"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 12 maggio 2010

Rocky Saga

Rocky Saga

Non ci sono in giro molte saghe come Rocky: una esalogia scritta, interpretata e in parte diretta dallo stesso attore/autore lungo un arco di tempo trentennale, che diventa quindi progetto estetico, etico, filosofico e, perché no, anche commerciale della sua carriera: ne riassume gli stilemi visivi, ma anche il precipitato umano, lo sguardo sul reale e, inevitabilmente, anche i detour imprevisti, quelli che magari fanno anche storcere il naso.

L’attore/autore in questione è naturalmente Sylvester Stallone, per molto tempo ricondotto soltanto a un’idea di cinema muscolare: non che qui si voglia negare che Stallone sia stato quello, anzi, per molto tempo proprio lui ha cavalcato l’estetica della “ricostruzione del corpo” sulla quale l’immaginario action degli Anni Ottanta si è inequivocabilmente assestato (pensiamo a definizioni come “rambismo”, da un altro dei suoi popolari personaggi), e Rocky pure sopporta sulla sua figura autentiche metamorfosi fisiche, che non sono solo quelle del tempo, ma, più propriamente, quelle che portano un personaggio a diventare un’icona di epoche diverse (si veda anche l’insistito ritornare sulla sua statua).

Purtuttavia, rivisto oggi Rocky appare come qualcosa di più. Un progetto che ha avuto la fortuna di non subire i vari scossoni cui veniva di volta in volta sottoposto e che ci ha regalato almeno due autentici capolavori, nella forma del primo film (Rocky, appunto, diretto da John G. Avildsen nel 1976) e dell’ultimo, inaspettato, malinconico, potentissimo, da amare incondizionatamente, Rocky Balboa (diretto da Stallone nel 2006). Quello tracciato dai film è un percorso che descrive anche la parabola di un attore passato da simbolo di cinema indipendente ad autentico divo “istituzionale”, fino al più recente (seppur parziale) declino.

Rivedere Rocky come un filtro che aiuta a comprendere il cammino professionale di Stallone è dunque interessante: sei film, quattro dei quali diretti dallo stesso attore, che possono essere considerati una cartina di tornasole del rapporto fra Stallone e la realtà. Rocky, in questo senso è una autentica corazza, un ruolo che l’attore veste per porsi al di fuori di un mondo che lo sovrasta. Sebbene sia sempre latente nella serie una sorta di bonario paternalismo, tipico di una concezione conservatrice (nel senso assolutamente non deteriore del termine, ma che fa piuttosto riferimento a una certa natura pragmatica dell’essere americani), il personaggio non appare mai patetico e, negli ultimi capitoli, nemmeno senescente. Al contrario, fin dal primo film ci si rende perfettamente conto di come la sua parlata incerta (nelle edizioni originali), il suo agire apparentemente “lento” altro non siano che caratteristiche connaturate a uno status che gli permette di essere scentrato rispetto al reale quel tanto che basta per avere uno sguardo meno focalizzato sul particolare e più invece sull’universale. Rocky è una specie di ibrido fra un certo idealismo americano che sogna una grande felicità (l’amore assoluto per la moglie Adrian, la conquista del titolo di campione dei pesi massimi di pugilato, la visione di una famiglia patriarcale dove nessuno prevarica l’altro e i contrasti si possono ricomporre intorno al quadrato del ring, i rivali che diventano amici) e una certa tendenza tipicamente umana al sopravvivere senza aspettarsi nulla di più del poco che si ha. Merito di un interesse innato di Stallone per realtà sottoproletarie, dove si realizza la sintesi fra una sincerità imprevedibile dell’esistere e una tensione alla sopravvivenza e al sacrificio dal sottotesto marcatamente cristologico che conferisce immediatamente statura tragica ai suoi antieroi. L’effetto di questi accostamenti è dirompente: Rocky ottiene l’occasione della vita per un autentico colpo di fortuna, ma ogni sua impresa è poi caratterizzata da volontà di ferro e da fatiche che diventano autentiche piaghe. Il personaggio stesso si segna e prega prima di ogni incontro stabilendo una precisa ritualità sacrificale.

Il dualismo del personaggio lo porta a riscuotere crediti per il signorotto locale, ma senza alzare un dito sui debitori, a metà strada fra la piccola criminalità e quella vita di strada che permette di muoversi placidamente nel cuore pulsante della città. Philadelphia d’altro canto è l’altra grande protagonista della saga: le coordinate emotive che tracciano il percorso umano di Rocky (l’amore per Adrian, il rapporto filiale con l’allenatore Micky e quello fraterno con il burbero cognato Paulie e l’ex rivale Apollo, fino agli scontri burrascosi con il figlio Robert e il figlioccio sportivo Tommy Gunn) traggono forza dall’ambiente, del quale Rocky è figlio, ma dal quale egli tenta anche di riscattarsi.

