"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 27 febbraio 2013

Warm Bodies

Warm Bodies

R. è uno zombie. Passa le sue giornate in un mondo precipitato nell'Apocalisse, dove gli umani vivono asserragliati dietro mura fortificate e si avventurano all'esterno solo per procacciarsi il cibo. Proprio durante una di queste spedizioni, R. si imbatte in Julie, che sembra risvegliare qualcosa in lui. La ragazza viene così condotta nella zona infestata e lentamente fra lei e R. si instaura un rapporto di solidarietà, che sembra far intravedere una possibile “guarigione” dei morti viventi e un loro ritorno alla vita. Ma ci sono due problemi di cui tener conto: uno è la diffidenza degli umani, che non accetteranno mai un compromesso con quelli che ritengono soltanto dei mostri. E l'altro riguarda gli “ossuti”, l'ultimo stadio dell'infezione zombie, che ha portato alcuni morti a diventare degli esseri spietati e pronti a tutto pur di impedire il ripristino dello status quo.


Non è uno zombie, ma di sicuro Jonathan Levine è un regista (e sceneggiatore) fuori dagli schemi, che realizza pellicole intriganti e porta avanti una visione che sempre più assume la forma di un percorso autoriale compiuto. Il suo esordio con All the Boys Love Mandy Lane (del 2006) è purtroppo rimasto inedito in Italia (complice anche il fallimento di chi lo aveva acquistato per il nostro mercato), ma un paio d'anni fa l'ottimo 50 e 50 è piombato come un fulmine a ciel sereno a sparigliare le carte della commedia “indie” americana (ne avevo scritto da Torino): la pellicola, infatti raccontava le vicissitudini di un ragazzo ammalato di cancro unendo l'ironia tipica del genere a uno sguardo disincantato e anche molto duro sulla realtà e sui complessi rapporti sentimentali che regolano la stessa. Warm Bodies è l'ulteriore tassello dello schema, che rinnova l'idea di un dialogo con la morte come chiave di volta per capire le dinamiche che regolano la vita.

Pertanto, possiamo subito archiviare le facili polemiche dei puristi che hanno accolto con diffidenza (se non proprio astio) l'idea della love story fra l'umana e lo zombie, temendo il ripetersi del fenomeno Twilight – peraltro cavalcato dalla produzione con la scelta della bella Teresa Palmer, molto somigliante a Kristen Stewart, e con il fatto stesso che alle spalle c'è un romanzo di un certo successo. Ma, per il resto, siamo su terreni diversi, grazie proprio a Levine, che trasforma la scontata love story adolescenzial-soprannaturale in una divertita e sagace esplorazione dei temi a lui più cari.

Lo zombie (che racconta la sua vicenda in soggettiva, sfruttando l'espediente della voce fuori campo) diventa così uno stadio intermedio fra due differenti situazioni dell'essere, ponendosi come improbabile ago della bilancia fra gli “ossuti” e gli umani. I primi rappresentano la totale negazione di ogni possibile rapporto fra simili, mossi come sono dal puro istinto violento; i secondi invece incarnano la componente problematica di un mondo che si finge ben integrato, ma che in realtà è fortemente diviso. Prova ne sia il fatto che, accanto alla dinamica umana/zombie, l'altra direttrice del racconto è data dal rapporto conflittuale tra la stessa Julie e suo padre, leader della comunità umana barricata dietro le mura.

L'aspetto più interessante, però, non sta tanto nel facile discorso sentimental-sociologico, quanto nella messinscena che corteggia un'idea di “rivitalizzazione” di un immaginario datato: il percorso di riappropriazione del sé che R. compie (transitando dallo stadio di zombie a quello di essere umano) si accompagna infatti alla continua riscoperta di stilemi, codici e oggetti del passato, dai dischi in vinile alle cianfrusaglie “vintage” che il non morto conserva nel suo nascondiglio, alle foto Polaroid, a pellicole come Zombi 2 (citato esplicitamente), fino alla bellissima colonna sonora che comprende brani d'epoca di Bruce Springsteen, John Waite, Guns N' Roses, Roy Orbison e molti altri. A tenere insieme il tutto è poi una dinamica di umanità divisa e barricata che rimanda ai capostipiti romeriani (in particolare a La terra dei morti viventi, di cui il film può essere considerato quasi una variazione più “rosa”).

