"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

venerdì 4 settembre 2009

Mantieni l'odio per la tua vendetta

Mantieni l’odio per la tua vendetta

Fang Gang è stato cresciuto come un figlio dal maestro Qi Rufeng, per riconoscenza al padre che gli aveva salvato dalla vita da un attacco ordito da un clan rivale. Gang cresce quindi istruito nelle arti marziali e nelle virtù, al punto che Rufeng vorrebbe nominarlo suo erede, ma i figli naturali non vedono di buon occhio che un ragazzo di umili origini sia posto a capo del clan. Disposto ad andarsene pur di non creare divisioni, Gang viene raggiunto dai fratellastri e mutilato di un braccio. Ritrovato dalla giovane Xiaoman che si prende cura di lui, Gang impara la tecnica di spada con un braccio solo, ma decide di non usarla per ritirarsi a vita privata. I nemici del maestro Rufeng però si rifanno vivi, costringendo infine Gang a rompere la sua promessa e a tornare a combattere.

Siamo agli albori di un genere, o meglio di un rinnovamento che investe tanto l’Oriente quanto l’Occidente e che nel cinema popolare si traduce in una iconografia che fa suoi gli scenari desolati del western per raccontare storie inedite di anti-eroi in cerca di un loro posto, in un mondo governato da una violenza insensata. Mantieni l’odio per la tua vendetta è quindi storicizzato come un autentico precursore del moderno wuxiapian (cinema di duelli con le spade) e, come spesso accade con i prototipi, è gratificato da quella mancanza di consapevolezza che gli permette di sfoggiare una libertà sincera nella ridefinizione dei canoni. Diversamente da quanto infatti accadrà con il pur godibile sequel La sfida degli invincibili campioni, dove il personaggio dello spadaccino monco Fang Gang appare già segnato da una profondità mitica tipica di chi è ormai impresso nella cultura popolare, il capostipite è un film in cerca di una sua identità, parallelamente al travaglio vissuto dallo sventurato protagonista.

Sebbene la trama ponga infatti in essere una serie di passaggi che nel tempo sono diventati autentici cliché (il libro che custodisce i segreti di una antica arte marziale, la promessa di non combattere infranta per raddrizzare i torti) ciò che più colpisce è la sostanziale ricerca di un baricentro da parte di un protagonista che sembra destinato a riflettere nella sua menomazione una preesistente mancanza di radici. Fang Gang è un senza-ruolo, cresciuto per riconoscenza e snobbato dai fratelli, anche quando (è il caso della sorellastra) questi covano una profonda ammirazione che sfiora nel desiderio. Sarà anzi proprio la sorella a provocargli quella menomazione, in una scena che non ha lo spessore epico che ci si aspetterebbe e che appare invece casuale, orchestrata con una teatralità della messinscena che sfora però nell’involontario: il film stesso sembra in quel momento incerto sul destino che da quel momento in poi Fang Gang dovrà affrontare.

E’ un destino che però gli riserva l’inattesa svolta verso quella stabilità affettiva fino a quel momento negata dagli eventi: l’incontro con Xiaoman, infatti, garantisce a Gang quella compagna e quella sicurezza di essere accettato che fino a poco prima sembrava irrealizzabile. Non a caso sarà proprio Xiaoman a consegnargli il manuale che gli consentirà di acquisire il nuovo stile di lotta, in grado di renderlo invincibile. La menomazione non diventa quindi una via per l’imbattibilità, le tentazioni supereroiche sono infatti ancora lontane, ma semplicemente un modo che permette a sentimenti e corpo di coincidere nella loro incompletezza, dando forma a un individuo nuovo e, per questo, finalmente compiuto. La stessa spada spezzata che l’eroe brandisce nella sua mano diventa metafora di una capacità guerriera che solo nell’incompletezza del proprio corpo trova la sua realizzazione e acquisisce piena potenza.

Fang Gang quindi diventa scheggia inclassificabile all’interno di un ordine scompaginato dalla violenza perpetrata in modo casuale ma implacabile. Anzi, si potrebbe affermare che proprio il fatto di aver provato sulla propria carne la sconsideratezza della violenza lo ha reso consapevole dei limiti di un’umanità ormai alla deriva. Per questo Gang riesce ad andare oltre, a superare tecniche e trucchi e a compiere l’impossibile impresa di diventare un eroe nonostante il suo modo di combattere anticonvenzionale. E’ una metafora sin troppo chiara di un momento storico che necessita di soluzioni nuove per comprendere una realtà mutevole e pronta a sciorinare nuove e inaspettate difficoltà. La tradizione incarnata dal maestro Rufeng viene dunque contrastata dal bloccaspade dei nemici, che però si rivela inutile contro i fendenti del rinato Gang. Il protagonista può quindi diventare l’ago della bilancia dello scontro fra le parti, così come il suo film diventa il faro di un nuovo corso che passa per i nuovi codici ormai noti a tutti gli specialisti del genere: teatrali spargimenti di sangue, eroi tormentati che difendono strenuamente i loro principi, una visione del mondo fortemente maschile.

In mezzo, come olio che scorre fra gli ingranaggi c’è ancora una forza melodrammatica che crea empatia con i drammi di questo giovane eroe senza casa e rende il suo travaglio più intenso e lacerante. Quella che dunque Gang attraversa è perciò un’autentica ricostruzione di sé che il pubblico percepisce come tale e lo rende un inedito paladino.

Il film, diventato un classico del genere, ha avuto una eccellente rivisitazione del 1995 con The Blade di Tsui Hark, che si pone come intelligente caso di remake critico, che riflette visivamente e tematicamente i nuclei della storia.

