franco) non tenta di punirlo. L'idea che Franco si ponga fra i carnefici sembra donare alla vicenda un punto di vista ben definito, che però lo sguardo documentaristico eppure empatico contraddice, creando un interessante gioco di paradossi. A farla da padrone è comunque la performance straordinaria di Scott Haze, che dona tutto se stesso nella raffigurazione di questa particolare icona americana, che ricorda un po' il Mad Dog Morgan del compianto Dennis Hopper. Una figura che è anche l'ennesimo individuo “bigger than life” eppure straordinariamente fragile del variegato mosaico che sempre più definisce l'universo registico di James Franco (in passato c'era stato Sal Mineo in Sal e fra i progetti annunciati c'è anche Bukowski). Giusto per ribadire come al divo/regista interessino le zone di confine e la sovrapposizione degli opposti.



White Shadow, di Noaz Deshe (Settimana della Critica)

Il vincitore del Leone del Futuro (ovvero il premio che si fa carico di investire su un nome che lascia intravedere ottime capacità) è andato meritatamente a questo bellissimo film di Noaz Deshe, ambientato in Tanzania, dove si racconta l'odissea di Alias, un ragazzo albino affidato allo zio dopo che il padre è stato ucciso da alcuni adepti di un culto satanico (la carne di albino, infatti, viene usata dai sacerdoti per officiare i loro mostruosi riti). Costretto a trovare la sua strada, Alias deve fare i conti con una realtà abituata a considerarlo un diverso e che per questo lo respinge, nonostante i suoi sforzi di sopravvivere: accanto alla cifra eminentemente sociologica di un'opera che getta luce sul difficile destino della minoranza albina nel paese africano, ciò che colpisce è lo stile usato da Deshe per raccontare questa storia. Il suo sguardo dipinge letteralmente una realtà espressionista attraverso una macchina da presa mobile e liberissima, uso espressivo dei colori e dei fuori fuoco, creando un arazzo visivo di grande potenza espressiva, che arriva a toni quasi horror nelle scene notturne che vedono il povero protagonista braccato dai nemici e dagli adepti del mostruoso culto. Il quadro visivo estrinseca così tutto il senso di alienazione e di precarietà su cui viaggia l'esistenza del ragazzo, affine eppure distante dalla realtà che attraversa e con cui egli si relaziona attraverso il doppio rapporto della vicinanza e della lontananza da ogni luogo. Così come bianco e allo stesso tempo nero è il personaggio, altrettanto si può dire di una messinscena che sovrappone strati fra loro diversi, donandoci un'opera poetica eppure allo stesso tempo in grado di annichilire per la sua crudeltà. Uno dei migliori titoli del festival e la dimostrazione che si può fare un cinema rigoroso nelle tematiche e liberissimo nello stile.

giovedì 12 settembre 2013

Venezia 70: I film (2/4)

Venezia 70: I film (2/4)

Night Moves, di Kelly Reichardt (Concorso)

Uno dei film che più hanno diviso il pubblico festivaliero: due giovani ecoterroristi, Dena e Josh, decidono di far saltare in aria una diga a scopo dimostrativo. Nell'attentato, però, muore un giovane che si trovava nei dintorni, ignaro di quanto stava per accadere. Dena e Josh devono quindi fare i conti con le proprie coscienze, in una dinamica molto tesa fra la fermezza imposta dalla mente e i valori dettati dal cuore, mentre nuovi sentimenti e inedite paure vengono a galla. Una sorta di confronto diretto fra la dimensione ideale e la concretezza del vero, che Kelly Reichardt scandisce attraverso un tono quasi sempre ipnotico e un'estetica dapprima più definita nei luoghi attraversati dai ragazzi (la strada, i boschi, il lago), e poi trasfigurata in un'ottica sempre più oscura, a metà strada fra un noir e un vero e proprio horror gotico. Alla fine è proprio il quadro sempre meno definito a tarare i ritmi e i toni, mentre i personaggi restano sfumati e volutamente ambigui, con un utilizzo molto interessante dei corpi attoriali. Dena è l'ex bambina prodigio Dakota Fanning, mentre Josh è un sorprendente Jesse Eisenberg, introverso, inquietante e abbastanza lontano dal consueto stereotipo del “nerd” logorroico: entrambi fragili e in equilibrio su sentimenti contrapposti, finiscono con la loro fisicità per aggiungere sostanza a un film narrativamente tutto in levare. Il titolo si riferisce alla barca che i ragazzi imbottiscono d'esplosivo per compiere l'attentato, ma può anche rimandare a un classico brano musicale di Bob Seger che racconta proprio l'incontro di due adolescenti che “si usano” a vicenda. Ne emerge un ritratto che, pur non giudicando direttamente le azioni dei protagonisti, suscita naturalmente una forte amarezza e un senso di perdita dei punti di riferimento.