Così, seguendo una tradizione che rimanda un po' a certo cinema americano classico, è come se il film sbattesse in faccia allo spettatore il valore della semplicità e del dover re-iniziare dalle piccole cose che già fanno parte del nostro bagaglio di umanità e che sono ormai dimenticate da una società distratta e lontana dal desiderio di stabilire un legame con gli altri: e qui si torna alla stessa morale di 50 e 50. Non a caso, nell'unica scena in cui si vede il mondo “di prima”, tutti gli umani sono ritratti come tristi e isolati, quasi nascosti dietro schermi e telefoni, nell'unica forma di interazione che ormai ritengono possibile. E' una scena ironica, ma ha una sua funzionalità e efficacia tematica non da poco.

Su tutto domina anche uno stilema un po' fiabesco, con la bella che redime la bestia, il meccanismo alla Romeo e Giulietta (c'è anche una “scena del balcone”), mentre gli “ossuti” sembrano usciti da una pellicola di Ray Harryhausen – fatto salvo l'uso “invasivo” della CGI, che comunque crea un efficace contrappunto con la carnalità degli umani e dei non morti. Una commedia horror composita, insomma, condotta con brio e anche una buona dose d'azione, a rendere più completo il tutto e più definite le capacità registiche di Jonathan Levine. Da vedere senza pregiudizi.


Warm Bodies
(id.)
Regia e sceneggiatura: Jonathan Levine (dal romanzo di Isaac Marion)
Origine: Usa, 2013
Durata: 95'

mercoledì 13 febbraio 2013

Le recensioni del libro su Godzilla

Le recensioni del libro su Godzilla

Con la distribuzione e la promozione ormai in pieno svolgimento, iniziano a fare capolino in rete le recensioni del mio libro Godzilla il re dei mostri: Il sauro radioattivo di Honda e Tsuburaya.

In questo post ne propongo degli stralci, insieme ai link, in modo da regalare ai visitatori del blog uno spaccato quanto più completo possibile dei pareri che il volume è stato in grado di suscitare.

“In ordine cronologico, gli autori passano in rassegna tutti i lungometraggi in cui ha imperversato Godzilla, soffermandosi giustamente sull’evoluzione del personaggio nel corso degli anni. Il distacco critico è obiettivo ma non scende troppo in tecnicismi e non perde di vista la lavorazione dietro ad ogni film.
[...]Grazie alle informazioni contenute nel libro per recuperare i vari film, il neofita si ritrova per le mani un’ottima guida alla visione.”
Manuel Uberti, AsianFeast.org

“Trattasi di uno studio analitico del fenomeno Gojira [...] che gli appassionati del genere - ma anche i cinefili senza paraocchi - non devono perdersi assolutamente.
Trecento e rotte pagine (con diverse foto in b/n) per esplorare i significati reconditi e manifesti di una saga inaugurata nel 1954 dal film di Ishiro Honda, e da lì pressoché infinita. […] Un libro assolutamente da consigliare.”
Mario Bonanno, SoloLibri.net


A queste va aggiunto l'articolo di Simona Bonanni per Horror.it, che non è propriamente una recensione, quanto un pezzo di presentazione dell'opera, scritto poco prima dell'uscita:

“La triade Di Giorgio – Gigante – Lupi ci propone in questo volume un’analisi di tutte le pellicole “godzilliane” tra il 1954 e il 2004, approfondendone il contesto socio-politico e simbolico, senza tralasciare i dovuti approfondimenti sui suoi creatori, toccando il tema delle avventure televisive del personaggio e completando il tutto con un’analisi sui costumi della gigantesca creatura. Il libro è inoltre corredato da una imperdibile galleria fotografica.
[...]In un panorama di saggi che si ripetono fino all’ossessione, promette di essere una lettura interessante ed inconsueta.”
L'articolo completo


