"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

mercoledì 19 novembre 2008

Torino 2008

Torino 2008

Non è facile mettere in ordine i pensieri riguardo al Torino Film Festival. Da un lato c’è il ricordo di quello che, fino a pochi anni fa, era il più bel festival d’Italia, fautore di una visione artistica e critica all’insegna della mescolanza totale dei generi e dei formati, senza classificazioni tra “alto” e “basso” e fra “autori” e “industria”, che non a caso era definito – e rivendicava di esserlo – un festival “scanzonato”. E questo tanti anni prima di Venezia e delle sue (diversamente significative) retrospettive “nocturne”.

Poi arrivò la tempesta, sotto forma di una pesante riorganizzazione che ha visto il festival diventare parte di quel più grande progetto che mira a fare di Torino un polo culturale e produttivo alternativo a Roma, con la sua attivissima Film Commission e il Museo del Cinema. E il festival ha smesso gli abiti “alternativi” e ha indossato giacca e cravatta per dare forma a un appuntamento più istituzionale. Al vertice della piramide, come personaggio carismatico in grado di fare da garante della nuova identità è stato posto Nanni Moretti, figura simbolo di una cinefilia rigorosa, ma allo stesso tempo controversa e conservatrice, contrassegnata anche dal disprezzo per alcuni generi che del festival di Torino hanno paradossalmente fatto la storia (primo fra tutti l’horror).

L’edizione 2008 sulla carta si preannuncia in ogni caso degna di nota. Lasciamo pure da parte le cifre che, giustamente, i selezionatori sbandierano con tanto orgoglio, le prime visioni dei registi più blasonati e tentiamo di navigare a vista in un programma davvero corposo: la prima cosa che salta all’occhio è l’ottima qualità delle retrospettive, che permettono di esplorare le carriere di due autentici maestri come Jean-Pierre Melville e Roman Polanski. A questi si affianca l’omaggio alla British Reneissance degli anni Ottanta e Novanta (quella di autori come Ken Loach e Stephen Frears).

Quindi la sezione sperimentale “La Zona”, curata con competenza e passione dall’amico e collega Massimo Causo con gli omaggi dedicati a Stephen Dwoskin, Ken Jacobs e al maestro giapponese Kohei Oguri, punta di diamante di un’offerta ricercata e potenzialmente molto interessante.

Da segnalare anche, nella sezione “Italiana.Doc” i nuovi lavori di Mauro Santini, Paolo De Falco e Daniele Gaglianone, fra gli sguardi più curiosi e vitali del cinema italiano alternativo, sempre in cerca di stimoli sui quali sperimentare interessanti soluzioni visive e narrative in grado di far trasparire la traccia delle emozioni (quelle che in fondo sempre chiediamo nel buio della sala).

E poi ancora gli “Eventi Speciali” e l’interessante spazio “L’amore degli inizi”, dedicato agli esordi di autori come Peter Del Monte, Claudio Caligari, Giuseppe Bertolucci.

Tutto questo senza dimenticare, ovviamente, la sempre presente speranza di nuove folgorazioni: i presupposti sono quindi buoni per lasciare da parte le perplessità e intraprendere l’avventura con curiosità e soddisfazione, sperando che il Torino Film Festival si confermi come un appuntamento degno di nota, al di là dei paragoni con il suo ingombrante passato.

L'appuntamento sotto la Mole è dal 21 al 29 novembre.

Il sito del Torino Film Festival

mercoledì 12 novembre 2008

Las Horas Muertas

Las Horas Muertas

Due coppie in un camper sono ferme ai confini di una statale immersa nel deserto: un cecchino li prende di mira trasformando la vacanza in un incubo.

Quattro protagonisti. Il deserto. Unica possibile via di fuga, come una ferita a squarciare la monotonia del paesaggio una strada, attraversata quasi esclusivamente da camion. In mezzo al tutto e al nulla. E poi un cecchino, che prende di mira i ragazzi.

Basta davvero poco a Haritz Zubillaga per dare forma a un’idea tanto semplice quanto precisa, che pesca da modelli consolidati con la sicurezza di chi sa quel che vuole e lo persegue con convinzione, regalando ai tredici minuto di girato un impatto stilisticamente maturo e narrativamente teso.