Mantieni l’odio per la tua vendetta
(Dubei dao/The One Armed Swordsman)
Regia: Chang Cheh
Sceneggiatura: Cheh Chang e Kuang Ni
Origine: Hong Kong, 1967
Durata: 111’

Recensione di Dead Inside
Chang Cheh su Wikipedia
Biografia di Jimmy Wang Yu (in inglese)
Una clip dal sito della Avo Film

giovedì 3 settembre 2009

Distretto 13: Le brigate della morte

Distretto 13: Le brigate della morte

Il Distretto di polizia di Anderson, in una delle più isolate zone di Los Angeles, sta per essere trasferito in un’altra area cittadina e a supervisionare le operazioni dell’ultima giornata viene inviato il tenente Ethan Bishop, fresco di nomina. Sul luogo arriva un bus con tre carcerati in corso di trasferimento per verificare lo stato di salute di uno di loro. Fra i tre peraltro si distingue Napoleon Wilson, condannato a morte per omicidio. Successivamente fa la sua comparsa anche un uomo in evidente stato di shock, che ha vendicato la morte della sua bambina uccidendo un membro della gang Street Thunder, che ora ha giurato rappresaglia. Il distretto diventa così il teatro di una battaglia che vede poliziotti e carcerati uniti in una strenua difesa.

Distretto 13 è uno di quei film destinati suo malgrado a un’eterna (e doverosa) riscoperta: oggi è, a ragione, acclamato come un capolavoro dopo le critiche suscitate alla sua uscita per l’eccessiva violenza, soprattutto in virtù dell’omicidio ai danni di una inerme bambina con il gelato. Una scena agghiacciante, brutale nel suo essere così secca, frontale, priva di compromessi ma anche così poetica per essenzialità e geometria delle azioni. Sia la bambina che i killer in automobile danno infatti vita a un continuo spostamento in avanti e indietro, quasi una danza o un carosello intorno al fulcro costituito dal camioncino dei gelati, vero teatro dell’evento finale. Il pericolo è continuamente posticipato giocando con le aspettative dello spettatore, salvo poi lasciar deflagrare la situazione nel peggiore dei modi.

Tutto il film, in fondo, è costruito lungo la direttrice dello spazio e del tempo, che Carpenter rielabora a livello visivo: le didascalie scandiscono infatti gli orari di quella che a conti fatti è una vicenda tutta ambientata in un’unica giornata e il formato Panavision spalma ambienti e personaggi lungo lo spazio descritto dall’inquadratura, dando vita a autentiche geometrie visive che rendono Distretto 13 il più orizzontale dei tanti film realizzati dal Maestro americano. E qui già subentra uno dei primi elementi di riscoperta, dal momento che il corretto formato dell’immagine per anni è stato modificato dalle varie edizioni video e televisive e solo l’ultimissima uscita in DVD per Stormovie in un bel cofanetto a 2 dischi ha riportato il film ai suoi fasti originali.

Il cielo non si vede quasi mai, Bishop si sofferma un momento a guardarlo prima di entrare nel Distretto, come a presagire che lo aspetta una notte destinata a riscrivere equilibri e a racchiudere in sé il senso del mondo, come accade negli avamposti romeriani o nel Drive-in di Joe Lansdale. Già, perché in fondo quella che viene messa in scena è la realtà di una società che sta riscrivendo i suoi equilibri e vede una gang multirazziale opposta a un gruppetto di eroi pure refrattario alle classificazioni (un tenente di polizia nero, un criminale, una segretaria costretta nel ruolo dell’eroina priva di paure). Le due realtà in fondo si specchiano e dimostrano una certa specularità nel rifiutare una definizione precisa, cercando l’aggregazione in una empatia che scavalchi la convenzione per dare vita a una solidarietà morale che rimanda al modello hawksiano (il film nasce dichiaratamente come omaggio di Un dollaro d’onore). Carpenter dopotutto rinnega la lettura sociologica, ma non nasconde mai l’archetipo del western, rielaborandolo e riproponendolo ancora una volta con una precisione visiva che in sé basta a dare il senso del film.

Pertanto Distretto 13 funziona come mero meccanismo spettacolare che riverbera di riflesso gli umori della sua epoca, ma è già avanti nel suo porsi come consapevole modello di un cinema che omaggia dichiaratamente il passato attraverso una funzionalità di personaggi e situazioni che sono puro archetipo. Probabilmente un giorno bisognerà riflettere sul fatto che la generazione tarantiniana non ha inventato nulla che la New Hollywood già non avesse perfettamente codificato e ha solo perfezionato ed esplicitato ulteriormente come il cinema contemporaneo sia un continuo riproporsi di regole e memorie depositate tanti decenni prima.