Joe, di David Gordon Green (Concorso)

Sia Kelly Reichardt che David Gordon Green sono due fra i nomi più interessanti del panorama indipendente americano contemporaneo ed è interessante notare come, pur raccontando storie diverse, affrontino in senso lato l'esperienza del crescere in giovani protagonisti alle prese con le difficoltà del mondo. Nel caso di Joe, il giovane Gary vive con un padre ubriacone e cerca di farsi carico della famiglia, lavorando per Joe, un individuo burbero e solitario. Ben presto fra i due nasce una solidarietà che si rivela reciprocamente costruttiva: Gary trova infatti nell'uomo un riferimento che lo aiuti a far fronte alle amarezze e alle difficoltà della vita, mentre Joe avverte nel rapporto con il ragazzo quel qualcosa che sembrava mancargli e che potrebbe veicolare in un senso nuovo la rabbia che serpeggia lungo tutte le sue giornate. Un esempio di cinema americano molto classico nell'impostazione, con un rapporto transgenerazionale che fa giustamente venire in mente Gran Torino: laddove Eastwood cerca comunque di raccontare la costruzione di un possibile spazio comune in cui i personaggi possano coesistere, al contrario Joe sembra invece testimoniare la difficoltà delle figure di agire nello stesso perimetro. Il tono è infatti ondivago, e resta sempre a metà fra la rabbia rabbia repressa dall'adulto e la voglia di affrancarsi dalla negatività del ragazzo, e più dei gesti concreti (che spesso si risolvono in colpi, ferite e rotture – persino la costruttiva azione di lavoro consiste nell'avvelenare degli alberi) spicca una solidarietà silenziosa. Alla fine, pur nella progressione molto lineare, si aprono margini di interpretazione e i ruoli così definiti appaiono un po' più sfumati. Non memorabile, ma interessante, con un Nicolas Cage abbastanza inedito e che testimonia la sua voglia di affrontare registri sempre diversi (forse un po' troppo giovane per il ruolo, però).



Las ninas Quispe, di Sebastian Sepulveda (Settimana della Critica)

Il Cile continua a fare i conti con il suo tragico passato, complice anche l'influenza del produttore Pablo Larrain. Il film di Sebastian Sepulveda, però, opta per una prospettiva inedita, raccontando un fatto ispirato a eventi reali: è il 1974 e nelle montagne del Cile vivono le sorelle Quispe, che conducono una vita semplice, coltivando la terra e allevando pecore. Lentamente, però, vengono raggiunte dalle voci del cambiamento che si è instaurato nel paese e di un regime che presto arriverà anche da loro a esigere il suo tributo di controllo totale. Questo avviene attraverso vari “si dice”, ma soprattutto con la consapevolezza che le (poche) persone di quei monti stanno lentamente sparendo, allontanandosi come per fuggire da un male incombente o forse perché stanno repentinamente soccombendo allo stesso. Il dramma del golpe raccontato attraverso un perenne fuoricampo che però influisce sugli angoli più dimenticati del paese è al centro di un racconto con ritmi quasi trasognati, dove la catastrofe si insinua in maniera lenta ma inesorabile sottopelle e spinge dei personaggi che hanno fatto del rapporto con la loro terra l'elemento qualificante delle proprie vite, a compiere scelte difficili e dolorose, fino a un finale decisamente non consolatorio. Un film che, insomma, trasfigura il modo con cui il Cile ha introiettato il dolore, il senso dello smarrimento e della sparizione attraverso il paradosso di un racconto che fa luce su una vicenda dimenticata, ma è tutto basato su elementi quasi impalpabili. L'orrore non si manifesta in maniera improvvisa, ma è quello della normalità e della decadenza insita nella lentezza del quotidiano. Un piccolo e prezioso gioiello.

martedì 10 settembre 2013

Venezia 70: i film (1/4)

Venezia 70: i film (1/4)

Poiché il materiale da recensire è molto, una doverosa premessa: ci saranno quattro aggiornamenti, ciascuno dei quali conterrà tre recensioni brevi. Questi appuntamenti saranno poi accompagnati anche da recensioni lunghe di alcuni titoli su cui è necessario fare degli approfondimenti (coerentemente anche con i percorsi in atto nel blog). Titoli come Kaze tachinu di Hayao Miyazaki, Capitan Harlock di Shinji Aramaki e Gravity di Alfonso Cuaron verranno invece ripresi al momento della loro uscita nelle sale italiane. Buona lettura!