Las Horas Muertas (anche noto come Killing Time) diventa così la cronaca di un disfacimento sociale già in atto: non sappiamo nulla dei protagonisti, i nomi dei loro interpreti compaiono come pallottole caricate in canna su fondo nero nella breve sequenza dei titoli di testa e tanto ci deve bastare. Ma è subito evidente come i quattro siano immersi in una convivenza di cui farebbero volentieri a meno, dove dominano gli egoismi delle parti, elementi di uno schema ridotto alle componenti essenziali e virato tragicamente al nero. La presenza del cecchino appare quindi come la materializzazione di quell’oscuro sentire che già attanaglia gli animi e non ha per questo bisogno di motivazione: può essere il suo un gioco perverso o una sorta di punizione per un mondo che deve costantemente imparare a convivere con l’orrore perché non ha possibilità di concepire altro.

Non a caso in questo microcosmo fatto di terra (quella brulla e pietrosa del deserto), aria (quella del cielo che sovrasta tutto e sembra non conoscere orizzonte), fuoco (quello che brucia le carni) e tempo (il poco concesso dalle implacabili pallottole del cecchino) quello che manca è proprio l’elemento vivificatore per eccellenza, l’acqua, mentre il suo unico surrogato, la birra, è il primo bersaglio delle mortali pallottole.

E si procede così, inesorabilmente, in un puro meccanismo di tensione che Zubillaga conduce stringendo sui volti e curando particolarmente i dettagli, dando significato a ogni gesto e a ogni pulsione, come il desiderio che Samuel prova per Ana, la più spregiudicata (e sensuale) del gruppo: nell’attimo del maggiore pericolo, quindi, è ancora l’istinto di parte a reclamare la sua centralità, secondo l’ottica dell’assurdo cara all’intera pellicola. Il tutto è poi immerso in una fotografia dai colori saturi, che rimanda tanto agli archetipi dell’horror anni Settanta (lo scenario è praticamente lo stesso de Le colline hanno gli occhi) quanto a quello del western, in particolare di quello italiano per l’insistente fischiettare del killer, che contrappunta le azioni e costituisce la ficcante colonna sonora del film.

Il sonoro è d’altronde l’altro importante elemento che Zubillaga cura con particolare dedizione, dando forma a una cacofonia di rumori che vanno dal costante sibilo delle pallottole al rombo dei camion in marcia sulla statale; e poi il montaggio, che permette al film di vantare una tempistica molto precisa, con sprazzi di orrore che fanno improvviso capolino nei momenti di apparente calma, mentre le traiettorie descritte dai proiettili forniscono nuove possibili vie di fuga a protagonisti/cavie osservati beffardamente nei loro vani tentativi di salvare la propria vita.

Il tutto inesorabilmente conduce alla normalizzazione dell’orrore, alla presa coscienza di un’esistenza in trincea che sembra rinfacciare all’uomo moderno e alla sua sicurezza, tracotante eppure fragile, la propria misera condizione di forzata prigionia all’interno di un alveo sempre più oscuro e decadente, che permette infine al film di sfociare senza remora nell’horror. Ma stavolta non ci sarà il Boris Karloff del bellissimo Bersagli a fermare romanticamente il mostro.

Las Horas Muertas è pertanto un’opera che lavora sulle percezioni e sul capovolgimento della realtà, sulla confusione dei sensi che non riescono a definire più lo spazio nel quale ci si muove e che giustifica le domande lasciate senza risposta, le motivazioni inespresse e la situazione di perenne incertezza sul quale l’assunto parte, si muove e infine giunge.

Premiato (meritatamente) con l’Anello d’Argento per il miglior cortometraggio al Ravenna Nightmare Film Fest 2008.

Las Horas Muertas
Regia e sceneggiatura: Haritz Zubillaga
Origine: Spagna, 2007
Durata: 13’

Las Horas Muertas su Vimeo
Sito della produzione Basque Film

lunedì 10 novembre 2008

Hush

Hush
 
Due ragazzi, Zakes e Beth, viaggiano in auto lungo una statale sferzata da una pioggia torrenziale: lui deve fermarsi a ogni stazione di servizio per affiggere alcuni manifesti pubblicitari e il rapporto fra i due è segnato da continui litigi. D’un tratto Zakes sembra intravedere, nel rimorchio di un camion che lo precede lungo la strada, una ragazza urlante. Dopo aver chiamato la polizia ed essersi fermato alla successiva stazione di servizio, il ragazzo ha un ennesimo litigio con la compagna e i due si separano. Ma quando Zakes torna indietro per recuperarla, Beth è sparita e gli indizi lasciano pensare che sia stata rapita dall’autista del misterioso camion. E’ l’inizio di una notte di tensione!