Ecco, un tema fondamentale nella saga è proprio questo: tutti i personaggi discendono in modo straordinariamente netto dall’ambiente nel quale sono immersi, ma allo stesso tempo manifestano una forte insofferenza verso lo stesso. Nessuno fa eccezione, nemmeno (e soprattutto gli avversari): Apollo Creed si bea infatti del suo status mediatico che ne fa un’icona americana, ma allo stesso tempo non può evitare che lo stesso mondo commerciale ne determini le ultime battute, spingendolo a chiedere la rivincita a Rocky (nel secondo capitolo) e a sfidare Ivan Drago (nel quarto). Clubber Lang (nel terzo film) è una sorta di contraltare al Rocky del passato, un rigurgito dei bassifondi che ricorda al campione i trascorsi e la fame di vittoria. Drago è il prodotto di un’industria alla quale infine egli si ribella per ottenere una vittoria che vuole come soltanto sua. E’ interessante il fatto che anche quando Rocky viene decontestualizzato rispetto alla realtà di Philadelphia, quando gli elementi iconici (la scalinata del museo, la fanfara di Bill Conti) vengono a mancare e il personaggio viene snaturato in un’icona muscolare, veloce, inarrestabile, opposta al tenace ma bonario atleta degli esordi, quando il tono stesso della saga si immerge nella propaganda reaganiana e l’estetica ammicca al videoclip e a un certo kitsch tipicamente anni Ottanta, questa umanità continui pervicacemente a uscire fuori. D’altronde è grazie ad essa che il pubblico accetta le imprese e le piccole incongruenze di un campione fatto risorgere continuamente, si affeziona alle sue paure e agli eccellenti comprimari, frutto di felicissime scelte di casting.

Perché Rocky, in fondo, è la storia di una concezione della vita che riesce a superare i limiti e lotta contro le avversità, contro il tempo, la tecnologia, i pronostici per dimostrare che la volontà compie a volte i miracoli e riunisce la gente. In altri tempi si sarebbe chiamata epica.

Sito ufficiale di Rocky (in inglese)
Pagina di Wikipedia sulla saga di Rocky
Pagina di Wikipedia su Rocky Balboa (personaggio)
Pagina di Wikipedia su Sylvester Stallone
Sito ufficiale di Sylvester Stallone
Sito italiano su Sylvester Stallone
Trailer di Rocky
Trailer di Rocky II
Trailer di Rocky III
Trailer di Rocky IV
Trailer di Rocky V
Trailer di Rocky Balboa

domenica 2 maggio 2010

Il cinema di Yilmaz Güney

Il cinema di Yilmaz Güney

Dimenticato per anni e infine ritrovato (e letteralmente riscoperto) alla recente edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, Yilmaz Güney è una figura di spicco del cinema turco degli ultimi decenni, profondamente immerso nella memoria eppure capace di parlare al suo e al nostro presente, riscuotendo sempre il consenso e l’attenzione del pubblico, di ieri come di quello di oggi. Non può essere diversamente, in fondo, considerando l’attenzione che Güney ha sempre dimostrato, nel corso della sua vita, proprio per la qualità squisitamente popolare del cinema, forgiata attraverso una lunga militanza nei film di genere (come attore prima, sceneggiatore e regista poi) e uno sguardo naturalmente portato a comprendere i meccanismi storicamente correlati alle dinamiche interpersonali all’interno di comunità più o meno piccole, nelle quali riflettere la Storia del suo paese. Scorrendo la filmografia dell’artista turco si passa infatti in rassegna un lungo periodo che parte dalla fine degli anni Cinquanta (quando avvenne il debutto come attore) fino alla prima metà degli Ottanta. In mezzo c’è un paese in trasformazione di cui Güney osserva non soltanto le caratteristiche patriarcali, l’economia rurale, il problematico rapporto fra i sessi: tutti temi fermamente presenti in ogni sua opera, i cui titoli possono tutti essere considerati tasselli della stessa visione sebbene articolata ogni volta su prospettive differenti (difficile trovare infatti un’altra filmografia così coerente e allo stresso tempo talmente diversificata).