Gerontophilia, di Bruce LaBruce (Giornate degli Autori)

Artista underground per antonomasia, Bruce LaBruce ha ottenuto un certo riscontro in Italia con l'uscita del bizzarro L.A. Zombie, dove uno zannuto e muscoloso “living dead” (l'ottimo Francois Sagat) rianimava i cadaveri con il suo sperma, all'interno di una messinscena volutamente psichedelica e sgangherata. Il nuovo Gerontophilia segna un cambio di passo formale: la struttura è infatti più lineare e il progetto si iscrive in un tentativo del regista di incanalare le proprie pulsioni all'interno di un circuito più mainstream. Nessun tradimento dei propri trascorsi, però, perché la storia di Lake - un ragazzo gerontofilo, che trova finalmente il suo Eden quando viene assunto in una clinica per anziani - rappresenta una perfetta evoluzione del citato L.A. Zombie: la caducità del corpo e la pulsione sessuale rivitalizzante è infatti ancora il fulcro della narrazione, e si sublima nell'aspetto minuto di Lake (contrapposto alla fisicità debordante e muscolosa del sopracitato Francois Sagat), che tara il tono del racconto. Diventa quindi coerente il passaggio dal trash sfrenato dell'altra pellicola a un mix di ironia e delicatezza, con un sapore malinconico e struggente nel raccontare questo amore impossibile. La prima volta di Lake, carica di aspettative e pulsioni che finalmente si esprimono, si sovrappone quindi all'ultima occasione di felicità per l'anziano mr. Peabody, che torna letteralmente alla vita, fuggendo all'immobilismo in cui era confinato nella clinica. Gli dà voce e corpo uno strepitoso Walter Borden, autentico gioiello della pellicola. Definito dal regista una sorta di Harold e Maude in versione gay, Gerontophilia è un film di grande umanità, con cui LaBruce dimostra la sua versatilità e una grande qualità d'autore. Premiato con il Queer Award.



Jigoku de naze Warui/Why Don't You Play in Hell?, di Sion Sono (Orizzonti)

Avevamo lasciato Sion Sono con Land of Hope (visto al Torino Film Festival), una sorta di grido di dolore espresso dall'autore per il dramma di Fukushima, fatto di ritmi dilatati e messinscena naturalistica: un film che aveva fatto sorgere qualche dubbio circa un possibile cambio di passo del regista rispetto agli eccessi degli esordi. Come a voler esorcizzare queste paure e rassicurare i fans, però, la nuova pellicola ci riconsegna un autore sfrenato e esaltante, che ama il cinema in quanto gioco e puro piacere della messinscena. Un gruppo di giovani cineasti, armati di pochi mezzi e tantissimo entusiasmo, aspetta l'occasione giusta per sfondare: questa arriva dopo alcuni anni, ma in una forma decisamente bizzarra. Un loro coetaneo è stato infatti accusato di aver rapito la figlia di un boss della yakuza e, per scagionarsi, ha raccontato di essere un regista cinematografico, disposto a filmare lo scontro che il boss (il mitico Jun Kunimura) sta per avere con un suo storico rivale. Toccherà ai nostri eroi sbrogliare la matassa girando finalmente il film della vita! Sono trasfigura l'immaginario degli yakuza eiga della Toei attraverso la prospettiva citazionista offerta dal Tarantino di Kill Bill: tutta la parte finale è infatti una parafrasi della lotta alla Casa delle Foglie blu vista nel capolavoro del collega americano, in un tripudio di arti mozzati, colpi di katana, kung fu e pistolettate. Ma, accanto all'omaggio cinefilo e al divertimento puro, l'autore racconta ancora una volta i sogni di personaggi incapaci di uscire dal proprio immobilismo, che forse solo nella finzione scenica potranno trovare la chiave per la felicità. Un film liberatorio, per folli e per sognatori.



Die Frau des Polizisten/The Police Officer's Wife, di Philip Groening (Concorso)