Opera d’esordio di Mark Tonderai, già attore e dj per la BBC Radio1, che qui si cimenta nel doppio ruolo di sceneggiatore e regista, affidando poi interamente la narrazione all’interprete William Ash, che riesce a districarsi bene fra le varie situazioni offerte dal copione, regalandoci un bell’esempio di performance fisica, totalmente immersa nella vicenda. In effetti che Hush, a dispetto del titolo sia un film ossessivo è indubbio, nonostante l’assunto da road-movie porti l’azione a spaziare parecchio. Anzi, parte dell’interesse del film sta proprio nella dialettica che mette in scena fra spazi claustrofobici (il rimorchio del camion, i bagni pubblici, gli abitacoli, le abitazioni) e la vastità degli spazi nei quali protagonisti e macchine si muovono (la statale, i campi, le case immerse nel nulla). D’altronde il film racconta dichiaratamente di un difficile incontro di mondi nel momento in cui eleva la particolare situazione thriller ad archetipo del conflitto tra due innamorati: il rapimento con conseguente avventura per ritrovare l’amata diventa infatti per Zakes un momento di espiazione delle proprie mancanze in quanto compagno spesso assente e superficiale; e, va da sé, la perdita assume anche valore in quanto momento qualificante per comprendere l’importanza di chi non è più vicino. 

Temi senz’altro semplici, ma che il film manovra con convinzione, non preoccupandosi di essere a ogni costo originale: d’altronde la struttura è puramente di genere, con tutto ciò che ne consegue in termini di esemplificazioni e ingenuità. Il protagonista quindi corre, ansima, si ferisce, si nasconde, spesso sbaglia, è avventato e stimola in questo modo l’attenzione dello spettatore che secondo un meccanismo tipico del thriller, passa dall’identificazione per il dramma alla posizione critica di chi teme per il destino che un singolo errore può determinare.

Quel che poi resta è ancora una volta lavoro di regia: praticamente tutto il film è girato con la macchina a mano, secondo lo stile più recente, tipico non del Real-movie (il film non è certo in soggettiva, ma adotta un punto di vista tradizionale), ma di quella espressività propria di chi si vuole immergere nell’azione per comunicare l’urgenza del momento. In questo senso la “sporcizia” dell’inquadratura “mossa” scontorna i luoghi dell’azione regalando una qualità espressionista che impedisce allo spettatore il conforto della chiarezza dei fatti. La stessa visione della donna prigioniera nel retro del camion è quasi una fulminea visione, un flash, del quale è pure lecito dubitare, potrebbe in fondo essere soltanto un sintomo del nervosismo e della stanchezza che affligge un protagonista collerico e frustrato per la crisi in atto nel suo rapporto di coppia. E il successivo tour-de-force impedisce di pensarci troppo delegando tutto al finale risolutore.

In questo modo Tonderai riesce a conferire al film una qualità espressionista, complice anche un bel lavoro con il direttore della fotografia Philipp Blaubach, che satura i colori al punto giusto, creando un impasto di tinte, fra il nero della strada, il blu delle carrozzerie, i gialli e i rossi delle varie luci che compaiono sulla statale. Anche questo in fondo contribuisce a confondere le percezioni regalando a una vicenda ben codificata un look non banale e vagamente visionario.

Ne viene fuori un puro meccanismo della tensione, fatto di sentimenti forti e traiettorie in continuo rinnovamento, che si articola attraverso una narrazione tesa e stringata, capace di esaurire completamente il suo scopo nei canonici 90 minuti di durata, omaggiando anche classici come Duel o il mai troppo lodato The Hitcher, ed evitando per fortuna la facile lusinga di creare il classico villain da B-movie (nonostante il killer si comporti proprio come un boogeyman senza volto, con il suo agire calmo e apparentemente distaccato). Piccoli grandi meriti che permettono ad Hush di ritagliarsi un giusto spazio nel panorama già abbastanza ricco delle proposte d’oltremanica.