Un cinema che perciò è quasi teorico, ma che riesce ad apparire vero per il talento di chi elabora a livello visivo una storia dove i caratteri sono capaci di generare empatia. Questo nonostante i dialoghi secchi ed essenziali siano purtroppo stati sottoposti a brutali modifiche nell’edizione italiana, che ha aggiunto frasi inesistenti e un turpiloquio più insistito, oltre all’amena opening You Can’t Fight It di Kenny Lynch che, seppur molto godibile, rielabora il tema principale e ha il difetto di smontare molta della tensione che diversamente si accumula sin dallo scorrere freddo e asettico dei titoli di testa. La seconda riscoperta del film passa appunto per la visione dell’opera in lingua originale, dove i protagonisti appaiono essenziali, definiti con poche pennellate in modo da riverberare una profondità mitica che li rende irresistibili e che permette di stabilire con pochi aneddoti, qualche gesto, il carisma degli interpreti una relazione profonda con il pubblico. Pura economicità della narrazione, insomma, priva di pretesti e spiegazioni dettagliate, dove anzi poco viene rivelato. Lo stesso ritmo che oggi appare molto pacato (illuminato da brevi lampi di azione) nasconde in realtà una natura contemplativa che è quella di tanto cinema che sarebbe venuto in seguito, che già pare studiare questi caratteri più che raccontarli, per condividere con lo spettatore il piacere del loro attraversare la scena, del loro assecondare le geometrie e le traiettorie descritte dai proiettili che devastano i locali e bucano corpi, oggetti e pareti. Anche per questo Distretto 13, alla luce dei successivi capolavori carpenteriani, appare un film così palesemente fondativo, un prototipo dove è già possibile vedere in nuce sequenze e temi di quello che verrà in seguito: le ombre nella notte degli assalitori come archetipi di Michael Myers, Napoleon Wilson “born out of time” come Jena/Snake Plissken, il membro della gang vestito da Che Guevara come il Cuervo Jones di Fuga da Los Angeles e molto altro ancora.

Distretto 13: Le brigate della morte
(Assault on Precinct 13)
Regia e sceneggiatura: John Carpenter
Origine: Usa, 1976
Durata: 87’

Distretto 13 su theofficialjohncarpenter.com
Galleria di immagini
Il tema principale della colonna sonora
Il brano You Can’t Fight It che apre l’edizione italiana

Collegato:
Masters of Horror: Pro Life – Il seme del Male

mercoledì 2 settembre 2009

Il brigante di Tacca del Lupo

Il brigante di Tacca del Lupo

1863. Dopo l’Unità d’Italia il meridione è agitato da fermenti antigovernativi che sfociano nel brigantaggio: a Melfi, in Basilicata, i briganti guidati da Raffa Raffa mettono a ferro e fuoco il paese per tre giorni, prima di riprendere la via delle montagne con gli ostaggi. Sul posto viene quindi inviato il Capitano Giordani, uomo inflessibile e determinato a sgominare la banda di Raffa Raffa. Inizia così un viaggio lungo gli scenari desertici di un meridione ostile e carico di problemi, costellato di vicende individuali dolorose e di confronti serrati tra posizioni differenti, fino allo scontro finale.

Oggi che la questione meridionale ha trovato un corrispettivo in una questione settentrionale che tiene banco soprattutto nelle sue più beceri manifestazioni separatiste, può essere utile riscoprire questo bel film di Pietro Germi, che nel 1952 traspone il romanzo omonimo di Riccardo Bacchelli, esplorando i difficili retroscena dell’Unità d’Italia. Il tentativo non si innesta nell’ambito del contemporaneo filone neorealista, ma tenta ugualmente di gettare uno sguardo nuovo su una realtà storica dimenticata e marginale, nell’ambito di una pellicola popolare che guarda a modelli altri, con particolare riferimento al western americano. Non solo: Germi rinnova infatti anche la sua passione per i linguaggi e la loro commistione. Il dramma storico sfocia quindi in grandi scene d’azione e non dimentica alcuni passaggi colorati di ironia, dimostrando un gusto spiccato per i volti e per i contrasti dialettali (fra la gente del Nord e quella del Sud Italia). L’intera storia a tratti può sembrare frantumarsi in rivoli isolati, ma infine la sceneggiatura trova la quadratura del cerchio permettendo ai singoli archi narrativi di incastrarsi in una struttura unitaria e coerente.

Ciò che soprattutto colpisce è però la qualità della messinscena, che riesce a elaborare lo spazio lavorando sul contrasto fra la ristrettezza delle vie e delle abitazioni dei paesi lucani, e la vastità degli scenari pietrosi e desertificati. Il sole abbonda e brucia tutto, ma, in ossequio ai magnifici contrasti della terra raffigurata, riesce a ritagliare anche zone d’ombra che la splendida fotografia di Leonida Barboni rende cupe e materiche come i corpi stessi degli attori, capaci di stagliarsi fieri ma anche di portare con sé i segni della miseria e della fatica. Il risultato è un film che, fatti i debiti distinguo, riverbera la fisicità di un De Santis, unita alla composizione pittorica di un Welles e respira pertanto di un afflato universale che non soffre la localizzazione degli eventi.

In questo scenario il film pone in essere un interessante poetica della non appartenenza a un luogo, che permette alla storia di superare i facili manicheismi: il capitano Giordani (un ottimo Amedeo Nazzari) pare essere l’unico personaggio realmente italiano, consapevole cioè di lottare per uno Stato che ora è da intendersi come unitario e si prodiga affinché chiunque intorno a lui capisca che la posta in gioco è il futuro di una nazione. Tutto questo in una realtà che da un lato rivendica appartenenze a un passato cancellato dalla storia (i briganti si propongono come seguaci dell’estinto regno borbonico) e dall’altra non riesce, anche nelle sue autorità, a credere a un’unità soprattutto formale (le stesse autorità di Melfi accolgono i briganti senza colpo ferire).