Ma c’è un altro aspetto che dice della estrema attualità del cinema di Güney ed è la progressiva tensione alla modernità, il rapporto problematico con una realtà in trasformazione dalla quale i personaggi da lui narrati si sentono via via attratti, ma anche esclusi. Il rapporto con la tradizione è dunque vissuto come un fardello con il quale inevitabilmente fare i conti, tanto più pesante laddove l’affacciarsi alla modernità presuppone la conoscenza del proprio status di uomini diversi poiché provenienti da un’altra epoca. Chi si adegua è un infelice che ha rinnegato le sue radici (come il Cemil di Arkadaş, 1974), chi non riesce invece patisce l’inevitabile caduta (il Sivan di Il gregge, 1978).

Quasi sempre a innescare la dinamica che condurrà ineluttabilmente alla tragedia è una figura femminile, come la Keje di Seyyit Han (1968) o, ancora di più la Melike del già citato Arkadaş e la Berivan del Gregge, non a caso interpretate dalla medesima attrice, la bellissima Melike Demirağ. Ma la tragedia ricade completamente sulle spalle dei personaggi maschili, quasi sempre interpretati dallo stesso Güney e costretti a un percorso di progressivo stritolamento da parte delle dinamiche radicate nella cultura e nella Storia, che non lasciano spazio al raggiungimento della soddisfazione personale. La grandezza del risultato sta nel modo in cui Güney riesce ad articolare i suoi discorsi, attraverso racconti che seguono perfettamente la strada del melodramma popolare, anche laddove ibridato con generi più “rigidi” come il western, ma sempre lasciando trapelare una porosità di sguardo che si ritrova nelle inquadrature di volti, animali, improvvisi squarci di vita nell’aridità del paesaggio deserto. Il rapporto con la terra, intesa nel senso materiale del termine, contrappunta la fisicità di storie dove i protagonisti urlano, soffrono, sopportano sulla propria pelle le piaghe di una condizione di estrema indigenza che spesso conduce a velleitarie missioni di ricerca della felicità (la ricerca del tesoro nello splendido Umut, 1970).

La condizione di sfasamento è dunque perenne in questi personaggi che riflettono anche una latente situazione di esilio in terra, nella quale riconosciamo la parabola umana di Güney, divo di grande considerazione popolare eppure figura avversa al potere che lo ha rinchiuso più volte in carcere. Da lì l’artista ha continuato a lavorare, dirigendo “a distanza” (attraverso un ricchissimo lavoro di documentazione e di scrittura) alcuni dei suoi lavori migliori. Il tutto fino alla fuga e all’ultima opera, La rivolta (1983), realizzato in Francia eppure ambientato ancora nell’amata Turchia. Un film cupo, disperato, che traccia le coordinate umane ed emotive della condizione in cui versano i giovani rinchiusi nelle carceri turche, dove il sentimento della tragedia che sempre sottende il suo cinema diventa anche una metafora di una condizione di lavoro propria di chi è ormai costretto a guardare a distanza la propria terra e quindi a non trovare mai la realizzazione della propria identità.

In Italia soltanto tre opere di Güney hanno ottenuto regolare distribuzione, i già citati Il gregge e La rivolta, e Yol (1982), vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes. E’ un peccato che non sia stato dato spazio anche al resto della sua produzione, che nel suo complesso conta, soltanto da regista, ben 26 lavori, lungo un percorso complesso e affascinante. La vera riscoperta di Güney, in fondo, deve ancora avvenire.

Nelle prossime settimane ripercorreremo alcune delle opere viste a Lecce, in quello che è stato un omaggio sincero e prezioso, che si speria sia l’inizio della riconsiderazione globale della sua opera.

Pagina di Wikipedia inglese su Yilmaz Güney
Ritratto di Güney a cura di Orsola Casagrande
Filmografia di Güney su SinemaTurk

lunedì 12 aprile 2010

Lecce 2010

Lecce 2010

Sarà uno strano effetto collaterale dovuto a un qualche fuso orario “sballato” o un jet-lag o forse addirittura l’ora legale entrata in voga da poco, ma l’impressione è che sia questo l’anno in cui il Festival del Cinema Europeo festeggia la sua decima edizione. Perché di solito sono le edizioni a cifra tonda quelle che si permettono nomi prestigiosi ed eventi tanto interessanti come quelli che fanno capolino dal programma di questo undicesimo appuntamento che va a iniziare domani nella città salentina!