Mi permetto di concludere la carrellata con un parere postato da un utente di Fantaclassici, il forum di cui sono amministratore. E' chiaro, giocando in casa ho vita facile, ma il rimando non vuole essere autoreferenziale, ma soltanto finalizzato a tributare un ringraziamento a parole che mi hanno profondamente commosso – oltre al fatto che, con la sua opinione, King Ghidorah (questo il nickname dell'utente) dimostra di aver capito perfettamente lo scopo del volume:

“Con riferimento alla prima parte, l’elemento distintivo è sicuramente l’approccio culturale. Non si è di fronte ad un mero snocciolare di fatti, date o curiosità. Si ‘entra’ nella storia, cercando di cogliere quelle peculiarità della cultura giapponese che sono la chiave di lettura necessaria per comprendere perché il mito è tale. Per comprendere insomma che dietro l’inspiegabile fortuna di una tuta di gomma ci sono elementi che ci hanno affascinato inconsapevolmente e che finalmente adesso possono essere inquadrati ad un livello più adulto.
[...]La parte dedicata ai film è originale quanto l’altra. Al di là del fatto che rispetto a testi precedenti si trovano le pellicole della saga Millennium, qui siamo di fronte a vere e proprie recensioni autoriali e non a semplici schede informative più o meno approfondite. Questo trattamento di solito lo abbiamo visto riservato al capostipite del 1954 mentre qui è declinato su 29 film.
[...]Elemento trasversale a tutta l’opera è la quantità incredibile di notizie e curiosità che però non sono mai gettati lì alla ‘nerd-way’. Personalmente, pur non essendo un neofita del genere, ho appreso un’incredibile quantità di cose.”

martedì 5 febbraio 2013

Cloud Atlas

Cloud Atlas

Sei storie:
1849: Mentre è in viaggio per mare, Adam Ewing, rampollo di una famiglia dell'alta società, trova il clandestino Autua, che lo aiuterà quando il malvagio dr. Goose tenterà con l'inganno di avvelenarlo per privarlo delle sue ricchezze.
1936: Il giovane musicista gay Robert Frobisher aiuta il compositore Vyvyan Ayris a comporre il suo capolavoro (il “Cloud Atlas”), ma infine l'uomo tenterà di estrometterlo dal successo.
1972: La giornalista Luisa Rey entra in possesso dei documenti che provano la pericolosità di una centrale nucleare, ma la multinazionale che possiede l'impianto cerca di fermarla.
2012: L'editore Timothy Cavendish azzecca il best-seller della vita, ma i fratelli dell'autore gli chiedono una somma talmente elevata che l'uomo è costretto a nascondersi. Suo fratello ne approfitta per farlo rinchiudere in una casa di riposo. Ma l'uomo progetta un'evasione.
2144: A Neo Seoul, il clone Sonmi 451, nato per servire, entra in contatto con il ribelle Hae-Joo Chang, che le mostra i segreti del sistema e l'aiuta a consegnare un messaggio all'umanità.
2321: Dopo la caduta. Zachry aiuta Meronym, venuta dagli ultimi luoghi civilizzati, a raggiungere l'avamposto dal quale lanciare una richiesta d'aiuto verso un nuovo pianeta che possa ospitare la razza umana.


Nell'accogliere l'ultima opera dei Wachowski (qui coadiuvati da Tom Tywker), nessuno sembra aver pensato a Pulp Fiction, per la logica dell'incastro di storie parallele. Rispetto a Tarantino c'è comunque meno lavoro di scomposizione e ricomposizione dei piani temporali (Pulp Fiction, infatti, vede le storie incastrarsi in più punti: il prima di una è quindi anche il dopo di un'altra e così via); al contrario, in questo caso le opere sono ambientate in epoche tra loro molto distanti e quindi non si incontrano, pur generando dei collegamenti che spesso emergono alla fine o sono rivelati solo attraverso piccoli indizi, che sta all'abilità dello spettatore cogliere per comprendere appieno la complessità del tutto (magari anche rivedendo il film più volte).

