"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

giovedì 1 maggio 2008

Sotto le bombe

Libano 2006. Dopo 33 giorni di bombardamenti da parte dell’esercito israeliano è entrato in vigore un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU. Zeina, da Dubai torna dunque nel suo paese natale per ritrovare il figlio Karim, che vive in un villaggio del Sud. Arrivata a Beirut cerca un passaggio, ma nessuno ha il coraggio di intraprendere un viaggio che si preannuncia costellato di pericoli. Alla fine è Tony, autista di taxi, ad accompagnarla: l’uomo è cristiano, mentre Zeina è sciita. Il viaggio alla ricerca di Karim diventa per i due un’occasione di confronto fra realtà differenti, sullo sfondo di un paese devastato dalla guerra.

Ancora un atto di fede nel cinema, ancora una folgorazione nel buio della sala. E’ quella che ci fa provare Philippe Aractingi con questo suo film, inseguito con pervicacia e con notevole rischio personale: Sotto le bombe nasce infatti come risposta alla distruzione portata dal conflitto israelo-libanese dell’estate 2006, come tentativo non soltanto di testimoniare il dolore del e per il paese sventrato dai bombardamenti, ma anche come atto creativo che si oppone allo smantellamento della realtà in atto. Un cinema capace dunque di fondere l’impegno alla passione e allo slancio artistico: ed è un cinema che si materializza in seguito a un urgenza, che non perde tempo e che vede Aractingi impegnato con una scarna troupe e pochi attori professionisti (il resto lo faranno le persone reali, che in quel momento soffrono e tentano di sopravvivere nella caotica situazione bellica) nei giorni stessi del bombardamento, per filmare le prime scene. Il resto è venuto dopo, quando il cessate il fuoco ha permesso di dare il via alla seconda fase delle riprese, quando si è potuto organizzare la storia e permettere alla toccante vicenda di Zeina di diventare cinema.

La componente documentaristica si è quindi fusa a quella di fiction, testimoniando il doppio registro sul quale il film viaggia continuamente, quello dello sguardo empatico sulla realtà, ma anche quello artistico, che attraverso la finzione cerca di guidare lo spettatore in un percorso umano di rara sensibilità, emozionante e capace di elaborare il dolore producendo un risultato vitale. D’altronde lo stesso Aractingi è un personaggio molto singolare in questo senso, ha un passato da documentarista, ma si è poi distinto con un musical, Bosta (inedito in Italia), che è risultato un enorme successo commerciale ed è stato candidato ai Premi Oscar 2006, e ne ha testimoniato la personalità eclettica e in grado di unire le influenze più disparate.

Sotto le bombe è in questo senso un film composito, dove non a caso l’intera progressione è attraversata da sentimenti difformi: ci sono momenti leggeri, dove il sorriso arriva a stemperare la drammaticità della situazione, e altri invece molto duri, e tutto si riassume nel paesaggio, che è il vero terzo personaggio dell’azione. Uno spazio di rara bellezza come è quello del Paese dei Cedri, che la macchina da presa accarezza con intensità e partecipazione, rendendo tutti noi partecipi dei colori e dei sapori di una terra che non merita il martirio cui è sottoposta. Uno spazio, perciò, anche ferito, costellato di macerie la cui miseria contrasta drammaticamente con i colori caldi della terra e dei paesaggi illuminati dal sole.

L’opposizione molto forte tra vita e morte, solarità e macerie, si riflette ovviamente anche nella dicotomia esistente tra Zeina e Tony: non soltanto per la diversa estrazione culturale e religiosa che rende i due personaggi opposti, ma anche per l’evidente differenza di ceto, lei ricca, ben vestita e affascinante, lui proletario e impacciato. Lo sguardo di Aractingi non giudica, ma cerca le occasioni perché i due possano imparare a conoscersi, siamo capaci di apprezzarsi per la rispettiva carica umana, possano comprendere i rispettivi dolori e le difficoltà che hanno attraversato nel corso della loro vita. L’esperienza comune diventa per questo qualificante e ogni piccolo arco narrativo assume un significato preciso nell’insieme, permettendo al rapporto di perdere la sua caratura opportunistica e merceologica: la ricerca di Karim, quindi, diventa ben presto per entrambi una necessità umana, che li vede uniti dopo che lui aveva inizialmente accettato di attraversare il paese soltanto dietro la promessa di un lauto compenso.