In realtà, a parte le battute, tutto questo non è che il risultato del meritorio lavoro che Alberto La Monica, Cristina Sodano e tutti i collaboratori portano avanti da tempo, nel tentativo di unire la cultura a una forma popolare in grado di parlare al pubblico più trasversale possibile. La figura simbolo di quest’anno, dunque, non è soltanto Carlo Verdone (che pure è un nome spendibilissimo per attirare l’attenzione di media e spettatori), ma piuttosto Yilmaz Guney, prestigioso regista turco oggi abbastanza dimenticato, che ha iniziato la sua carriera come autentico divo del cinema popolare, salvo poi declinarsi in forma di autore “militante”, in ossequio a un tempo in cui la passione politica e la visione d’artista erano ancora due concetti in grado di conciliarsi. Praticamente il contrario dei nostri tempi dove se va bene gli attori dell’età d’oro li ritrovi in qualche triste fiction di mamma Rai a riverberare i fantasmi di un tempo lontano…

A Guney è dedicata una delle retrospettive, insieme a un libro curato da Massimo Causo: accanto alle due personali però svettano altri percorsi e nomi, ad esempio sarà possibile assistere al nuovo Shadow, l’horror diretto da Federico Zampaglione che sta facendo tanto parlare di sé e che da un lato conferma l’attenzione di Lecce per le visioni forti, da un altro testimonia la sua timida e interessante apertura a un genere puro come quello della paura. Oppure il non meno importante La città invisibile, dedicato alla tragedia del terremoto che ha colpito L’Aquila e su cui tanto si discute senza che si riesca a capire la reale portata del disastro (prima e dopo la scossa).

Ma come sempre la massima attenzione va al concorso, con la selezione ufficiale che si spera possa confermare il valore sempre alto tenuto sino a oggi dai selezionatori: 10 le opere previste, tutte in anteprima nazionale, in viaggio fra Slovenia, Germania, Danimarca, Olanda, Bulgaria, Spagna, Regno Unito, Francia e naturalmente Italia. E poi le Giornate degli Attori, altro momento importante, capace di declinare il neo divismo in una forma attenta sempre ai contenuti e al percorso professionale delle personalità emergenti.

Da rimarcare infine il premio Mario Verdone (dedicato allo scomparso storico del cinema e padre proprio di Carlo) che verrà assegnato a un giovane autore distintosi nell’anno passato. Che l’evento inizi!

Sito del Festival del Cinema Europeo

Collegati:
Lecce 2009
Lecce 2008

mercoledì 7 aprile 2010

Gurren Lagann

Gurren Lagann
  
In un mondo futuro, l’umanità vive nascosta nei villaggi sotterranei, ma due ragazzi, Simon e Kamina, riescono a fuggire e, insieme all’amica Yoko e a nuovi compagni, formano la Brigata Gurren. Dopo essersi impadroniti di due robot, i nostri eroi intraprendono quindi una lotta con gli Uomini Bestia che dominano la superficie. E’ l’inizio di una grande avventura che porterà l’umanità a riscattarsi contro i nemici che la opprimono.


Nell’arco delle 27 puntate che la compongono, una serie anime capolavoro come Sfondamento dei cieli Gurren Lagann ridefinisce i codici del cartoon robotico grazie a un attento lavoro sugli stereotipi che hanno fatto grande il genere, ricollocati in un’ottica postmoderna. La serie pesca a piene mani dal passato, servendosi del citazionismo come mappa su cui fissare una serie di punti, per poi investire direttamente concetti che si richiamano alla fisica quantistica, in modo da superare ogni limite e dare forma a una narrazione che trova la sua liberazione nell’eccesso più puro: robot sempre più potenti si fronteggiano in battaglie che superano lo spazio tempo, in un tripudio di esplosioni e energia lasciata libera di scorrere sullo schermo, mantenendo così lo spettatore in uno stato di perenne euforia.

Nonostante l’attenzione a un racconto sempre sovraeccitato e portato al massimo dei giri, Gurren Lagann è dunque terreno di ricognizione del già fatto e di sperimentazione di nuove soluzioni: che nella tradizione dello Studio Gainax sono visive, attraverso la giustapposizione di stili differenti, che spesso lasciano spazio alla creatività dei singoli disegnatori, ma sono anche narrative, capaci di interrompere la linearità del racconto per improvvise digressioni che magari aprono squarci in generi altri: la parentesi con Yoko maestra, ad esempio, rimanda più a generi cari alla Nippon Animation che a quel Ken Ishikawa chiamato in causa come nume tutelare grazie ai precisi riferimenti alla Getter Saga.