Il film è stato presentato al Ravenna Nightmare Film Fest 2008 e al momento non si hanno notizie di una possibile distribuzione italiana.

UPDATE: distribuito in Italia attraverso il solo circuito dell'home video il 24 Gennaio 2013, con il titolo Panico - Hush.


Hush
Regia e sceneggiatura: Mark Tonderai
Origine: Uk, 2008
Durata: 90’

giovedì 30 ottobre 2008

This is Halloween

This is Halloween

Anche l’Italia da qualche anno festeggia la ricorrenza di Halloween: lo fa con il piglio di chi a tratti si sente un po’ colonizzato dalla “festa americana” (sebbene l’origine sia nord-europea e poggi su una rete di usanze e culti pagani rintracciabili anche nel folklore di molte comunità nostrane), ma anche con l’entusiasmo fanciullesco di chi può vivere tutta l’atmosfera liberatoria e folle di un giorno capace di esorcizzare antiche paure e offrire un’occasione di divertimento collettivo.
In fin dei conti è ancora una volta un modo per celebrare un immaginario, che porta con sé il suo corollario di usanze e riti, che vanno da quello più diffuso del “dolcetto o scherzetto” a quello maggiormente faceto delle rassegne di film horror tra amici per una nottata nel segno del “gioco della paura”.
Se quindi, come il sottoscritto che da piccolo guardava con grande trasporto emotivo (e un pizzico d’invidia) i servizi televisivi sulla parata in maschera di New York, sapete vivere la notte del 31 ottobre con il giusto spirito, a voi vanno gli auguri per questa festa così poco istituzionale ma unica nel suo genere.
Buon Halloween!

lunedì 27 ottobre 2008

Lucca 2008

Lucca 2008

L’altro grande appuntamento di fine ottobre è da tempo quello che vede gli appassionati di fumetti, animazione e videogames chiamati “a raccolta” per la Fiera di Lucca, città ormai deputata a vera e propria capitale italiana per questi settori dell’industria dell’entertainment.

E dopo anni di rodata esperienza (nonostante i pessimi collegamenti della città e le strutture alberghiere insufficienti a contenere la mole di appassionati che si riversano in loco) Lucca Comics & Games ha assunto una grandiosità tale da immergere, per i pochi giorni della sua durata, l’intera comunità nell’evento: in effetti, l’aspetto più bello della Fiera è quel suo svolgersi non in un anonimo padiglione periferico (come spesso avviene con questi eventi), ma – da un paio d’anni almeno – nel cuore stesso del centro storico, con gli stand incastonati fra gli angoli delle piazze, a costituire un percorso i cui punti d’unione sono i sempre più variopinti cosplayer (gli appassionati “mascherati” da personaggi dei fumetti o dei cartoni animati) che attraversano ogni via in una sorta di carnevale d’autunno (e quindi il fatto di incrociare anche la festività di Halloween non è una scelta peregrina, tutt’altro!).

Quest’anno la macchina si rimette in moto con un manifesto firmato dal grande Leo "Rat-Man" Ortolani che focalizza già l’attenzione su uno dei temi portanti della Fiera, ovvero i 30 anni di Goldrake in Italia, con una serie di eventi che vedranno coinvolte varie realtà.

La Marvel (e con lei la Panini, licenziataria del marchio per il nostro paese) dal canto suo risponde con un super-super-ospite quale John Romita Jr., storico disegnatore di albi memorabili dell’Uomo Ragno e di Devil, che festeggia anche lui il trentennale della sua grande carriera e che quindi firmerà autografi e presenzierà all’uscita di un volume a lui dedicato (e per fortuna non troppo costoso, siamo sui soliti 12 euro delle pubblicazioni da libreria “made in Panini”).

E poi tanti altri appuntamenti offerti dai più svariati editori del settore (che in ordine alfabetico vanno dalla “B” di Bonelli, alla “Z” di Zannablù), ospiti prestigiosi che travalicano le categorizzazioni (Giorgio Faletti, Carlo Lucarelli, Dario Argento) e il consueto spazio dedicato ai concerti, che vedrà quest’anno, fra gli altri, ospiti Vito Tommaso, Cristina D’Avena e gli ormai veterani Superobots.

Insomma, dal 30 ottobre al 2 novembre ci sarà da divertirsi!