Allo stesso tempo, però, Aractingi è attento a non cadere nelle facili trappole del sentimentalismo spicciolo e un po’ ruffiano, ma lavora anzi sui dettagli, sui piccoli gesti e le situazioni, non esplicitando mai quanto si va sviluppando fra i due viaggiatori, dribblando il facile approdo amoroso e raccontando invece di una solidarietà umana: possiamo vederla come un’amicizia, un affetto, ma ciò che conta è la progressiva comunanza di vedute che permette ai due di superare gli ostacoli frapposti dalla società, dal ceto e dalla formazione religiosa per aprirsi a un universalismo molto forte, che costituisce il messaggio di speranza del film.

Aractingi non emette giudizi politici o storici sulle responsabilità delle fazioni in lotta, non ci parla di Israele o degli Hezbollah, poiché non è interessato ad accusare, quanto a cercare un punto di fuga che permetta al suo film di ambire a un universalismo che lo renda adatto a ogni situazione di sofferenza, empaticamente vicino a ogni persona che soffre ed è privata del diritto alla propria felicità. La scelta è ambiziosa, ma condotta con sincerità ed è sostenuta dalle eccellenti prove d’attore di Nada Abou Farhat, che regala a Zeina una bellezza e una intensità che è quella delle persone autentiche, lacerate da un dolore profondo, e di Georges Khabbaz, noto attore comico mediorientale, definito da Fabio Ferzetti una sorta di “Benigni arabo”, che è un Tony stralunato e tenero, mai sopra le righe.

Per trutto questo Sotto le bombe scalda il cuore e affascina nella sua progressione che, a dispetto delle sopraccitate difficoltà con cui è stato realizzato, si rivela molto agile, gratificata da un buon ritmo che non disperde mai la forza dei singoli eventi, ma conferisce al tutto una encomiabile compattezza, dispiegando l’intero arco emotivo prediletto dalla storia con garbo ed efficacia. E per questo riesce nella mirabile sintesi di commuovere e divertire.

Accolto da un lunghissimo applauso alla proiezione pubblica delle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia 2007, Sotto le bombe è un grido contro ogni ingiustizia, una delle più belle sorprese delle ultime stagioni cinematografiche.

Sotto le bombe
(Sous les bombes)
Regia: Philippe Aractingi
Sceneggiatura: Philippe Aractingi e Michel Léviant
Origine: Francia/UK/Libano, 2007
Durata: 98’

Intervista a Philippe Aractingi
Sito ufficiale del film (in francese e inglese)
Il conflitto israelo-libanese del 2006

martedì 29 aprile 2008

Destra/Sinistra

Per i casi di cui è costellata la vita, la recente tornata elettorale si è intrecciata con la personale riscoperta di due opere che hanno sintetizzato e analizzato molto bene il tutto: la visione di un film, Un eroe borghese, di Michele Placido, e il ricordo di questa bella canzone di Giorgio Gaber, realizzata nel 2001 e inclusa nell’album “La mia generazione ha perso”, a sua volta tratto dall’omonimo spettacolo teatrale scritto dallo stesso Gaber in collaborazione con il pittore Sandro Luporini.

Un brano ironico e dissacrante, che tenta una divertita analisi sul valore delle definizioni in un mondo afflitto da cronica partigianeria e che per questo non è capace di focalizzare l’attenzione sulla realtà, preferendo astrarsi in categorizzazioni abbastanza fini a se stesse. Il che spiana inevitabilmente la strada al qualunquismo e alla decontestualizzazione delle cose, creando il vuoto culturale che affligge la società odierna. Perché ciò che interessa a Gaber non è l’appianamento degli opposti, è l’esaltazione delle parole in quanto concetti capaci di veicolare senso.

Di persone come lui, in questi anni, si sente sempre più il bisogno.


Pagina di Wikipedia su Giorgio Gaber
Intervista a Giorgio Gaber
Sito su Giorgio Gaber
Sito dell’associazione culturale Giorgio Gaber

mercoledì 23 aprile 2008

Napoli Comicon 2008

Si sono da poco chiuse le giornate del festival di Lecce e già una nuova importante manifestazione è all’orizzonte: partirà infatti domani, 24 aprile, il Napoli Comicon, che quest’anno tocca l’importante traguardo della decima edizione e per l’occasione “espande” la sua durata fino a quattro giorni, invece dei consueti tre.