D’altronde l’intero concept della serie è articolato attraverso il ciclico ritorno su situazioni che permettano di stabilire due opposti, la conservazione e l’evoluzione. Nell’arco della loro avventura, infatti, i membri della Brigata Gurren dovranno più volte combattere una lotta di liberazione che sia soprattutto rivolta a esaltare il completamento di un sé in perenne divenire. Contro di loro, invece, si staglierà chi, in nome di una volontà difensiva dell’equilibrio, ha costretto (o intende farlo) l’umanità nel baratro della disperazione e della stasi perenne. Il tema della spirale, evocato dalle trivelle del super robot Gurren Lagann, dal movimento delle galassie e dalla struttura del DNA rimanda infatti a un’idea di tutto coerente laddove è lasciato libero di esprimersi nella perenne evoluzione, contraddetta dai paladini di uno status quo visto irrimediabilmente come depressione dell’istinto.

Il che naturalmente conduce a due derive fondamentali: la prima è quella di una critica sistematica ai pilastri codificati del reale e alle figure dell’autorità, siano esse la politica, la religione e tutto ciò che intende imbrigliare l’istinto in strutture organizzate e oppressive. Alla ragione si preferisce un ideale utopistico nella ricerca di un fine sempre spostato in avanti, oltre le soglie dell’impossibile, che però non diventa tanto spregio della tradizione quanto volontà di superare la stessa. Perché, e qui la sceneggiatura di Kazuki Nakashima dimostra tutta la sua intelligenza, il punto non è creare una frattura tra il passato (immobile) e il presente (dinamico), ma invece sfruttare il primo come base d’appoggio, come terreno di coltura in cui far germogliare quegli elementi che possano definire la via da percorrere. Il che naturalmente ci riporta al citazionismo citato all’inizio: Gurren Lagann è consapevole di poter innovare il genere robotico solo laddove ne conosce (e ne ossequia) a perfezione i codici e i limiti. Di qui scaturisce naturalmente la centralità di un personaggio come Kamina, che pure è fattivamente poco presente nel corso della storia, al contrario del reale protagonista Simon. Kamina infatti rappresenta esattamente l’incarnazione di una tradizione che vuole rimettersi in gioco (non a caso il motore che lo spinge all’azione è un ricordo del padre), che il racconto intende omaggiare ma al contempo superare. E’ lui, dunque, a codificare tutta una serie di elementi iconici del racconto - entrando così in risonanza con la conoscenza degli stilemi radicati nella memoria storica del suo pubblico - e a determinare le varie svolte della storia: è lui a dare il nome ai robot e alla Brigata Gurren, è ancora lui a suggerire l’idea dell’agganciamento che forma il Gurren Lagann, e, non ultimo, è lui a designare letteralmente Simon come autentico eroe e protagonista della storia. A dispetto del suo apparente agire sconsiderato, Kamina non sbaglia mai alcuna mossa, la sua avventatezza è sintomo di un coraggio radicato nell’indole guerriera del Giappone e permette ai personaggi di liberare il proprio potenziale nascosto. 

Qui si instaura dunque la seconda deriva del racconto. Quella, cioè, che chiama in causa lo stesso pubblico degli appassionati, costretti a rispecchiarsi nel proprio ruolo di difensori di una memoria storica che non deve mai diventare museificazione del passato e glorificazione asfittica in nome della nostalgia, a detrimento al presente. Al contrario, il regista Hiroyuki Imaishi ci ricorda che se abbiamo amato il passato per la vitalità che era stato capace di esprimere, non possiamo che sognare di rendere altrettanto vivo il presente attraverso la sua continua evoluzione, lungo quel percorso che da Tetsujin 28 e Mazinga Z (capostipiti del genere) ha portato a Gurren Lagann.


Sfondamento dei cieli - Gurren Lagann
(Tengen Toppa - Gurren Lagann)
Regia generale: Hiroyuki Imaishi
Progetto generale: Kazuki Nakashima
Origine: Giappone, 2006
27 episodi

martedì 6 aprile 2010

What Women (and Men) Want

What Women (and Men) Want

Ha fatto molto discutere un articolo di Massimo Fini pubblicato lo scorso 27 marzo su Il Fatto Quotidiano: avrebbe potuto farlo fin dal programmatico titolo (Donne, guaio senza soluzione) e che a pubblicarlo sia stato un giornale non certo ascrivibile a un’area conservatrice ha naturalmente finito per amplificare il danno. Sono seguite alcune risposte, una da parte di una collaboratrice del quotidiano, e molte altre dai lettori attraverso il blog antefatto.it.

In quella che era un’autentica requisitoria, Fini si scagliava infatti contro le donne, tacciandole di essere “una razza nemica”, dalla “lingua biforcuta” e i cui maggiori demeriti sarebbero curiosamente quello di mascherarsi da “sesso debole” mentre in realtà “sono quello forte” e di essere “molto più robuste dell’uomo”, tanto da vivere “sette anni in più” (è comunque possibile leggere integralmente l’articolo, raggiungibile attraverso il link in calce).