All’idealismo di Giordani si contrappone quindi il cinismo dei bersaglieri, visti come “stranieri” in una terra che avvertono come ostile nei loro confronti e pronta a offrire complicità ai briganti. Propotenti, spesso scoraggiati ma pronti a urlare di non voler morire su un suolo che ritengono non loro, i soldati diventano la maggiore coscienza critica del film, per la loro capacità di mettere in evidenza i contrasti di una nazione ancora intimamente divisa e la cui unione sembra essere stata decisa a tavolino senza tenere realmente conto delle diverse realtà che compongono la nuova nazione. Questo scenario viene infatti complicato dal complesso reticolo di usanze depositate nella memoria e nelle consuetudini sociali del Sud e trova una sua efficace raffigurazione nel personaggio di Zitamaria, che è stata oggetto di violenza da parte del bandito Raffa Raffa e che perciò dovrà essere vendicata dal marito Carmine, ma nello stesso tempo deve sopportare anche la vergogna di una comunità che non la riconosce più come propria e la ritiene disonorata. In questi momenti il film gioca alcune delle sue carte migliori, dando fondo a una tensione melodrammatica in grado di catturare l’attenzione dello spettatore.

La donna è peraltro fatta oggetto anche delle lascive attenzioni degli stessi bersaglieri, che scardinano in questo modo il facile manicheismo insito nella caratterizzazione del brigante animalesco contrapposto al soldato civile: al contrario la truppa comandata da Giordani è raffigurata come disordinata e male assortita, spesso costretta nel ruolo di carne da macello dallo stesso capitano che, senza molti scrupoli, è disposto a sacrificare uomini e civili pur di raggiungere il suo scopo.

Ciononostante, anche lo stesso Giordani dovrà scendere a compromessi con una realtà complessa, incarnata dal commissario Siceli, fautore di una politica più vicina alle consuetudini della realtà meridionale, spesso preferite alle regole care al governo centrale: il realizzarsi dello scontro finale con Raffa Raffa sarà perciò reso possibile proprio dai contrasti sorti in seno alla comunità lucana, a causa di quei meccanismi millenari dell’onore che vedranno il bandito predone diventare infine vittima della vendetta, prima ancora che della giustizia. La riconciliazione fra Zitamaria e Carmine sancirà proprio la riunificazione di una realtà disgregata e non a caso il finale vedrà anche Giordani tendere una mano a chi in precedenza aveva considerato un nemico. Il viaggio della truppa italiana, dunque, diventa un percorso che permette al film di riverberare una certa modernità nel suo impianto popolare ma dai risvolti, se non propriamente sociologici, quantomeno più acuti di quanto non ci si aspetti da una pellicola del genere. Per poter meglio affrontare le sfide della contemporaneità, insomma, bisogna conoscere i meccanismi portati avanti da una Storia e un tempo che si sono stratificati nella memoria e negli usi comuni. Un film da recuperare.

Il brigante di Tacca del Lupo
Regia: Pietro Germi
Soggetto: Federico Fellini, Pietro Germi, Tullio Pinelli (dal romanzo di Riccardo Bacchelli)
Sceneggiatura: Pietro Germi, Tullio Pinelli, Fausto Tozzi
Origine: Italia, 1952
Durata: 95’

Pagina di Wikipedia dedicata al film
Biografia di Pietro Germi

martedì 1 settembre 2009

Lo squalo 2

Lo squalo 2

Sono passati quattro anni dai tragici eventi che videro l’isola di Amity teatro delle gesta assassine di un grande squalo bianco e la comunità sembra ormai aver superato il ricordo di quella esperienza. Un nuovo predatore fa però la sua comparsa, attaccando due sub in alto mare: nonostante la ferocia dei suoi attacchi, lo squalo non lascia tracce del suo passaggio, e il solo capo della polizia, Martin Brody, inizia a nutrire sospetti sulla sua presenza. Le autorità però non ci stanno e arrivano a licenziare Brody, reo di portare il panico fra la gente dell’isola. Le cose si complicano quando Michael e Sean, i due figli di Brody, insieme ad alcuni amici escono con le loro barche e vengono braccati dallo squalo.

Più che un sequel, realizzato ovviamente per capitalizzare sul colossale successo de Lo squalo, girato con maestria da Steven Spielberg tre anni prima, il film diretto da Jeannot Szwarc è quasi una parafrasi del capitolo precedente, della sua storia e del travagliato percorso produttivo. Entrambi i film, infatti, hanno attraversato una lunga fase di lavorazione, con grosse complicazioni logistiche dovute ai mezzi dell’epoca, alquanto inadatti per la grandiosa idea che si voleva esprimere; in cabina di regia, poi, hanno trovato posto due director che si erano fatti le ossa con la televisione e poi avevano creato un certo scalpore con due prodotti a basso budget (Duel per Spielberg e Bug insetto di fuoco per Szwarc); inoltre i film posseggono anche una versione cartacea che nel caso del primo Squalo è anche la fonte di ispirazione (il fortunato romanzo di Peter Benchley), nel secondo invece si tratta di una semplice (e meno conosciuta) novelisation, realizzata da Hank Searls.

Venendo al merito della storia è alquanto evidente come Lo squalo 2 riproponga il canovaccio del capitolo precedente senza apportare particolari variazioni: un nuovo pesce assassino stabilisce il suo territorio di caccia nelle acque intorno all’isola di Amity e il capo della polizia deve eliminarlo. La dinamica però è differente: nel primo film, infatti, il “non isolano” Brody (proveniente dalla città e addirittura affetto da paura per l’acqua) trovava nello squalo una efficace materializzazione delle sue paure inconsce e quindi il duello assumeva una sfumatura personale, che nel romanzo era addirittura amplificata dal rapporto di competizione che si veniva a instaurare con l’oceanografo Matt Hooper (Benchley infatti metteva in campo anche una relazione extraconiugale di madame Brody con lo scienziato).