Allo stesso tempo, però, c'è in comune con il classico tarantiniano un identico amore per le possibilità offerte dall'occasione di giocare con il cinema nelle sue più diverse declinazioni: un gioco che qui si configura attraverso un progetto magniloquente, un autentico mosaico di generi. Si spazia perciò dal racconto storico (con tanto di pirati) alla fantascienza postatomica, passando per il thriller anni Settanta (in odore di blaxploitation), il melodramma gay e quella commedia un po' sopra le righe tipica di certo cinema britannico.

Già soltanto la capacità di riuscire a mescolare percorsi così diversi, indovinando perfettamente i tempi, basterebbe quindi a innalzare Cloud Atlas fra le opere più significative degli ultimi tempi: tre ore che scorrono veloci, generando interesse e curiosità, mentre le storie si danno il cambio continuamente, esaltando i codici basilari dell'esperienza cinematografica. Tensione, avventura, passione amorosa, ironia e un pizzico di malinconia che si stempera più spesso nel sense of wonder si uniscono così con incredibile naturalezza. I dialoghi abbondano, certo, ma il cuore è dato dalle azioni e dagli stili che passano in rassegna le varie parti.

Ma c'è dell'altro: c'è la coerenza di un discorso autoriale che i Wachowski continuano a portare avanti raccontando ancora una volta la rottura di uno schema che non è soltanto quello della linearità narrativa, ma anche e soprattutto quello in cui sono costretti i personaggi. Il tratto comune delle sei storie è infatti la costante ricerca di una liberazione da un destino avverso, superando il quale non solo il singolo, ma tutta l'umanità riesce a evolvere, generando infine quelle connessioni che rendono la storia omogenea nella sua diversità.

Il film diventa così da un lato il tentativo di stare pienamente nei codici espressivi offerti dai generi, quelli in grado di generare una capacità mitopoietica che renda il racconto appassionante; e, dall'altro, un'operazione che forzi gli stessi in modo da creare una distanza, quella che serve allo spettatore per non perdere mai di vista il progetto generale. Ecco dunque il make up così insistito e in più parti “finto”, in un gioco che sembra ammiccare consapevolmente all'arte del mascheramento tipica della rappresentazione cinematografica. Il momento della creazione rappresenta dunque tanto un intenso lavoro di ricerca delle singole note che comporranno infine il sestetto “Cloud Atlas” - e che quindi hanno valore in sé - quanto un esaltazione del risultato finale che, pur formato da singoli elementi, ha valore in quanto intero.

Proprio questa oscillazione fra il particolare e l'universale permette al film di reggersi sul doppio registro di una vicenda che si lascia seguire attraverso le singole storie, ma riesce poi a ritagliarsi lo spazio per far trionfare la sua tensione a un dopo, a un superamento delle barriere imposte dalla contingenza dei singoli momenti e, financo dal corpo stesso. Qui risiede uno degli aspetti più interessanti del film, ovvero la sua natura transgender che si ritrova nei continui cambiamenti di look (e persino di sesso o etnia) operati sugli attori, man mano che gli stessi si ritrovano a ricoprire ruoli diversi attraverso le varie storie. Più che alle vicende autobiografiche di Larry/Lana Wachowski appare calzante un parallelo con il processo di trasformazione del bruco in farfalla, modulato sull'evoluzione degli umani, sulle potenzialità offerte loro da una tecnologia che spesso non riesce però a liberare davvero l'animo dalla tendenza a richiudersi in meccanismi costrittivi, che sfociano naturalmente in una “scala sociale” fatta di oppressi ed oppressori.