Non so se Fini abbia poi avuto modo di tornare sull’argomento, magari adducendo come “giustificazione” il fatto di essere stato frainteso (in fondo va di moda nell’Italia recente…) o giocando la carta dell’ironia (pure tirata in ballo da qualche difensore), se non addirittura quella del “fiero pensiero controcorrente”. Ma, che lo abbia fatto o meno, poco importa, l’articolo resta un prodotto inquietante. Non tanto per la misoginia che lo ha animato: il misogino in fondo è riconoscibile, isolabile, commiserabile nella sua incapacità di vedere davvero oltre se stesso. Non meriterebbe una parola sul Nido.

No, il problema è un altro: il danno di quelle righe è che dimostrano come anche una persona che possiamo ascrivere al rango dell’intellettuale (pur con i distinguo che ormai il termine naturalmente scatena) sia caduta nella trappola dell’esemplificazione a ogni costo, di cui i nostri tempi sono tristemente schiavi. Sia stato cioè capace di ricondurre un tema sempiterno e complesso come quello del rapporto uomo-donna a una facile e sterile formulazione di enunciati immediati e riconoscibili. In una parola: semplici. Di più, che condanni il fatto che la realtà spesso tradisca la possibilità di ricondurre il tema a schemi esemplificativi: la donna non è il sesso debole, come viene spesso banalmente, e semplicemente, categorizzata, ma il forte, e questo è male. E’ un sintomo chiaro della tendenza imperante a ricondurre le dinamiche storico-sociali a una formula. Uno slogan. Una frase. Un sms o un post su Twitter. La sintesi, un tempo dono, diventa sistema e spazza come rami secchi qualsiasi argomentazione più complessa. La complessità provoca noia, insofferenza, rancore. E ancor più ne provoca il pensiero di una realtà differente dalla propria.

Prenderò ad esempio un passaggio, che peraltro si collega a un’esperienza da me vissuta (mi si perdonerà se trascino il discorso nell’ambito dell’aneddotica personale). Scrive Fini: “Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco”. Ignoro chi abbia coniato questa formula, ma non è la prima volta che la vedo usare, una volta anche una mia amica la utilizzò in una conversazione, sebbene con presupposti differenti (in quel caso, infatti, lei la tirò in ballo come differenza che avallava meritoriamente la capacità delle donne di essere complesse, a fronte della banalità maschile). La mia risposta a quella sollecitazione fu (vado a memoria): se devo unire due punti posso effettivamente tracciare una retta, ma non è detto che lo trovi necessariamente l’unico metodo possibile o il migliore.

La verità sta in fondo nel senso di un’azione e nella prospettiva da cui si inquadra un problema: adattando il proprio sguardo alle situazioni si può infatti cogliere ogni volta un diverso modo di affrontare la realtà e questo rende il rapporto interpersonale fecondo e vitale. Personalmente ciò che ho sempre trovato affascinante, in quanto uomo, dell’universo femminile è la capacità di farmi reimparare a vedere ciò che per me è scontato attraverso prospettive inedite, in grado di fornire nuovi spunti, nuove vie, nuovi elementi di curiosità. La diversità come possibilità, insomma.

Ecco dunque che gli elementi tirati in ballo da Fini possono tranquillamente essere ribaltati di senso: la donna è inaffidabile, insopportabile, burocratica? E perché invece non considerare come sia tenace, perseverante, ma capace anche di slanci di generosità che spesso la spingono a fare un passo indietro per lasciare ad altri la gloria dei suoi sforzi? (la Storia è piena di esempi a proposito). Ha perso ogni dolcezza e istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia? Sorvolando sul fatto che un qualsiasi rapporto di coppia che voglia definirsi maturo non dovrebbe basarsi su dinamiche semplicemente “materne”, non sarà che forse la donna si è dovuta adattare a una realtà che ha spinto sempre per cucirle addosso un ruolo predefinito? Perché fosse esemplificabile? E che ora, negli esempi più positivi, sia invece capace di rivendicare un diritto a essere persona prima ancora che categoria?