Stavolta invece, sebbene vengano indagati più a fondo i legami affettivi fra Brody, la moglie e i figli, lo squalo appare maggiormente come una presenza aliena che giunge a turbare una calma più generale, tanto che arrivano anche a mancare i personaggi in grado di oggettivizzarne la presenza, come il già citato Hooper o un succedaneo del pescatore Quint. Il risultato è che emergono due aspetti interessanti. Il primo è quello di una elevazione a potenza dello squalo stesso, che finisce per fuggire qualsiasi verosimiglianza e diventa invece una macchina distruttrice che fa esplodere motoscafi, rovesciare elicotteri e non a caso viene eliminato con un escamotage “tecnologico”. La stessa scelta di mostrare maggiormente lo squalo, che oggi ci appare in tutta la sua evidenza come un modello meccanico, va in questa direzione: non è il mare il pericolo, non è un archetipo quello contro cui si combatte, ma un autentico e purissimo mostro. Questo aspetto peraltro era già presente nel prototipo, ma qui raggiunge una nuova dimensione. Ovviamente in tutto questo entra in ballo anche una dinamica prettamente hollywoodiana: consci di avere a che fare con un autentico blockbuster (il primo dell’era moderna), i produttori hanno immediatamente perso di vista la verosimiglianza per spingere sul pedale dell’avventura, secondo una progressione che sarà seguita a ruota da tutti gli epigoni e i sequel, lasciando scadere il genere degli animali assassini nel girone delle esagerazioni più folli (ci sarà per fortuna anche chi ci scherzerà sottilmente su, come John Sayles con le sceneggiature di Piranha e Alligator). In questo è ravvisabile una certa protervia, che però paradossalmente finisce per elevare il film rispetto agli epigoni, rendendolo un prodotto ambizioso, fatto che si riflette nella regia molto curata e spettacolare di Szwarc. Per gli epigoni c’è dunque solo la derisione spietata, come nel caso dell’orca sbranata, chiaro riferimento a L’orca assassina e sembra già di vedere in nuce i futuri sfottò incrociati, come quello del Godzilla di Emmerich in Armageddon di Michael Bay. L’era moderna va dunque forgiandosi, fatta di titoli attenti soprattutto all’impatto visivo/spettacolare, a scapito dell’eleganza narrativa, in quella escalation che porterà al popcorn movie tout court.

Il secondo aspetto interessante è il tema della rimozione che il film mette in scena e che si colora di una inedita sfumatura quasi romeriana (Zombi è dello stesso anno, anche se negli States sarebbe uscito più avanti): nessuno nel film è consapevole realmente della presenza dello squalo, gli esperti sono confusi (la biologa marina che studia il cadavere dell’orca) o lontani (Hooper che, contattato da Brody, si rivela indisponibile). E c’è chi addirittura rifiuta l’ipotesi, anche quando esistono prove abbastanza circostanziate (la foto scattata dai sub) del pericolo. Szwarc e gli sceneggiatori Gottlieb e Sackler sono anzi bravi a giocare con lo spettatore (consapevole fin dalle prime battute che lo squalo esiste) un continuo gioco di rinvii circa il disvelamento dello squalo ai protagonisti e alle autorità del luogo: vediamo dunque la creatura tentare invano di “addentare” un bagnante, essere visto da un sub che però va in embolia e non riesce a condividere con nessuno la sua scoperta, e infine accanirsi contro dei ragazzi soli nell’oceano. Tutto questo mentre i tentativi del capo della polizia Brody di far venire a galla la verità gli determinano sonore figuracce (il banco di pesci scambiato per il predatore con annesso panico scatenato in spiaggia).

Anche questo aspetto è presente nel primo film, dove è però collegato a un problema squisitamente economico che lo rende più circostanziato: accettare la presenza dello squalo significa dover rinunciare alle ricchezze offerte dall’uso turistico delle spiagge. In questo sequel, invece, l’aspetto economico non è contemplato particolarmente e il rifiuto del problema assume caratteristiche innate, che portano ad assiomi inquietanti: non lo riconosco, dunque non esiste. Proprio il classico “ignore the problem” romeriano, base fondante di una civiltà moderna egoista e sconsiderata, che arriva quindi simbolicamente a rinnegare i concetti stessi di responsabilità e di autorità licenziando il capo della polizia troppo zelante. A questo proposito è interessante notare come il romanzo di Searls adotti una soluzione ancora più radicale: nella versione cartacea, infatti, anche Brody è convinto che non esista nessuno squalo e gli indizi non lo convincono del contrario, salvo poi metterlo di fronte al fatto compiuto che, inevitabilmente, si palesa in tutta la sua mostruosità e finisce per coinvolgere direttamente gli affetti personali. A riprova di come siamo ancora in un’epoca dove pure i titoli così smaccatamente commerciali sono capaci di riflettere gli umori disgreganti che serpeggiano nella realtà.

Lo squalo 2
(Jaws 2)
Regia: Jeannot Szwarc
Sceneggiatura: Carl Gottlieb e Howard Sackler (ispirata ai personaggi creati da Peter Benchley)
Origine: Usa, 1978
Durata: 111’