Il sito ufficiale di Lucca Comics and Games

domenica 26 ottobre 2008

Ravenna 2008

Ravenna 2008

Ha cambiato date già da un anno e nel 2007 aveva fatto tremare i suoi fedelissimi non per la ferocia delle immagini che abitualmente scorrono sullo schermo del multiplex CinemaCity, ma per una contrazione eccessiva del programma, che sembrava presagire un brusco ridimensionamento; e invece quest’anno il Ravenna Nightmare Film Fest si ripresenta in buona forma, con un’offerta di titoli assolutamente degna di rispetto e in grado di ricordarci che si tratta pur sempre dell’appuntamento più importante che abbiamo in Italia riguardo al cinema horror (quello mainstream perlomeno). Uno spazio utile per monitorare le tendenze in atto nel mercato del genere, intrecciandole magari con le lezioni fornite dal fecondo passato.

Stavolta i due eventi sono rappresentati rispettivamente dall’anteprima di Frontières di Xavier Gens (dal 9 novembre nelle sale italiane), nuovo esponente della generazione dello splatter francese, e, soprattutto, il ritorno del cult-director Frank Henenlotter che dopo i deliri anni Ottanta di Basket Case e Brain Damage stavolta ci riprova con il nuovissimo Bad Biology.

Non per fare i nostalgici a tutti i costi, ma da queste parti forse l’appuntamento più atteso è poi la rassegna “Animal Attack”, dedicata ai classici del cinema “bestiale” riproposto in copie vintage 16 mm! Come resistere a uno spazio che promette di far rivivere su grande schermo le imprese dell’originale King Kong, delle formiche di Assalto alla Terra, che promette di sedurre il pubblico con Il bacio della pantera e vuole celebrare la gloria del grande Maestro della Science Fiction Jack Arnold con capolavori quali Tarantula e Radiazioni BX: distruzione uomo? Semplicemente non si può e quindi meglio immergersi nelle proiezioni in notturna in grado di collegare passato e presente nell’arco che dall’ottobre passa al novembre, incrociando la data simbolica del 31 con la festa di Halloween!

Si parte quindi domani, lunedì 28 e si chiude l’1 novembre: per chi ci sarà come sempre l’appuntamento è in sala.

Il sito del Ravenna Nightmare Film Fest

giovedì 23 ottobre 2008

Remington Steele

Remington Steele

Solitamente, quando si pensa agli anni Ottanta, l’immaginario che subito balza in mente è quello barocco e fracassone, che tende spesso a sconfinare nel kitsch, tipico soprattutto della seconda metà del decennio. Si tende pertanto a dimenticare invece quell’interessante momento di passaggio che ha visto nuove generazioni di autori confrontarsi in maniera feconda e interessante con i codici espressivi e narrativi del cinema classico per adeguare gli stessi al gusto delle nuove generazioni, dando vita a prodotti vitali e intelligenti.

La serie tv Remington Steele è uno degli esempi più puri di questi prodotti “di mezzo”, capace quindi di riverberare la forza dei modelli dai quali attinge a piene mani, risultando però non parassitario, ma anzi intrigante e ancora oggi abbastanza godibile. Trasmessa inizialmente dalla tv italiana con lo strano titolo Mai dire sì, la serie in questione è stata prodotta da MTM Enterprise per il network NBC ed è andata in onda (in America) dal 1982 al 1987 articolandosi in cinque stagioni per un totale di 94 episodi. Protagonisti indiscussi erano un ancor giovane e semisconosciuto Pierce Brosnan e la brava (sebbene poco fortunata) Stephanie Zimbalist.

La storia si incentra sulla giovane e capace detective privata Laura Holt che, dopo aver constatato la diffidenza dei clienti a fidarsi di un’investigatrice donna, si inventa un immaginario principale, Remington Steele appunto, al quale intesta la sua agenzia. Un giorno, però, un raffinato ladruncolo irrompe nella sua vita assumendo l’identità di Remington Steele e affiancando Laura nelle sue quotidiane avventure.