Dieci anni di attenzione al fumetto e all’animazione internazionali nella suggestiva cornice del Castel Sant’Elmo per una manifestazione che è cresciuta nel tempo ed è reduce dal notevole bagno di folla dello scorso anno, quando ospite d’onore era Go Nagai (e fra i tanti ricordi dell’evento merita di essere impresso a fuoco nella mente almeno l’incontro fra il creatore di Mazinga e il maestro francese Jean Giraud, in arte Moebius).

Per questo nuovo appuntamento il Comicon sceglie come colore dominante il rosso (in apertura potete vedere l’illustrazione ufficiale creata da Lorenzo Mattotti) e propone una serie di interessanti iniziative che vanno dalla presentazione di opere animate e cartacee attraverso proiezioni ed esposizioni, il consueto florilegio di stand per la gioia dei collezionisti spendaccioni e la chiassosa gara dei Cosplay nella giornata conclusiva di domenica 27 aprile. Fra gli ospiti previsti, senza far torto a nessuno, segnaliamo almeno il grandissimo Dave McKean, celebre autore di fumetti capolavoro come “Batman Arkham Asylum”, nonché regista cinematografico dell’ottimo fantasy Mirror Mask (che verrà mostrato al Comicon dopo l’anteprima alla Festa di Roma 2006), sul quale torneremo certamente in futuro. Per la lista completa di tutti gli eventi e degli ospiti consultate comunque il sito ufficiale linkato in basso.

Il nido dunque rimarrà ancora per qualche giorno vuoto, dalla prossima settimana invece gli aggiornamenti riprenderanno con una nuova regolarità.

Sito ufficiale Napoli Comicon

martedì 22 aprile 2008

The Banishment

Alex torna nella casa dove aveva trascorso l’infanzia insieme ai genitori, e con lui ci sono la moglie Vera e i due figli. La breve vacanza nella casa situata nella sperduta campagna, diventa per l’uomo l’inizio di un vero e proprio calvario quando la donna gli confessa di aspettare un figlio non suo. Dopo una iniziale ira, cui segue un periodo di silenzio e di indecisione, Alex decide di far abortire la moglie con l’aiuto del fratello Mark. La scelta avrà però conseguenze incalcolabili, che verranno aggravate dalla scoperta della verità sul bimbo non voluto.

Tra le migliori visioni dell’ultimo Festival del Cinema europeo di Lecce spicca questo The Banishment (già passato in anteprima alla 60ma edizione del Festival di Cannes), film che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Andrei Zvyagintsev, che nel 2003 aveva vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo primo lungometraggio, Il ritorno. Il rapporto con la Storia e con il tempo è al centro di questa cupa storia, e si estrinseca sia in una ricerca formale che non nasconde i propri modelli (in primis il cinema di Andrei Tarkovskij) sia in una riflessione più ampia sul ruolo dell’uomo all’interno di uno spazio che riconosce il proprio passato, ma nel mettere in crisi il presente denuncia una mancanza di futuro. 

Il ritorno di Alex nella casa di famiglia diventa infatti per l’uomo un’occasione di confronto sia con ciò che i suoi genitori avevano realizzato in passato che con quanto egli stesso è stato invece capace di costruire sino a quel momento: il luogo è in sé simbolo di memoria, riconduce all’infanzia del protagonista e, attraverso i volti degli avi impressi sulle fotografie, trasuda il suo provenire da un tempo passato, solido ma ormai distante: una sorta di alterità temporale che si ritrova anche a livello fisico nell’isolamento del maniero e nella sua discrasia (gli interni sono oppressivi, cupi e domina una sorta di costante penombra) rispetto allo spazio aperto e solare della campagna circostante. In questo il luogo prosegue la grande tradizione delle case-organismo al cui interno si combatte la lotta dell’umanità e dell’equilibrio interiore (ma anche morale) del protagonista: come l’hotel di Psycho e quello di Shining.