59 capitoli, spesso brevissimi e quasi fuggevoli, spalmati lungo tre ore di durata, per raccontare la quotidianità di una famiglia apparentemente felice: lui (Uwe), lei (Christine), la loro figlioletta (Clara). Ma, lentamente, attraverso le pieghe di un racconto non lineare e apparentemente ostico e freddo, emergono gli abusi di Uwe sulla moglie. Scatti d'ira feroci, spesso immotivati e forse dovuti all'alienazione provocata dal lavoro in polizia, poche scene che testimoniano realmente la violenza, cui si preferisce l'alternanza di momenti felici e apparentemente avulsi dal tema, con scene più dirette in cui Christine esibisce la sua pelle martoriata dai lividi. La rigida scansione in parti (con tanto di cartello iniziale e finale a marcare i confini di ogni capitolo) è allo stesso tempo ciò che permette alla storia di apparire in tutta la sua evidente problematicità, ma anche lo strumento che serve a Philip Groening (già autore de Il grande silenzio) per trasfigurare il tutto in una dimensione più esistenziale, creando una sorta di distanza, mai priva comunque di una sua delicatezza e di un certo lirismo (la volpe che attraversa le strade semivuote, i fiori coltivati sotto le mattonelle del cortile). Finale aperto a interpretazioni, con quelle che sembrano tre possibili chiuse, affinché lo spettatore scelga la propria. Un cinema radicale, ma molto intrigante per come riesce a suscitare la riflessione, pur all'interno di una messinscena di grande rigore formale, di chiara matrice mitteleuropea. Premio speciale della Giuria.

UPDATE: uscito nei cinema italiani il 25 Novembre 2013 con il titolo La moglie del poliziotto.



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lunedì 9 settembre 2013

Venezia 70: eccesso di zelo

Venezia 70: eccesso di zelo

Un'altra Mostra è finita e si torna a casa, cercando di riordinare le idee, mentre le maggiori testate italiane celebrano il trionfo italiano. Tagliamo subito la proverbiale testa al toro (o meglio, al leone!): non ho visto Sacro GRA, non per snobismo, ma per semplice calcolo. Di solito evito i film italiani per recuperarli poi con calma in sala, e mi dedico alle pellicole che avrei difficoltà a reperire altrimenti (o che vedrei in sala doppiate, preferisco sempre le versioni originali). Nei prossimi giorni vorrei fare dei brevi report dedicati alle pellicole più interessanti del festival, in questa sede mi limito a fornire le mie impressioni, considerati anche i tre anni d'assenza che avevo sottolineato nel pezzo della vigilia.

L'impatto è sicuramente forte, si sente molto la differenza rispetto all'era Muller, il nuovo gruppo ha lavorato in modo da dare alla Mostra un'identità molto specifica, fatta di pellicole solide (pochissimi gli sbagli), inserite in programmazioni organiche dove spesso i temi rimbalzavano da uno schermo all'altro. Anche laddove lo spirito era orientato al più puro entertainment (il vertiginoso Gravity di Cuaron, l'horror Wolf Creek 2 di Greg McLean), in filigrana emergevano sempre una concretezza e una capacità di stare nella realtà, nella Storia o nei drammi personali dei protagonisti davvero notevoli. Di concerto, sezioni a volte avvertite come autentici corpi estranei (la Settimana della Critica, le Giornate degli Autori, Orizzonti e la retrospettiva, stavolta dedicata ai Classici Restaurati) sono apparsi decisamente più affini di quanto non fossero in passato al programma principale, dando l'idea di una formula rigidamente strutturata, ma allo stesso tempo “liquida”, dove le suggestioni scivolavano fra una sala e l'altra.

Certo, tanta coerenza ha avuto il suo inevitabile rovescio della medaglia, dato dal fatto che in questo modo il programma è apparso eccessivamente monocorde, refrattario a slanci davvero liberatori nell'assurdo o nell'estremo (a parte, forse, con il folle Sion Sono di Jigoku de naze warui/Why Don't You Play in Hell?), quasi come a voler rimarcare con eccessiva puntigliosità la differenza con le follie della precedente direzione di Muller. Non è un caso se l'impressione generale è quella di un programma molto buono nella sostanza (tanti i titoli di valore), ma generalmente privo di punte davvero entusiasmanti.

Sono state insomma rispettate le previsioni che avevo fatto prima di partire per il Lido, con una Mostra rigorosa e decisamente più controllata anche nel numero dei titoli, tanto che – a parte il solo Kim Ki-Duk confinato principalmente in sale di piccole dimensioni – non c'è stata nemmeno la consueta fatica nell'accedere alle visioni e tutto è parso molto ben razionalizzato. Ecco, quello della gestione degli spazi rimane un altro capitolo da esplorare e che stavolta ha mostrato segnali incoraggianti: la Mostra di Venezia, lo si dice poco, non è un evento “facile” o “rilassante”. Per capire lo stato d'animo con cui la si affronta bisogna pensare a una maratona sportiva. Ci si diverte, certo, ma la logistica è spesso logorante, il personale di sala è maniacale nel proibire o controllare, e il Lido è una zona di relax, ma non di villeggiatura, quindi risulta carente di servizi adeguati. Da questo punto di vista va accolto con favore il tentativo di andare incontro alle esigenze dei frequentatori, creando un luogo che fosse sì di visione e di lavoro, ma dove fosse possibile anche ritagliarsi un momento di pace, all'interno di una scenografia più “aperta” e meno oppressiva che in passato. Il tutto in attesa di dare forma alla più volte annunciata cittadella del cinema (di cui si vedranno i primi, palpabili, segnali l'anno prossimo con l'annunciato rinnovo della sala Darsena, una delle più grandi del complesso).