A un livello primario Remington Steele è una serie giallo-rosa che sfrutta l’elemento thriller come supporto per la componente comedy fornita dai continui battibecchi tra i due protagonisti: Laura infatti sopporta a fatica l’inganno del quale si è resa involontaria complice con l’arrivo del suo falso “principale” (del quale non si saprà mai il vero nome), è chiaramente la più capace del duo e deve da un lato portare avanti l’attività, dall’altro vigilare perché l’impostore non comprometta la rispettabilità della ditta a causa della sua inesperienza di investigatore. Il che inevitabilmente dà vita a una serie di divertenti equivoci che si sposano più in generale con una riflessione sui ruoli dei due personaggi e sul rapporto tra i sessi in una società che non ha ancora permesso alle donne la piena emancipazione e, anzi, continua a perseguire un’ideale divisione dei compiti. Materiale perfetto per una screwball comedy di impianto classico, genere dal quale la serie attinge in maniera precisa con dialoghi veloci e frizzanti, in grado di conferire brio a una serie basata più sul confronto verbale che sugli eventi. Steele e Laura, insomma, possono essere visti come una sorta di versione moderna di Nick e Nora Charles, i protagonisti della splendida saga de L’uomo ombra o delle classiche coppie alla Katherine Hepburn/Cary Grant, anche se aggiungono una dose di chimica sessuale in più, grazie al carisma e al fascino dei due interpreti, in grado di conferire un sapore più moderno al prodotto. Quello tra Steele e Laura, in fondo, è nient’altro che un lungo corteggiamento fra due personaggi dal carattere opposto, destinato a trascinarsi per tutta la durata della serie.

Tutto questo permette a Remington Steele di fare il paio con un altro importante telefilm degli anni Ottanta come Moonlighting, interpretato da Cybill Sheperd e Bruce Willis (e creato dallo stesso produttore, Glenn Gordon Caron).

L’elemento nuovo è fornito dall’inserimento, in questo schema per l’appunto classico, dell’elemento finzionale: in un nuovo mondo che bada molto all’apparenza più che alla sostanza, quindi, la rappresentazione diviene uno strumento capitale per potersi muovere tra le pieghe del reale e perseguire i propri scopi. L’idea è sfruttata sia a livello squisitamente narrativo, per generare continui equivoci, sia teorico, attraverso un gioco di rispecchiamenti con una serie di modelli che Steele rievoca esplicitamente. Il personaggio è infatti un fervente cinefilo che si rapporta ai casi attraverso quanto ha imparato dai film che ha visto durante la sua vita (dei quali sistematicamente cita gli elementi con la classica formula cinefila americana della quale si è scritto nell’articolo sulla Warner). E l’aspetto più interessante sta nel fatto che quasi sempre questi “insegnamenti” si rivelano utili e corretti, perfettamente adattabili alle situazioni generate dal meccanismo giallo: è chiaro dunque come si sia all’interno di uno schema che non cerca i suoi referenti nel mondo reale, ma è perfettamente conchiuso in un percorso referenziale e citazionista, che ci dice della natura postomoderna del serial, dove l’apparenza è sostanza e la consapevolezza del proprio agire in rapporto a un modello preesistente è evidente.

Remington Steele diventa quindi un puro gioco cinefilo che viene ingaggiato con lo spettatore consenziente (meglio se conoscitore dei film di volta in volta chiamati in causa) fornendo nuove prospettive su scene e meccanismi già noti, con un esito brillante e ricercato.

Ciò permette al telefilm di superare anche alcuni difetti tipici del prodotto seriale anni Ottanta, quali l’estrema povertà di una regia basata in prevalenza su primi piani, e una fotografia piatta (in antitesi a quanto invece avviene oggi, in maniera anche smodata), cui i produttori cercano comunque di ovviare attraverso una varietà di situazioni e di luoghi che portano le stagioni finali ad essere parzialmente ambientate anche in Europa e in location lontane da quelle tradizionali del giallo o della commedia sofisticata. Entrano dunque in ballo rivali in amore per Steele, come il personaggio dell’avventuriero interpretato da Jack Scalia (secondo un modello tipico dell’eroe anni Ottanta alla Indiana Jones o Jack Colton – il personaggio di Michael Douglas in All’inseguimento della pietra verde), fatto che dimostra anche la capacità del format di assorbire gli stimoli offerti dall’immaginario contemporaneo.

Pagina di Mai dire sì su Wikipedia
Remington Steele Fan Page (in inglese)
Lista dei film citati nel serial
Sito ufficiale di Pierce Brosnan
Sito ufficiale di Stephanie Zimbalist