Sul sesso la donna ha “fondato il suo potere”? Le cronache di questi mesi in realtà ci mostrano esattamente il contrario, che a tirare le fila di quel sistema di potere c’è invece sempre uno o più uomini…

Certo, su una cosa lo scritto di Fini è meritorio: alcuni dei suoi difensori ne hanno infatti approfittato per sollevare il tema dell’emulazione che spesso muove fra le donne, al punto da appiattirle sui peggiori stereotipi maschili, invece di praticare la ben più nobile arte del distinguo. In fondo quello che merita di essere sempre cercato nelle donne è la capacità di incarnare e coltivare un punto di vista differente e costruttivo, ben diverso sia dalle esemplificazioni dello scritto di Fini che dai tristi e beceri ritratti portati avanti dalle trasmissioni televisive del pomeriggio: se il risultato dell’interazione fra i sessi è invece la sola indifferenziazione, allora sì che la rabbia e il rancore meritano di esplodere come nella parole dell’articolo incriminato. La prospettiva, anche in questo caso, è da considerarsi al rovescio.

Il tema è interessante e sarà pertanto al centro di altri interventi sul Nido, attraverso l’analisi di alcune opere che ritengo significative a proposito.

L’articolo di Massimo Fini

sabato 27 marzo 2010

2 anni nel Nido

2 anni nel Nido

Periodo di impegni e di distrazioni, questo, che mi hanno fatto dimenticare che lo scorso 16 marzo il Nido compiva due anni di vita. In occasioni come questa mi chiedo sempre se si debba usare il termine “festeggiamento” o piuttosto “bilancio”, perché da un lato è evidente come il riuscire a portare avanti un progetto con costanza, nel mare magnum di parole che affollano internet, sia di per sé un impegno non da poco (e spesso mi è capitato di non essere costante negli impegni); allo stesso tempo, però, un traguardo presuppone delle riflessioni sul già fatto e sul da farsi.

Evito la retorica dei numeri che mi rimanda piuttosto al balletto delle cifre, fra dati reali e questura, che negli ultimi giorni ha tenuto banco - con esiti anche abbastanza esilaranti - fra i palazzi della politica, e preferisco guardare alla sostanza: il Nido c’è, gli aggiornamenti sono incostanti ma continui e il presente continua a sfornare opere interessanti che forniscono linfa vitale. Sono forse aumentati i riferimenti al passato, alcune etichette sono sempre più frequentate di altre e ben presto se ne dovrebbero aggiungere un altro paio, una (già annunciata) dedicata ai Transformers e una, un po’ complessa ma cui tengo molto, sui luoghi del cinema.

Nel complesso il secondo anno ha avuto una carburazione più disomogenea, si è forse avvertita inconsciamente la sindrome del “sequel” sempre accompagnata da nervosismi e dalla consapevolezza di dover continuare, rifinire, integrare, ampliare: l’impegno, insomma, si fa sentire certamente, e si accompagna a quello che mi sembra un sentimento più generalizzato di stanchezza nei confronti della forma di comunicazione scritta sulla Rete, sempre più ripiegata su schemi predefiniti in una continua “dispersione” di parole. Forse, insomma, si poteva fare di più, ma per fortuna il bello di un blog è anche il piacere di fare seguendo l’estro del momento, nonostante una programmazione di fondo, alla ricerca di elementi chiari su cui puntare l’attenzione: la sfida è insomma continuare a dare senso a quanto di interessante si trova intorno, preservando sempre il piacere e l’entusiasmo.

Con questo auspicio l’avventura prosegue, e a chi continua a leggere queste pagine come sempre va un sentito ringraziamento.

giovedì 25 marzo 2010

Small Soldiers

Small Soldiers

La multinazionale Globotech, specializzata nello sviluppo di tecnologia bellica, decide di allargare i suoi campi d’azione aprendosi anche al mercato dei giocattoli. La sua nuova linea comprende due eserciti contrapposti, i pacifici Gorgonauti e i membri del Commando Elite, armati fino ai denti e destinati alla vittoria. Nelle action figure viene però inserito un chip dell’intelligenza artificiale destinato agli armamenti, con l’unica conseguenza di rendere le due fazioni autocoscienti e pronte a combattersi nel mondo reale. Il giovane Alan Abernathy è il primo a ricevere in anteprima una partita dei micidiali giocattoli, e si vede perciò trasformare la casa in un campo di battaglia…

In un racconto del 1972 intitolato Campo di battaglia, Stephen King immagina la cruenta lotta fra un killer professionista e un esercito di soldatini-giocattolo senzienti creati da una delle sue vittime (la storia è stata trasposta per la televisione da Brian Henson nel 2006). Il concept non è dunque innovativo, ma ugualmente Small Soldiers è un film prezioso, sia per come riesce a rimodulare l’idea attraverso la sensibilità di un grande autore come Joe Dante senza disperdere l’afflato iconoclasta di base, sia perché in anticipo rispetto ad alcune derive moderne.