Insomma, si torna a casa con la soddisfazione di un evento che, pur con tutti i suoi limiti, si muove e cerca un posto nella contemporaneità, all'interno di fermenti che si spera continueranno a essere incanalati nel modo giusto, magari con un piglio più eclettico e uno zelo meno eccessivo. Qualcosa, insomma, si muove.

lunedì 26 agosto 2013

Venezia 70

Venezia 70

L'ultima volta che sono stato a Venezia era il 2010, il direttore era Marco Muller e la Mostra era un corpo-monstre (il gioco di parole viene molto facile, lo ammetto), bulimico nel programma e aperto a influenze fra le più disparate: c'era da divertirsi e sopportare con un sorriso i disagi di un luogo tutt'altro che accogliente (prezzi altissimi, cibo pessimo, umidità insopportabile con continui passaggi fra caldo afoso e pioggia). Presidente di giuria, peraltro, era il vulcanico Quentin Tarantino, mica poco!

Quest'anno ci torno e i cambiamenti non mancano: Marco Muller è andato a dirigere il Festival di Roma (se n'era accennato QUI) e il direttore, dal 2012, è Alberto Barbera, che quest'anno celebra un'annata tonda (è l'edizione numero 70), ma si trova il passo limitato da Cannes, vero “pigliatutto” della stagione, con un'edizione che ha fatto scintille. Quindi, se da un lato il programma appare naturalmente più rigoroso (vuoi perché Barbera di fatto è meno “estremo” di Muller, vuoi perché i grossi calibri si sono divisi fra Cannes e Toronto), il calendario finale appare comunque molto buono (sulla carta almeno) e anche sorprendente per come riesce a trasmettere un'idea di cinema coerente e compatta. Ci sono i momenti che guardano al passato (la sezione dei Classici restaurati), e un presente che sembra orientato al realismo (compaiono anche dei documentari in concorso, non è una cosa molto frequente). Se pensiamo che persino uno dei massimi cantori della fiaba come Hayao Miyazaki presenta un film basato su una biografia reale (e che dalle voci di corridoio si preannuncia anche abbastanza cupo) il ritratto è completo, ma aggiungiamoci anche il grandissimo Bernardo Bertolucci come Presidente di giuria per capire come l'impianto sia senza dubbio orientato alla qualità e a un tono che stia fra la celebrazione e la ricerca, fra cuore e concretezza.

Interessante anche la scelta del film d'apertura, che deve in un certo senso tenere insieme le varie anime del festival: si tratta di Gravity, fantascienza con George Clooney (figura perfettamente a metà strada fra divismo da rotocalchi e impegno civile), ma che soprattutto è diretto dal grande Alfonso Cuaron, regista lui sì davvero trasversale rispetto agli stili, alle frontiere e che già ha dimostrato di saper giostrare fantasy e realismo con I figli degli uomini. Chissà che non ripeta l'exploit del 2010 quando l'apertura fu affidata al fiammeggiante Cigno nero di Aronofsky. Per i salti nell'immaginazione più pura ci sarà il Capitan Harlock di Shinji Aramaki in CGI, che pure dai trailer sembra cupo e fotorealistico (non si scappa!).

Insomma, i presupposti sono molto interessanti, i nomi non mancano (Schrader, Friedkin, Tsai-Min Liang, Garrell, James Franco solo per citarne alcuni), c'è apparentemente poco glamour e parecchia sostanza: il sospetto è che ci si divertirà anche in questo caso.