Jaws 2 su Jawsmovie.com
Intervista a Jeannot Szwarc (in inglese)
Jaws 2: il fumetto

sabato 29 agosto 2009

L’era glaciale 3: L’alba dei dinosauri

L’era glaciale 3: L’alba dei dinosauri

Qualcosa sta cambiando all’interno dell’eterogeneo “branco” di superstiti dell’era glaciale: Manny ed Ellie stanno infatti per avere il loro primo cucciolo e lui è particolarmente ansioso di fronte alla prospettiva di diventare padre; Diego invece si sta allontanando dal gruppo per ritrovare il vigore perduto dopo anni di scarsa attività; Sid, dal canto suo, si sente escluso dagli eventi e per questo decide di “adottare” tre uova che trova abbandonate nel sottosuolo e che si riveleranno appartenere a un possente Tyrannosaurus Rex. I dinosauri infatti non si sono estinti come si credeva e hanno invece colonizzato un mondo sotterraneo nel quale il povero Sid si ritrova prigioniero! Manny, Ellie, Diego e i due opossum chiacchieroni Crash e Eddie partono per recuperare l’amico e nell’avventura trovano una guida nel coraggioso Furetto Buck. Nel frattempo anche il povero Scrat ha il suo daffare: la sua ghianda è infatti contesa da una Scrattina che ben presto farà breccia nel cuore del nostro…

C’è della neve all’inizio dell’Era glaciale 3, quasi a ricordare da dove tutto è iniziato, sebbene l’evento eponimo ormai sia lontano, confinato ai ricordi del primo capitolo: in compenso è cambiata la composizione del branco, che si allarga e assume sempre più i crismi di una famiglia allargata e felicemente disfunzionale, similmente a quanto accade con altri celebri gruppi della moderna animazione (basti pensare a quello di Madagascar). D’altronde, sebbene retrodatata ai tempi della preistoria, l’avventura non teme di riflettere lo scenario di un altro tempo (il nostro) caratterizzato dal tramonto della tipica famiglia nucleare, in favore di nuovi equilibri affettivi che devono però essere ridiscussi volta per volta: il concetto stavolta è analizzato attraverso un nuovo pericolo che sia in grado di cementificare l’unione dei protagonisti, e che permetta loro di analizzare i contrasti o le insicurezze sorte nel frattempo. Questo, inevitabilmente, fa dell’avventura una sorta di viaggio/percorso di formazione simile a quelli che già avevano caratterizzato i due precedenti capitoli: in tutti i casi alla base c’è il tempo, quello che porterà la glaciazione o permetterà il manifestarsi dei sintomi del disgelo e che qui è sovvertito nella sua linearità dal paradosso dei dinosauri redivivi, autentiche incarnazioni della “disfunzionalità” alla base del nucleo di personaggi. Perché per cementare una comunità tanto eterogenea gli sforzi non devono essere pochi.

Ad aggiungersi stavolta è l’ottimo personaggio di Buck, sorta di grottesca rivisitazione dell’Achab melvilliano, visto come una sorta di guru dai due opossum affamati di sensazioni forti; e inoltre non va dimenticata Scrattina, ammaliatrice e famelica di ghiande, che produrrà un inedito risvolto sentimentale nella vita altrimenti monocorde del pur spassoso Scrat: uno scossone che peraltro mostrerà, con intento chiaramente satirico, i disagi del rapporto di coppia tradizionale, a ribadire la passatezza di certi modelli sociali. I tradizionalisti comunque non temano: l’animazione americana conferma la sua propensione al ripristino finale dello status quo, nulla verrà realmente cambiato, ma l’avventura servirà per ribadire concetti e far nascere nuove consapevolezze in grado di fortificare i legami già solidi (ivi incluso quello fra Scrat e la sua ghianda).

Ciò che d’altronde colpisce, in un film gradevolissimo e in linea con i precedenti, è soprattutto la capacità di sfruttare i meccanismi del racconto seriale in modo consapevole e volto a produrre una riconoscibilità empatica, quasi una complicità, fra pubblico in sala e personaggi sullo schermo: lo stesso impiego del 3-D sembra quasi un escamotage per “avvicinare” le due realtà attraverso l’illusione dell’abbattimento della piattezza dell’animazione tradizionale in favore di un’immagine corposa e profonda. L’inserimento di nuove figure o lo stravolgimento di alcune situazioni canoniche (si veda Manny che per la prima volta si sente piccolo di fronte ai dinosauri, laddove era abituato ad essere considerato un gigante) non mina quindi alle fondamenta gli elementi portanti del racconto. D’altronde appare abbastanza chiaro come i conflitti interiori dei personaggi o i contrasti che si innescano tra loro siano nel complesso meno pregnanti che nei precedenti capitoli, e scalzati facilmente sia dall’intraprendenza dei personaggi che dalla forza trascinante di alcuni virtuosismi avventurosi (si veda lo splendido duello aereo sugli pterodattili in puro stile Star Wars).

L’era glaciale 3 riesce per questo a risultare nuovo ma allo stesso tempo familiare e il divertimento non nasce tanto dalle gag (in più di un caso, anzi, abbastanza prevedibili), ma dal conforto che lo spettatore prova nel riconoscere, in tutte le situazioni, i comportamenti tipici degli irresistibili personaggi. Si innesca in questo modo una “fidelizzazione” che per certi versi può essere vista come un deperimento dell’idea originale, ma in realtà rappresenta un elemento di pregio per i protagonisti, che ormai hanno sfondato il loro ruolo e sono diventati a tutti gli effetti degli elementi cari all’immaginario dello spettatore.

L’effetto non è dissimile a quello creatosi negli anni Ottanta e Novanta con la saga di Arma letale: anche in quel caso il presupposto del capitolo fondativo veniva diluito in una narrazione seriale dove il rapporto di complicità che si andava via via instaurando fra personaggi e pubblico generava il divertimento maggiore e la voglia di proseguire l’avventura. In questo senso si può attendere con fiducia il quarto capitolo dell’Era!