E questo ci riporta naturalmente a Matrix, ancora una volta il fulcro della poetica dei due autori, chiamato esplicitamente in causa nella storia del Clone e nelle visioni infernali dei macchinari che regolano la vita della città e la produzione in massa dei servitori. Anche in questo si nota come Cloud Atlas sia una ricapitolazione del corpus d'opera già tracciato dai due autori e, allo stesso tempo, una sua evoluzione: una parte per il tutto.


Cloud Atlas
Regia e sceneggiatura: Lana Wachowski, Andy Wachowski, Tom Tykwer (dal romanzo di David Mitchell)
Origine: Usa/Germania/Hong Kong, 2012
Durata: 172'


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venerdì 25 gennaio 2013

Django Unchained

Django Unchained

Il dr. King Schultz, cacciatore di taglie nel selvaggio West, libera lo schiavo nero Django, che può aiutarlo a rintracciare i criminali che gli interessano. Una volta compiuta l'impresa, i due continuano le loro scorribande per poi concentrarsi sull'obiettivo più ambizioso: ritrovare Broomhilda, la moglie di Django, venduta a Calvin Candle, negriero e proprietario di una celebre piantagione di cotone. Il piano sarebbe quello di introdursi nella tenuta con la scusa di comprare un mandingo da lotta, salvo poi includere nell'accordo anche Broomhilda. Ma Stephen, il nero al soldo di Candle, mangia ben presto la foglia...


Ai tempi di Jackie Brown, si parlò del fatto che Quentin Tarantino fosse particolarmente “ossessionato” dalla cultura black, al punto da ritenervisi quasi affine. La cosa fu in verità liquidata con una certa fretta, complice da un lato il consueto bisogno di incasellare il nuovo lavoro, dall'altra perché la si riteneva strettamente (e strumentalmente) legata alla necessità di promuovere un film nato come omaggio alla blaxploitation.

Eppure è proprio a quell'affinità che bisogna tornare, a proposito di Django Unchained. La storia, anche in questo caso si ripete: da più parti si guarda soltanto all'omaggio al western italiano e al Django di Sergio Corbucci - che, per inciso, era più “presente” nella celeberrima “scena dell'orecchio” de Le iene, che qui. In effetti, se dovessimo esaurire il discorso unicamente nel citazionismo avremmo ben poco da dire: c'è chi, diligentemente, ha già fatto l'elenco puntuale dei rimandi, ma la sensazione che assale durante la visione è che questi elementi siano inevitabili cascami di una poetica che stavolta ha altro da dire. Almeno agli occhi di chi scrive, il film è meno teorico di altri realizzati dal regista, poco orientato al voler “rifare” e più spinto verso l'esigenza di raccontare qualcosa che sente proprio. Con un'urgenza che Tarantino non avvertiva dai tempi di Kill Bill.

D'altronde, se l'odissea della Sposa rifletteva la profonda stima che Tarantino prova per l'universo femminile, stavolta in ballo c'è, per l'appunto, quella cultura nera cui si sente vicino: è qualcosa di molto più forte del revisionismo di maniera che affliggeva Bastardi senza gloria. E' qualcosa che chiama in causa una sorta di liberazione (“unchained”) del regista stesso da una formula che già rischiava di ripiegare verso la maniera.

Pertanto, ciò che stupisce in prima battuta è la rabbia che emerge dal film, il furore sordo che Django trattiene nella prima parte della storia e che poi lascerà esplodere nel finale. Il tutto nel modo che non ti aspetti, se è vero che a intrattenere il pubblico e a deviare nettamente l'attenzione è il loquace dr. Schultz del sempre grande Christoph Waltz. Ed è interessante notare come il discorso caro a Tarantino si articoli proprio all'interno del perimetro descritto dai suoi attori feticcio.