Come nota personale aggiungo che Alberto Barbera è un direttore che ho sempre sfiorato, ma mai “fruito” direttamente: dirigeva Torino quando ancora non frequentavo i festival, è già stato a Venezia (ma anche lì in un'epoca troppo “precoce” per me), quindi ora sarà l'occasione per vederlo in azione: quand'anche i presupposti della vigilia non dovessero essere rispettati, ci sarà comunque da imparare. Ci si vede al Lido!

venerdì 19 aprile 2013

Lecce: non chiamatelo (più) festival “in crescita”

Lecce: non chiamatelo (più) festival “in crescita”

Si è conclusa, come previsto, sabato 13 aprile l'annuale edizione del Festival del Cinema Europeo, con un ottimo successo di presenze e un interesse degli addetti ai lavori molto più ampio che in passato: sembra proprio che Alberto La Monica e i suoi collaboratori siano riusciti a coniare una formula vincente, capace di tenere insieme amministratori locali, stampa e, soprattutto, pubblico. Ecco, soffermiamoci un momento proprio su di lui: il pubblico. Un insieme variegato, trasversale rispetto alle età, capace di riempire le sale per un film di Aki Kaurismaki, così come per gli eventi più o meno legati alla realtà locale - basti pensare al documentario su Pietro Mennea, diretto da Sergio Basso, e diventato anche un'occasione per affrontare il difficile rapporto tra meridione e settentrione d'Italia.

Onore al merito, quindi, perché di questi tempi così caotici e pregni di sprezzo per la cultura, l'idea di un festival fortunato e anche tendenzialmente lontano dalle lusinghe della più facile contemporaneità non è cosa da poco. Sarebbe ora tempo di abbandonare, quindi, le patenti di manifestazione “in crescita”, che lasciano sempre in bocca un certo sapore di snobismo, per dare alla manifestazione salentina quello che finalmente le spetta, ovvero un posto di primo piano fra gli appuntamenti culturali del meridione e, perché no, dell'Italia tutta: non tanto perché con quattordici edizioni ormai archiviate quel termine “in crescita” finisce per risultare un po' stonato, quanto perché l'impressione è quella ormai di un percorso solido, che può pertanto permettersi anche di essere considerato maturo.

In effetti, il bilancio dell'edizione 2013 è arricchito dalla grande varietà dell'offerta, che – pur mantenendo dritta la barra della ricerca di un cinema di qualità e fuori dagli schemi delle canoniche proposte da multisala – quest'anno ha dato la sensazione di voler intercettare target abbastanza diversificati tra loro. Il corpo iconico è dunque quello di Francesca Neri, attrice carnale eppure eterea a sfuggente, a cavallo tra varie cinematografie, il cui curriculum si snoda fra Italia, Spagna e America: anche qui, fermiamoci un attimo a pensare. Di certo nessuno, di fronte a un nome come quello della Neri, penserebbe mai a una gloria internazionale come potrebbe essere, ad esempio, una Sophia Loren o un Roberto Benigni. Eppure delle collaborazioni importanti dell'attrice si è già riferito nel pezzo di presentazione del festival. L'appuntamento leccese in fondo è proprio come lei: mantiene una specifica qualità regionale e particolare, ma è allo stesso tempo uno spazio senza confini, che finisce naturalmente per abbracciare realtà anche molto distanti.

Come a testimoniare questa volontà di andare oltre, basta notare l'interesse per le cinematografie mediorientali (l'inedita Settimana del cinema israeliano), che tracciano una “cartografia” cinematografica destinata ad allungarsi fino al cinema nordico di Aki Kaurismaki: presenza fantastica, quella del cineasta finlandese, anch'esso corpo iconico con tutto il suo apparato fatto di figure noir, sigarette che “rendono l'espressione dell'attore più interessante”, alcool che scorre a fiumi. Apparentemente anch'egli è espressione di un segno tangibile, concreto e definito, così come evidenti sono gli elementi autoriali del suo cinema, fatto di auto, volti che si ripropongono precisamente, rocker dagli improbabili ciuffi a banana. Eppure poi, quando lo vedi lì, sul palco, intento a recitare il suo “personaggio” del regista burbero e pronto a smitizzare ogni discorso con battute sferzanti, ti rendi conto che c'è una tensione nei suoi modi che è la stessa che serpeggia sottotraccia in ogni film: il sogno di un mondo differente e migliore, come quello perseguito con calma risolutezza dai magnifici personaggi del suo Nuvole in viaggio. Perciò, il pessimismo cosmico che l'autore profonde a piene mani, dicendoci convinto che l'uomo veleggia spiegato verso l'autodistruzione, nasconde in realtà una profonda sensibilità e capacità di guardare la realtà.

Ecco, per tutto questo il Festival del Cinema Europeo è ormai una certezza consolidata ma in perenne divenire, un laboratorio con cui è sempre piacevole confrontarsi. Certo, alcuni aspetti devono ancora essere limati: nel 2013 non è pensabile proporre alcuni film delle rassegne in versione non sottotitolata, così come l'idea di insistere con la scellerata abitudine dei posti numerati. Ma nel complesso c'è sempre di che divertirsi!