L’era glaciale 3: L’alba dei dinosauri
(Ice Age: Dawn of the Dinosaurs)
Regia: Carlos Saldanha e Mike Thurmeier
Sceneggiatura: Peter Ackerman, Michael Berg Yoni Brenner e Mike Reiss (storia di Jason Carter Eaton)
Origine: Usa, 2009
Durata: 94’

Sito italiano
Sito ufficiale americano
Intervista a Carlos Saldanha (in inglese)
Dichiarazioni dei doppiatori italiani
Scheda film e trailer sul sito Fox Italia
Sito dei Blue Sky Studios

sabato 1 agosto 2009

Stagione cinematografica 2008/2009

Stagione cinematografica 2008/2009

Un’altra stagione è terminata e forse la constatazione dovrebbe portare con sé un senso di malinconia per ciò che ci si è lasciati alle spalle, e per le tante attese ormai svanite nel rito della visione: per quanto mi riguarda, invece, la sensazione è di piacere, nuove scoperte e nuove passioni si sono sommate a quelle sepolte nel tempo e il rito della visione in sala ha rinnovato molte volte la forza dell’amore che lega noi appassionati agli schermi, tanto da permettermi di guardare con rinnovata fiducia all’annata che va a cominciare. E’ questa, in fondo, la cosa più importante: la data del 31 luglio infatti è solo un numero, che non chiude anzi l’esplorazione di un anno di cinema ancora con qualche buco da riempire (ovvero con i film che, per un qualsiasi motivo, non sono stati visti e che saranno, si spera, recuperati in seguito). Nel complesso è stato un periodo interessante, ma afflitto da un grosso disordine nella distribuzione, che ha recuperato alcuni film dopo un arco temporale ormai troppo lungo e inaccettabile (The Mist), ha distribuito poco e male i titoli migliori (Lasciami entrare, Ponyo, Two Lovers, The Wrestler) e ha alternato periodi ricchi d’offerta a eccessive stasi.

Resta comunque la constatazione di un anno di visioni in bilico fra il dramma estremamente fisico del già citato capolavoro The Wrestler, di Changeling, di Two Lovers, di Vincere, e la spensieratezza di Ponyo o Star Trek. In mezzo, una gamma espressiva complessa, capace di alternare momenti più ameni a una generale e inafferrabile cupezza di fondo, basti pensare a Benjamin Button, a Coraline, a Gran Torino fino ai casi più spiazzanti del secondo Transformers o del sesto Harry Potter. L’animazione, dal canto suo, continua a veleggiare verso livelli sempre più alti mentre la neo-rinnovata tecnologia del 3-D inizia finalmente a fare sentire il suo peso. Nel complesso tutti i titoli citati hanno lasciato qualcosa, hanno saputo scavare nell’animo rinnovando il senso della meraviglia e della partecipazione a un evento importante, nonostante il poco spazio concesso da una gestione delle programmazioni di sala sempre più vorace e ansiosa di “consumare” e lasciare spazio ad altro. Segno di una annata che nelle sue singole parti ha saputo disegnare una geografia umana profonda e che non vuole ora farsi ingabbiare in schemi predefiniti: per questo forse manca una direttrice reale che permetta di ricondurre la stagione a un tema o una tendenza. Ma è anche giusto così, perché ogni film merita di essere considerato prima di tutto come una storia a sé.

Nel complesso è bello essersi potuti confrontare con pellicole tutt’altro che concilianti come Antichrist, essere stati sorpresi dalla qualità di prodotti industriali come il già citato Harry Potter o Operazione Valchiria, essere usciti soddisfatti anche da prodotti che hanno attirato una valanga di critiche (Transformers) e notare come sia rappresentata nell’elenco una tipologia piuttosto varia di pellicole: ci sono infatti film d’animazione, blockbuster e piccole scoperte provenienti da varie latitudini (America, Giappone, Svezia, Danimarca, Italia). Di fronte a questi ottimi dati le (poche in verità) delusioni, chi le ricorda più?

Avanti così, insomma, mentre il Nido come ogni anno chiude per ferie. Ci si rilegge a settembre!

Film stagione 2008/09
1) Antichrist
2) Changeling [di Clint Eastwood]
3) Classe (La)
4) Coraline e la porta magica
5) Curioso caso di Benjamin Button (Il)
6) Frost/Nixon: Il duello
7) Gran Torino
8) Hancock
9) Harry Potter e il principe mezzosangue
10) Hurt Locker (The)
11) Lasciami entrare
12) Mist (The)
13) Operazione Valchiria
14) Ponyo sulla scogliera
15) Ragazza del mio migliore amico (La)
16) Star Trek [2009]
17) Strangers (The)
18) Transformers: La vendetta del Caduto
19) Two Lovers
20) Vincere
21) Wall-e
22) Wrestler (The)

giovedì 30 luglio 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue

Harry Potter e il principe mezzosangue

L’abbraccio mortale del Signore Oscuro inizia a mietere vittime anche nel mondo dei “babbani” e gli incidenti e le sparizioni si susseguono: in questo cupo clima Harry Potter inizia il suo sesto anno scolastico a Hogwarts, insieme agli amici di sempre. Le schermaglie amorose fra gli studenti ormai cresciuti si susseguono ai tentativi del preside Albus Silente di coinvolgere Harry nella scoperta dei segreti nascosti nel passato di Tom Riddle, l’ex allievo che sarebbe poi diventato Lord Voldemort. Per far questo Harry deve carpire il segreto dell’Oscuro Signore, nascosto in un ricordo di Lumacorno, nuovi professore di pozioni, convinto dallo stesso Silente a tornare in servizio dopo anni di inattività. Intanto Draco Malfoy prosegue il suo cammino verso il sentiero Oscuro, protetto dal professor Piton, che sembra aver rivelato ormai la sua natura di servitore del Male.