Dall'altro versante della barricata, a ispessire e a rendere ancora più imprevedibile il viaggio che Tarantino offre allo spettatore, c'è infatti l'altrettanto fido Samuel L. Jackson, autentico “cattivo” del film, che pure si offre in secondo piano rispetto al più pirotecnico Calvin Candle di Leonardo Di Caprio. Il gioco, raffinato, è condotto sul rapporto di forza tra chi sta in primo piano, pur non incarnando appieno la virulenza della posta in gioco, e chi, da dietro le quinte, determina invece le svolte significative del racconto.

In questo senso, Tarantino crea un'opera al rovescio, sotto tutti i punti di vista: è un western americano (perché affronta uno dei drammi della Storia d'oltreoceano come la schiavitù) filtrato però da rimandi italiani; racconta una storia crudele, di sofferenze e privazioni, ma spesso si abbandona all'arma dell'ironia, chiamando in causa certe trovate degne di un La vita a volte è molto dura, vero Provvidenza? E riesce in questo modo a intrattenere un rapporto ambivalente anche con la possibile deriva manicheista che l'idea di un mondo diviso fra bianchi e neri potrebbe istintivamente suggerire.

Quando infatti vediamo il proprietario terriero razzista impersonato da Don Johnson, configurarsi come una macchietta dai risvolti estremamente patetici, capiamo che Tarantino sente talmente forte il cancro incarnato dal razzismo, da non concedere alcuna grandezza agli incappucciati e alle loro farneticazioni, riducendoli – anche a costo di determinare una brusca battuta d'arresto nel ritmo – a semplici pagliacci.

Ma, tolti questi orpelli, il film propone un ritratto sociale sfaccettato, dove non prevalgono le solidarietà delle “razze”: Schultz (bianco) aiuta Django (nero), il quale non si mostra solidale verso la “causa” (maltratta anzi gli altri neri con cui ha a che fare), ma agisce per vendicare un male che lo ha toccato da vicino privandolo della donna amata (altro rovesciamento rispetto al Django di Corbucci, che invece era già disilluso da questo versante). E a opporsi ci sono Candle (bianco) che trova il suo più grande alleato in un inserviente nero (Stephen), insensibile al richiamo della razza e fedele al suo padrone al punto da determinare totalmente le svolte del finale (con buona pace di chi si aspetta che magari il richiamo del sangue faccia capolino...). Tarantino ama “sporcarsi”, esattamente come fa il suo antieroe, e ci ricorda in questo modo come il western italiano che il progetto chiama nominalmente in causa fosse in fondo un genere di disillusioni, dove alla fin fine contavano le gesta dei singoli e non le dinamiche di massa (come invece avveniva in quello americano classico).

Pertanto, Tarantino trova la quadratura del suo discorso, e può lasciarsi andare al classico scontro finale, dove propone due fra le soluzioni più stranianti. La prima è il rifiuto del tipico duello, sostituito da una sparatoria ultrasplatter, modulata sui codici dei film di John Woo. Già, proprio il regista di A Better Tomorrow e The Killer, che, dopo essere stato tirato per la proverbiale giacca dal cinema americano per tutti gli anni Novanta, è oggi finito nel dimenticatorio. Il che ci riporta all'urgenza tarantiniana di muoversi su un territorio che sente proprio, al di là delle mode.

La seconda è l'uso “serio” della colonna sonora de Lo chiamavano Trinità: che in un colpo solo salda le atmosfere del western ironico con la serietà della missione del suo Django. E se non è un rovesciamento di prospettive questo...


Django Unchained
(id.)
Regia e sceneggiatura: Quentin Tarantino
Durata: 165'
Origine: Usa, 2012

giovedì 24 gennaio 2013

Django

Django

Dopo la guerra di secessione, il pistolero Django viaggia verso un paese fantasma, al confine tra Stati Uniti e Messico, trascinando una bara. Il luogo è diviso fra le truppe razziste e incappucciate, al soldo del maggiore Jackson, e i rivoluzionari messicani del generale Rodriguez. Incattivito dopo la morte della donna che amava e interessato soltanto a sparire lontano, Django elimina il grosso della banda di Jackson e mette poi la sua abilità di pistolero al servizio di Rodriguez, per rubare l'oro necessario a rifarsi una vita. Ma il gioco delle parti è spietato e l'unica luce in questo fosco scenario è rappresentata da Maria, la donna che forse potrebbe aprire nuovamente il suo cuore...