Concludo con una nota sul Concorso Lungometraggi, da sempre fucina di ottime pellicole, che anche quest'anno ha dimostrato il suo sguardo curioso e attento ai “mali del vivere” questo specifico momento storico. La pellicola più rappresentativa, a parere di chi scrive, è il russo Living, di Dalibor Matanic, purtroppo ignorato dai premi finali: un lirico dramma su amore e morte in cui i corpi dei morti e quelli dei vivi coesistono in uno spazio che è allo stesso tempo reale e mentale. Ci sarà tempo e modo di scriverne altrove. Per questo, qui in calce, sono proposti anche i link agli altri articoli sulla manifestazione che sto realizzando per altre riviste. Per il resto, ci si rivede a Lecce l'anno prossimo!

da Sentieri Selvaggi:
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domenica 7 aprile 2013

Lecce 2013

Lecce 2013

Non che gli altri anni ci fosse da lamentarsi, anzi, ma a scorrere il programma dell'edizione 2013 sembra che il Festival del Cinema Europea stavolta abbia fatto il colpaccio: siamo infatti di fronte all'annata potenzialmente migliore di sempre! Iniziamo dalle retrospettive: il finlandese Aki Kaurismaki è il protagonista del cinema europeo. Il che vuol dire presentazione integrale dei suoi lungometraggi, da Delitto e castigo del 1983 fino all'ultimo Miracolo a Le Havre, passando anche per i cortometraggi realizzati lungo trent'anni di carriera. A questi si affiancheranno incontri con il pubblico, mostra e libro fotografico.

L'omaggio al cinema italiano si configura nel doppio appuntamento con la mini retrospettiva su Francesca Neri e quella postuma su Fernando Di Leo, in occasione del decennale della scomparsa. Vista l'aura di culto che circonda il cinema del passato, si potrebbe pensare che la seconda offerta sia di molto superiore alla prima, ma attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze: sicuramente vedere sul grande schermo classici come Milano Calibro 9 o La mala ordina ha il suo perché, ma il curriculum della Neri comprende titoli dell'appena scomparso Bigas Luna (Le età di Lulù), Carlos Saura (Spara che ti passa), Massimo Troisi (Pensavo fosse amore e invece era un calesse), Pedro Almodovar (Carne tremula) e molti altri registi importanti (Pupi Avati, Andrew Davis, Alessandro Benvenuti...). Una sezione che, insomma, promette di regalare belle emozioni.

Poi c'è il concorso lungometraggi che, come si è spesso rimarcato in questa sede, a Lecce è curato con molta attenzione, facendo attenzione ad evitare il classico prodotto paludato “da festival” e su cui punto sempre l'attenzione con vigore (negli anni passati si sono viste opere di Christophe Honoré e Constantine Giannaris, giusto per fare due nomi). Infine i ricordi di Emidio Greco (storico amico del festival, scomparso di recente), Pietro Mennea, la settimana del cinema israeliano e la versione restaurata di Chiedo asilo, di Marco Ferreri.

Davvero un menu ricchissimo, quindi, di quelli che creano problemi “a priori” per l'impossibilità di seguire tutto, e che denota la capacità dello staff: un gruppo che ha saputo lavorare bene negli anni passati, consolidando un appuntamento piccolo ma capace di guardare alla pari tante manifestazioni anche più blasonate. Come sempre, non resta che accomodarsi sulle poltrone del cinema Multisala Massimo per ore e ore di visioni: la partenza è fissata per domani sera, 8 aprile, fino a sabato 13.

Quest'anno non è prevista la formula del “diario” giornaliero sul blog, ci sarà poi un pezzo ricapitolativo alla fine della manifestazione e, eventualmente, le recensioni delle migliori novità. Ci si vede in sala!


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martedì 22 gennaio 2013

Presentazione del libro su Godzilla

Presentazione del libro su Godzilla

Dopo l'uscita nelle librerie, la promozione del libro Godzilla il re dei mostri: Il sauro radioattivo di Honda e Tsuburaya entra nel vivo con la prima presentazione italiana al pubblico.

L'incontro si terrà sabato 2 febbraio alle ore 19:00 presso la libreria Dickens di Taranto, in via Medaglie d'Oro 129, uno dei luoghi storici della cultura cittadina.

Saremo presenti io e il coautore Andrea Gigante, mentre Massimo Causo (critico cinematografico, nonché coautore con me del libro su Halloween) sarà il moderatore dell'incontro.

Sarà l'occasione buona per una chiacchierata informale con i presenti, per raccontare i retroscena che hanno portato alla creazione del libro, per parlare degli obiettivi che il volume si prefigge e, perché no, per dare sfogo alla passione per il cinema nel suo complesso!