Possiamo infatti vedere i soldatini giocattoli di Dante sia come parafrasi al nero dei personaggi di Toy Story (realizzato soltanto 3 anni prima), ma soprattutto come interessante precursore di schemi e idee visive poi utilizzate in Transformers (fatto che ci permette anche di introdurre un futuro percorso dedicato proprio ai robot trasformabili).

Il paragone con l’opera di John Lasseter è forse più calzante a livello concettuale, dal momento che Small Soldiers, come Toy Story è al fondo una pellicola che omaggia la grande tradizione del film di mostri anni Trenta (in particolare Freaks per la Dreamworks e Frankenstein per Dante): la prospettiva geniale sta però nel ricondurre nel ruolo dei disadattati non i giocattoli ma gli umani. O meglio: i giocattoli in quanto riflesso della cultura pop codificata dagli umani. Il tono corrosivo del sottotesto in fondo adatta alla dicotomia Gorgonauti/Elite Commando quella esistente fra i personaggi del film, dal giovane Alan visto con sospetto da tutti e espulso da varie scuole, al vicino che si preoccupa di installare il suo mega impianto televisivo satellitare abbattendo gli alberi di chi gli abita accanto. La proprietà privata è in fondo ancora intesa come un perimetro da difendere, in modo da diventare un perenne e potenziale campo di battaglia: in questo senso Small Soldiers diventa anche un western, con i soldati-conquistatori e i Gorgonauti-nativi.

Più di queste possibili implicazioni della trama, però, interessa il modo in cui Dante mette in scena lo schema alla base del racconto, senza cioè schierarsi fino in fondo e lasciando che, quindi, non si disperda comunque il potenziale fascinatorio del “gioco della guerra”. Small Soldiers è quindi sicuramente un film che condanna una certa qual cultura dello scontro radicata nel profondo della società, ma allo stesso tempo è consapevole di quanto essa sia anche un sentimento che trova nel gioco la sua più efficace ed aggregante valvola di sfogo (e in questo senso la guerra con i soldatini-mostro non a caso funziona da collante e da strumento di riammissione sociale tanto di Alan quanto dei vicini). Siamo dunque distanti dalla visione molto più manichea che King veicolava nel suo racconto, e si resta affascinati dalle capacità e dalle personalità delle action-figures protagoniste.

E qui entrano in gioco proprio i Transformers: il concept dello strumento del vivere quotidiano che diventa robot (e dunque alieno, altro da sé) è riassunto nel costante upgrade che questi letali soldatini compiono utilizzando utensili e attrezzi da giardino, subito trasformati in temibili armi, oltre che nella confusione percettiva di un elemento (un normale giocattolo) che si rivela “più di quel che appare”. Ancora una volta Dante viaggia sul filo del doppio registro: gli oggetti del vivere quotidiano, modificando la prospettiva, rivelano inaspettate capacità belliche dimostrandosi dunque capaci di funzionalità diverse, ma anche potenzialmente già concepiti per finalità offensive, riflesso dunque di quella cultura della violenza che persiste al fondo dell’animo umano. Sempre ai robot trasformabili rimanda naturalmente anche l’idea della linea di giocattoli articolata su due fronti contrapposti (qui Gorgonauti/Elite, lì Autobot/Decepticon) e non stupisce notare come in fondo proprio la Hasbro, casa madre dei Transformers, abbia svolto un ruolo di consulenza per il film.

Un elemento che peraltro ci aiuta a capire che un legame di continuità forte esiste davvero tra i due film è anche la presenza di Kevin Dunn nel cast (in entrambi i casi nel ruolo del padre), oltre ovviamente alla figura di Steven Spielberg come produttore. A dominare comunque è lo sguardo sempre curioso e ludico di Dante, che permette al film di veicolare i suoi temi attraverso la forma accattivante di una spigliata commedia d’azione dal tocco fortemente cinefilo (con tanto di precisi riferimenti ai classici del cinema bellico), dove sofisticazione e artigianalità si uniscono come gli effetti speciali in CG alternati alla tecnologia degli animatroni del grande Stan Winston.

Nonostante questa ricchezza di temi, invenzioni visive, toni e sentimenti diversi e la presenza di molte scene cult (prima fra tutte il duello su Wannabe delle Spice Girls), il film non è stato accolto con la dovuta attenzione: una buona occasione per riscoprirlo.

Small Soldiers
(id.)
Regia: Joe Dante
Sceneggiatura: Gavin Scott, Adam Rifkin, Ted Elliott &Terry Rossio
Origine: Usa, 1998
Durata: 106’

Galleria fotografica di IMDB
Pagina di Wikipedia con note sui personaggi
Merchandise di Small Soldiers (video)
Trailer di Small Soldiers