Zvyagintsev lascia che sia quindi il contesto a parlare e ammanta il suo film di un sentimento panico che rende la messinscena e la scelta delle location (il film è stato girato tra Belgio, Moldavia e Francia) significativa e particolarmente potente a livello emotivo: una qualità visiva che predomina e anche per questo i presupposti che hanno portato alla situazione di decadenza nel rapporto fra Alex e Vera sono affidati, più che ai passaggi narrativi costruiti in sceneggiatura, a piccoli gesti, a frasi disseminate quasi casualmente lungo i 150 minuti di durata, come un puzzle che lo spettatore deve lentamente ricostruire. La durata estremamente ampia del film non nuoce all’incedere del racconto, che si rivela teso e dolente regalando un senso di profondo rispetto per i sentimenti umani messi in campo.

La logica che domina il rapporto fra Alex e Vera è dunque quasi utilitaristica, convenzionale, certamente priva di qualsivoglia calore umano, domina una perenne freddezza che Zvyagintsev restituisce a livello visivo attraverso giochi fotografici che addensano i colori, allargano le zone d’ombra e conferiscono all’immagine una densità degna di un noir di Michael Mann (molto simile in effetti è il lavoro sulla composizione orizzontale dell’inquadratura in Cinemascope e sui toni plumbei della fotografia).

La costruzione delle dicotomie è poi complessa, perché Alex è al centro di un sistema di relazioni apparentemente ben definite, ma nel loro insieme molto variegate: i vicini dal nucleo familiare tutto sommato solido, il fratello che si fida di lui ma che a sua volta è un individuo poco raccomandabile (il folgorante incipit ce lo mostra ferito da un colpo di pistola) che lega la gente a sé attraverso relazioni di comodo (come accade con il suo medico, cui rinfaccia i debiti contratti con lui per ottenere il suo aiuto), sono tutti elementi che contribuiscono a isolare il protagonista nel suo microcosmo interiore fatto di incapacità relazionali e giudizi errati. 

Il rapporto con Vera (una Maria Bonnevie di straordinaria intensità) è dunque fatto di vicinanze e lontananze e contribuisce a minare alle fondamenta la relazione, intesa sia come legame (affettivo e spirituale) che come costruzione di un nucleo capace di garantire un futuro, una prospettiva che, a livelli universali, possa garantire il perpetrarsi della specie e della società: la solidità del passato dunque si rispecchia in un presente caotico e fragile, dove dominano incomprensioni ed equivoci che contribuiscono a perpetrare il disfacimento. La strategia di Vera, che annuncia ad Alex di aspettare un figlio non suo, altro non è che il tentativo di smuovere l’immobilismo della relazione sperando che ciò possa portare Alex a un gesto di riconciliazione, di pietà, di comprensione per la tragedia che si sta lentamente consumando. Ma l’uomo invece risponde ancora una volta ripiegando la realtà alla propria visione particolaristica, rifiutando le motivazioni che hanno spinto la donna ad agire, e la forzano verso una interruzione di gravidanza clandestina che è una dichiarazione d’intenti circa il rifiuto di un possibile futuro alternativo. Un gesto che nei fatti si concretizzerà nella definitiva discesa agli inferi per l’intero nucleo familiare.

Attraverso una messinscena che ha il sapore della solennità, ma non perde mai di vista la concretezza dei rapporti umani, Zvyagintsev riflette quindi sulle possibilità di una ricostruzione interiore, in una umanità che ha completamente smarrito la propria capacità di trascendere i singoli eventi in nome di una prospettiva alta in grado di redimere la società dai suoi peccati: una specie di sacralità che va intesa in senso non semplicemente religioso quanto filosofico e che tenta di trarre in salvo l’umanità rispetto alla barbarie in cui è decaduta. Significativa in questo caso la scena che vede i figli di Alex, insieme ai loro amici, cercare di completare un puzzle a soggetto religioso, chiara e sin troppo lampante (forse anche didascalica) sintesi del tentativo di ricostruire una possibile componente spirituale in un universo che sembra avere smarrito la propria lucidità.
 
Il puzzle guida quindi noi spettatori verso il finale, con le sue rivelazioni e con l’estema sintesi garantita dall’ultima inquadratura, dove alcune lavoranti nei campi intonano un canto popolare, incontro simbolico di passato e presente. Un attimo e una delle donne attraversa il campo con un bambino fra le braccia: una nuova ipotesi di possibile futuro dal quale forse sarà possibile ricominciare?