L'ingresso e libero, se siete in zona non mancate, altrimenti vale comunque l'augurio di buona lettura a tutti!



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mercoledì 21 novembre 2012

Torino 2012

Torino 2012


Ancora un paio di giorni e si alzerà il sipario sul Torino Film Festival: dell'edizione 2012 si sta parlando più del solito, soprattutto in virtù delle polemiche che hanno tenuto e tengono banco sui media, e che sembrano destinate a far passare in sordina due aspetti importanti. Il primo è che stavolta si taglia l'importante traguardo delle trenta edizioni; il secondo è che il programma presentato qualche settimana fa in conferenza stampa sembra particolarmente ricco di proposte allettanti: per fortuna questo aspetto una certa qual copertura mediatica l'ha avuto, quindi rimando ai link in calce per chi volesse una panoramica generale dell'offerta, che comprende comunque la retrospettiva su Joseph Losey, un corposo programma di horror nella sezione "Rapporto Confidenziale", le sperimentazioni di "Onde" (con tanto di personale su Miguel Gomes), e poi concorsi e documentari. Qui mi preme piuttosto fare qualche altra considerazione.

Questa infatti sarà anche l'ultima direzione di Gianni Amelio, che in quattro anni ha fatto un buon lavoro: quando c'è stato da criticare qui non ci si è tirati indietro e oggi si può affermare che Amelio, Emanuela Martini e tutto lo staff hanno dato vita a una formula che è stata capace di far evolvere il format originario del festival, unendo il rigore dell'era Moretti alla sperimentazione di quella D'Agnolo-Vallan, senza dimenticare la cinefilia di Della Casa (cito i direttori dal 1999 a oggi, ovvero da quando seguo il festival). Quindi una formula che è stata capace di innovare nella tradizione, un punto che è bene tenere fermo sia nell'approccio alla nuova edizione (per i confronti del caso con il passato) sia perché siamo a un giro di boa, in attesa di vedere cosa accadrà dal 2013 in poi.

In virtù di queste considerazioni, ciò che - da spettatore e addetto ai lavori - auspico maggiormente è il ritrovare la stessa curiosità che ha sempre contraddistinto la manifestazione. Di solito a questo punto si tirano fuori le carte e si spara il nome più grosso, però dopo tanti anni mi attira di più il gusto della scoperta. Negli ultimi anni al festival ho scoperto nomi interessanti come Joe Cornish (Attack the Block), Sean Byrne (The Loved Ones), Bruce McDonald (Pontypool), Gareth Evans (The Raid), ho potuto “saggiare” direttamente la forza underground di autori come Bruce La Bruce (L.A. Zombie) e approfondire grandi figure “nascoste” come Christophe Honoré (L'homme au bain, ma va citato anche il più “mainstream” Les bien aimées) o Eugène Green (Le pont des arts); ho poi visto sbocciare il talento di registi un tempo acerbi come Kim Jee-Woon (I Saw the Devil) e Jaume Balaguerò (Mientras Duermes/Bed Time), ho riscoperto maestri come Woody Allen (Midnight in Paris) e ritrovato amori mai sopiti come John Carpenter (The Ward). Questo senza contare quei nomi che già conoscevo a grandi linee e che si sono poi palesati in tutta la forza espressiva delle loro opere: mi riferisco a Nicolas Winding Refn e Sion Sono, omaggiati da splendide personali. Molti di questi nomi saranno probabilmente sconosciuti ai più o magari faranno saltare sulla sedia chi frequenta i forum online dove molte delle pellicole citate sono giustamente assurte allo status di cult-movie nell'indifferenza di un mercato che le ha snobbate o relegate in pochi e angusti angoli della distribuzione estiva o dei DVD.

Ecco, con un concorso lungometraggi che negli anni si è rafforzato ed ha raggiunto quella forza che negli anni Novanta sembrava perdere a tutto vantaggio delle retrospettive, e che non ha paura di mescolare generi e nomi fra i più disparati, anche quest'anno sono più attratto dall'idea di scoprire qualche nuovo talento che di trovare conferma nei nomi consolidati. Torino è il posto giusto per entrambe le cose: c'è la possibilità che qualcosa di buono e nuovo esca fuori e anche che l'ultimo lungometraggio di Rob Zombie sia un grande film. In una parola: che sia un festival divertente, di quel divertimento che solo chi bazzica le sale in cerca di un'emozione capisce.

Come già l'anno scorso (imprevisti permettendo) l'intenzione è quella di dedicare dei report quotidiani al festival, raccolti sotto l'etichetta Diario Torino Film Festival. Per chi invece sarà della partita, al solito, ci si vede in sala!



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