Con una copia ammessa nella collezione del Museo d'Arte Moderna di New York, vale a poco giocare la solita carta del progetto incompreso o misconosciuto, anche se effettivamente per vedere in italia Django, fino a qualche anno fa si era costretti a fare i proverbiali salti mortali. Ora che invece il nome è sulla bocca di tutti per l'omaggio di Quentin Tarantino, si può provare a tracciare un bilancio di quello che, a suo modo, rappresenta il vero prototipo del western italiano. Per quanto fondamentale e iconico, infatti, il capostipite Per un pugno di dollari rappresenta (come tutto il cinema di Sergio Leone) ancora una “variante d'autore”, che ha finito suo malgrado per fare storia a sé: è l'equivalente del cinema di Don Siegel rispetto al poliziesco tricolore, un modello irraggiungibile e quindi, inevitabilmente, altro.

Al contrario, Django si pone immediatamente come un perfetto epigono del modello leoniano, talmente riuscito da diventare non solo originale, ma anche ideale matrice per tanto cinema a venire: un'infarinatura anche lieve di western nostrani basterebbe a dimostrare come Corbucci sia nel mirino di tanti fra quelli che sono venuti dopo, che condividono con lui una maggiore affinità. Vero è che “l'altro Sergio” (così era definito Corbucci) è a tutti gli effetti un regista di valore, che nel western trova una sua dimensione tale da creare opere potenti, e non merita perciò di essere considerato soltanto un imitatore.

Lo scarto in fondo è tutto qui, quello che marca la distanza fra l'imitazione e l'originalità: perché, se prendiamo Django per ciò che racconta, il plagio di Per un pugno di dollari diventa lampante. Qui come lì c'è un pistolero solitario, che arriva in un villaggio dove spopolano due bande contrapposte, e gioca un po' con una, un po' con l'altra fino a uscirne unico vincitore. Anche l'uso iconico della mitragliatrice lo aveva già “inventato” Leone. La sceneggiatura è davvero poca cosa, come spesso accade nel cinema (sebbene poi piaccia tirarla sempre in ballo a sproposito). Quello che cambia e che definisce la sostanza del film è la tecnica, lo sguardo: l'invenzione stilistica, insomma, che rende l'epigono autonomo rispetto al prototipo.

E quando uso termini come “sguardo” o “invenzione” non mi riferisco a quelli elementi da sempre tirati in ballo fino alla nausea, come la violenza esasperata e il taglio più crudele. Che ci sono, beninteso, ma non si esauriscono nella loro mera esibizione, diventando anzi corollario di una visione coerente e compatta. E questo nonostante, poi, nelle interviste del caso tutti cerchino di attribuirsene una parte di merito, come a dire che il film nasce dal lavoro collettivo, mentre il buon Corbucci veniva sul set a girare dopo essersi alzato tardi. Sarà anche così, ma poi tutti questi elementi si saldano in un insieme che si relaziona perfettamente a una poetica d'autore già ben definita.

Il che ci porta a una sorprendente rivelazione: Django funziona perché è un film di pura regia, è Corbucci a renderlo vivo, a creare un'estetica potente nella sua ricercata vicinanza degli opposti: set scarni e fangosi, pochi personaggi, tutto ridotto quasi all'essenziale, ai pochi sguardi che gli attori si scambiano e che dicono più di tante parole. Il volto di Franco Nero o quello della bellissima Loredana Nusciak dicono già quanto serve dei rispettivi personaggi, che non a caso non sono approfonditi nelle loro psicologie. In questi aspetti si ritrova la presunta matrice “giapponese” del racconto, evidente anche nella menomazione finale dell'eroe: è improbabile che all'epoca Corbucci conoscesse eroi portatori di handicap alla Zatoichi (che negli stessi anni spopolava in Giappone), ma il paragone è comunque interessante a indicare come le corde dell'inconscio collettivo fossero le stesse fra Occidente e Oriente (e non a caso Django in Giappone è stato anche distribuito con successo...).