The Banishment
(Izgnanie)
Regia: Andrei Zvyagintsev

Sceneggiatura: Artyom Melkumian, Oleg Negin dal libro “The Laughing Matter” di William Saroyan
Origine: Russia, 2007
Durata: 150’

lunedì 14 aprile 2008

Lecce 2008

Da domani, martedì 15 aprile, la capitale del barocco pugliese diventerà anche la città del cinema per tutto l’arco della settimana: il Festival del Cinema Europeo di Lecce arriva infatti al nono anno di attività e l’edizione si preannuncia come un’ulteriore ricca tappa in un percorso artistico che ha visto questo spazio crescere progressivamente puntando sulla qualità e sul divertimento intelligente per il pubblico. Per la prima volta le proiezioni impiegano totalmente le sale del cinema Santalucia e il programma conseguentemente si espande, interessando gli ambiti più disparati.

Pertanto, insieme al consueto concorso internazionale lungometraggi con 10 opere provenienti da tutta Europa e selezionate da Massimo Causo e Cristina Soldano, meritano attenzione le varie sezioni collaterali dedicate a Michele Placido e Nikita Mikhalkov, oltre alle “Giornate degli attori”, con omaggi a Michele Ventrucci (Tutto l’amore che c’è, L’anima gemella), Jasmine Trinca (Il caimano) e Elena Bourika (L’abbuffata). Inoltre ci sarà anche la possibilità di vedere su grande schermo un classico del cinema italiano come Il grido di Michelangelo Antonioni in edizione restaurata. E infine gli spazi collaterali dedicati ai giovani filmaker pugliesi (“Puglia Show”), i documentari (“Cinema e realtà”), convegni, seminari e mostre fotografiche. Il tutto condito dalla bella cornice della città salentina e dal calore di un pubblico giovane e numeroso che ha finora sempre sostenuto con entusiasmo questo spazio permettendo allo stesso di vantare un bella atmosfera, umanamente composita e fertile.

Poiché il sottoscritto seguirà l’evento, il nido rimarrà vuoto per alcuni giorni. Nel frattempo se siete in zona il consiglio è ovviamente quello di fare un salto al festival!

Sito ufficiale del festival

venerdì 11 aprile 2008

Kung Fusion

Shanghai, anni Trenta. Sing è un ladruncolo che sogna di entrare nella potente Gang delle Asce, che domina la malavita locale: le sue assurde manovre portano l’intera banda a scontrarsi con gli abitanti del Vicolo dei Porci, apparentemente inoffensivi, ma tra le cui fila si nascondono in verità dei potentissimi maestri di arti marziali. Pur di non vedere compromesso il suo onore, il capo della Gang assolda esperti guerrieri ed assassini, ma senza esito. Alla fine le sorti vengono riposte nella Bestia, il più grande killer vivente, padrone di letali tecniche di combattimento. Intanto Sing incontra la ragazzina che da bambino aveva salvato da alcuni teppisti e questo causa in lui una maturazione che lo conduce dalla parte del Bene. E’ solo il preludio a uno scontro finale con la Bestia che libererà la sua energia interiore, facendogli comprendere la sua vera natura.

In patria Stephen Chow è un comico che ha costruito la propria carriera su un umorismo molto popolare, basato su una grande capacità di improvvisazione: in Occidente però la sua stella ha iniziato a brillare quando, alla carriera di commediante, Chow ha affiancato quella di regista di un cinema visivo e capace di rimescolare con intelligenza influenze diverse. Shaolin Soccer è stato il primo tassello del mosaico, ma è Kung Fusion a rappresentare il capolavoro dell’artista: una geniale commedia d’azione che riesce nel delicato compito di parodiare il cinema di arti marziali diventandone però allo stesso tempo un perfetto rappresentante. Chow insomma, dimostra di aver compreso come la componente spettacolare e antirealistica insita nel genere si prestasse naturalmente a un processo di “cartoonizzazione” in grado di divertire il pubblico, ma di non disperdere la cifra epica propria di queste storie.