Manca ancora una storia (che sarà presentata in due film) per poter tracciare un bilancio definitivo sulla lunga avventura cinematografica di Harry Potter, ma questo sesto capitolo porta alla nostra attenzione alcuni aspetti interessanti che ci dicono dell’evoluzione impressa alla saga. Uno dei problemi del cinema hollywoodiano recente, infatti, sta tutto nella dicotomia che si è pervicacemente posta in essere tra i film indipendenti e i blockbuster: è una classificazione di comodo che si potrebbe confutare con molti esempi e Harry Potter è probabilmente uno di questi. Colossale nelle dimensioni, la storia del maghetto inglese è infatti caratterizzata da una medietà (da intendersi in una accezione non negativa) della messinscena che tende a restituire l’idea di un universo coerente, dove la magia è stata introiettata non come elemento fantastico, ma come parte delle cose e, come tale, non assume il ruolo di architrave del racconto o di qualità preminente dello spettacolo, secondo la logica tipica del fantasy. Harry Potter, insomma, è un racconto giovanile che incidentalmente utilizza le figure retoriche del fantasy: questo gli permette di stimolare in ogni caso la fantasia, ma di non essere succube degli effetti speciali che pure utilizza a profusione.

Certo, la regola non vale per tutti i capitoli: ad esempio Il prigioniero di Azkaban, diretto dal grande Alfonso Cuaron, lascia intravedere tutte le potenzialità, anche spettacolari, di un format che forse poteva manifestare ben altre ambizioni, ma è evidente come la carta del cinema d’autore non abbia attecchito, per volontà produttive o congiunturali, e abbia tracciato la via di un fantasy dal volto più umano. E’ una saga, quindi, sicuramente industriale, ma non meccanica come molti prodotti dello stesso genere e possiede degli elementi virtuosi che invitano a non accantonarla con superficialità.

Il principe mezzosangue ribadisce il concetto a perfezione: la storia è praticamente ridotta al minimo, in una progressione che supera le due ore e si concentra soprattutto sui caratteri e sulle dinamiche sentimentali dei protagonisti ormai cresciuti: la leggerezza del tocco permette alle scene di risultare estremamente reali e gustose, tanto da conferire alla storia una delicatezza sinora poco esplorata, che si giova anche dell’alchimia ormai stabilitasi tra i membri del cast, in particolare dei comprimari: se infatti il protagonista Daniel Radcliffe appare sempre molto controllato perché troppo conscio della centralità che il suo ruolo richiede, chi gli sta intorno si concede con maggiore trasporto e lirismo ai sentimenti che le situazioni naturalmente stimolano, regalando perciò le scene più riuscite.

Non è un caso che la regia di Yates risulti poco indovinata proprio nelle parti più colossali e spettacolari, che paiono un inutile orpello di fronte a un materiale che si apprezza ormai soprattutto in virtù della componente umana che offre. Ecco dunque le triangolazioni amorose che coinvolgono amici di ieri e di oggi, i rimorsi del professore che manipola i ricordi poiché si vergogna di aver offerto un aiuto a chi non lo meritava e le discussioni con chi chiede di non litigare per mantenere l’unità di fronte al male: tutti momenti che si stagliano come i più virtuosi e costituiscono il degno corollario del fulcro narrativo, ovvero il rapporto paterno fra Silente e Harry, culminante nella toccante sequenza in cui il mago deve sopportare atroci sofferenze e ingurgitare l’acqua maledetta. Un momento carico di umana pietà, ma anche di abnegazione al dovere, che sono poi gli elementi al cui interno si muove Harry sin dall’inizio, costretto com’è da un fato già deciso, ma da una umanità che si costruisce giorno dopo giorno.

E’ poi interessante anche il fatto che il gigante Hagrid, l’unico che non possieda legami affettivi seri con una controparte umana, non sia ugualmente dimenticato, ma si renda protagonista di una scena al tempo delicata e divertente in cui lo vediamo piangere la morte dell’aracnide Aragog. E che il percorso umano di Draco Malfoy lasci intravedere inedite sfaccettature nel cuore di un ragazzo confinato sin dall’inizio nel facile ruolo del “cattivo”.

A un mondo che viene contaminato progressivamente dal Male e che sembra rispecchiare le turbolenze del nostro presente, la saga oppone insomma la forza dei sentimenti come motore immobile della vita, capace di colorare qualitativamente ogni giornata e di offrire una gamma emotiva che rende il film, pur nella sua progressione molto sottotraccia e nella riproposizione di momenti iconici (come la partita di Qidditch o i rapporti tesi con Piton), estremamente vario. Yates, regista mediocre e artefice del peggior capitolo della saga (L’Ordine della Fenice), dimostra quindi di aver preso le misure alla materia che tratta e di concentrarsi sugli aspetti che risultano migliori, componendo un racconto che parla al suo giovane pubblico con dignità e senso paritario, trattando la materia in un modo superiore a quello di tante becere commedie e che, nella fusione con le figure retoriche del fantasy, riesce a creare un sistema di riferimenti tale da suscitare anche il piacere della scoperta e il senso della meraviglia: in questo senso il film diventa classico, e riverbera la forza di una concezione di cinema passata ma sempre attuale.

Harry Potter e il principe mezzosangue
(Harry Potter and the Half-Blood Prince)
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Steve Kloves (dal romanzo di J.K.Rowling)
Origine: Usa, 2009
Durata: 153’

Intervista al cast
Sito italiano
Sito ufficiale americano
Sito di J.K. Rowling
Sito sui romanzi della serie
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