Dall'altro versante di questa estetica essenziale c'è la cifra esagerata, operistica, ma anche fumettistica, con i cappucci rossi, i corpi imbrattati dal sangue o dalla terra, l'orecchio tagliato e poi fatto persino ingoiare, la capacità soprannaturale dell'eroe di abbattere ogni nemico e l'iconografia potente della bara trascinata nel fango, a quanto pare ripresa proprio da un non meglio definito fumetto dell'epoca. L'aspetto che tutti ricordano, come lo stesso Corbucci era consapevole sarebbe avvenuto.

Il bello è che, come sempre, tutto questo permette al film di riverberare umori più alti, e di diventare cartina di tornasole di una disillusione che marca la distanza fra il western americano (solare e orientato alla palingenesi, al racconto epico della nascita di una nazione) e quello europeo, generalmente incattivito e “contro”, scettico circa le possibilità di cambiare il mondo. La storia non a caso propone un duello a distanza fra razzisti e rivoluzionari straccioni, interessati ugualmente al potere. E in mezzo un eroe cinico che punta sì al denaro, ma alla fine compie il suo percorso di redenzione che lo porterà ad amare di nuovo (e i rimandi cristologici non fanno altro che dare maggior linfa all'odissea del personaggio). Dovremo aspettare il John Carpenter delle due Fughe (da New York e da Los Angeles) per trovare un ritratto sociale altrettanto spietato e una maggiore consapevolezza teorica nell'uso dei simbolismi. Il che significa che già in questo caso i semi piantati sono quelli giusti!


Django
Regia: Sergio Corbucci
Sceneggiatura: Sergio Corbucci, Bruno Corbucci, Franco Rossetti, Josè G. Maesso, Piero Vivarelli
Origine: Italia/Spagna, 1966
Durata: 94'

martedì 22 gennaio 2013

Presentazione del libro su Godzilla

Presentazione del libro su Godzilla

Dopo l'uscita nelle librerie, la promozione del libro Godzilla il re dei mostri: Il sauro radioattivo di Honda e Tsuburaya entra nel vivo con la prima presentazione italiana al pubblico.

L'incontro si terrà sabato 2 febbraio alle ore 19:00 presso la libreria Dickens di Taranto, in via Medaglie d'Oro 129, uno dei luoghi storici della cultura cittadina.

Saremo presenti io e il coautore Andrea Gigante, mentre Massimo Causo (critico cinematografico, nonché coautore con me del libro su Halloween) sarà il moderatore dell'incontro.

Sarà l'occasione buona per una chiacchierata informale con i presenti, per raccontare i retroscena che hanno portato alla creazione del libro, per parlare degli obiettivi che il volume si prefigge e, perché no, per dare sfogo alla passione per il cinema nel suo complesso!

L'ingresso e libero, se siete in zona non mancate, altrimenti vale comunque l'augurio di buona lettura a tutti!



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martedì 1 gennaio 2013

Buon 2013!

Buon 2013!

Ognuno ha il suo film delle feste, da molto tempo il mio è Il mago di Oz, di Victor Fleming.


L'immagine di Dorothy con lo Spaventapasseri, l'Uomo di Latta e il Leone Codardo, però ha anche un altro significato: anticipa le due Oz-uscite che apriranno il 2013, ovvero la pubblicazione in DVD di Nel fantastico mondo di Oz (sequel disneyano uscito alla fine degli anni Ottanta) e l'arrivo nelle sale di Il grande e potente Oz, prequel del classico di Victor Fleming diretto dal grande Sam Raimi.

Un modo poetico e pieno di meraviglia per iniziare il nuovo anno: tanti auguri a tutti!