In questo senso l’inizio è programmatico: l’ascesa al potere della Gang delle Asce cita infatti, nei movimenti ampi e solenni della macchina da presa, i grandi manieristi della storia del cinema, come Sergio Leone, John Woo o Brian De Palma. Dai primi due proviene la cifra epica e lirica in grado di esaltare gli stereotipi in senso virtuoso, scatenando nello spettatore il senso della meraviglia. Dal regista di Carrie, invece, è mutuata la consapevolezza citazionista e la mescolanza dei generi che sfocia nell’accostamento di opposti: ecco dunque che la strage dei nemici diventa una sorta di musical che stempera la crudeltà nell’ironia rimarcando la natura spettacolare dell’insieme.

Nonostante questo, Kung Fusion (poco efficace storpiatura del titolo internazionale Kung Fu Hustle) è anche un film non privo di una sua pungente rudezza: il mondo in cui si ambienta la storia, infatti, non nasconde brutalità, soprusi del più forte sul più debole, aspettative negate, tali da condurre il personaggio di Sing sulla strada della malavita. Il percorso è quello classico iniziatico tipico di molte pellicole di arti marziali, in cui è quasi sempre il rinnegato o il delinquente di turno a scoprire attraverso le tecniche di combattimento quell’equilibrio interiore che lo farà volgere al Bene: l’adesione di Chow al genere, dunque, prima ancora che estetica è filosofica e si intreccia con il tema a lui caro della riscoperta dei valori insiti nell’animo umano. In base a questo tema chiunque è in grado di rivelare un’essenza valorosa, anche le persone apparentemente più insignificanti, esattamente come il bruco diventa farfalla: pertanto i maestri di arti marziali del Vicolo dei Porci appaiono dimessi, viziosi, spesso ci sono mostrati come dei veri incompetenti, che si nascondono dietro professioni umili, ma al momento buono sanno sfoderare una capacità combattiva e un valore senza eguali.

Il che ci porta alla constatazione che il cinema di Stephen Chow è volto al disvelamento della realtà dietro l’effetto speciale, o meglio alla possibile coniugazione fra i due opposti, a una qualità grafica che non nasconde mai l’essenza dei singoli elementi, ma è anzi in grado di esaltarla (caratteristica questa che accomuna i suoi film a quelli di Quentin Tarantino). Pertanto l’assurdità ironica dei combattimenti non disperde mai la centralità dei valori morali positivi, che porteranno lo stesso protagonista a un processo di riscoperta di se stesso, destinato a culminare nel finale.

Qui si consuma peraltro l’altro omaggio a una delle figure cardine del cinema di arti marziali, particolarmente cara a Chow, ovvero quella di Bruce Lee: complice una buona somiglianza fisica, Chow riprende infatti la figura del Piccolo Drago castigatore dei malvagi. L’adesione anche in questo caso è sostanziale prima ancora che formale, dal momento che Lee era artefice di un cinema d’arti marziali realistico e asciutto, distante dalle imprese iperboliche che vediamo compiere a Chow nella sua caratterizzazione. Il simpatico regista/attore asiatico ha infatti ben compreso come Bruce Lee, prima ancora che un maestro e un artista, sia egli stesso un’icona di potenza, la cui aura mitica è il vero lascito donato alle generazioni future e dunque è questo aspetto che si è voluto rimarcare, piuttosto che una mera adesione al suo modello.

Inoltre il film intreccia volutamente epoche e filoni tra loro molto differenti della storia del cinema marziale, dal wuxiapian classico degli Shaw Brothers, al fantasy anni Ottanta alla Ching Siu Tung e le varie influenze sono evidenti anche nelle scelte di casting: fra i protagonisti (cui Chow concede generosamente grande spazio) ritroviamo veterani del genere come Yuen Wah (il “Padrone” del Vicolo dei Porci, in passato controfigura dello stesso Bruce Lee), Yuen Qiu (la “Padrona) e Bruce Leung Siu Lung (la Bestia).

Alle loro evoluzioni si accompagna il superbo apporto degli effetti speciali, dove la computer grafica è utilizzata proprio in senso cartoonesco, per accentuare la comica improbabilità delle coreografie, risultando in questo modo perfettamente congrua al racconto e allo stile visivo impresso al film. A tutto ciò si unisce ovviamente il lavoro svolto dai coreografi stessi, ovvero i grandi Sammo Hung e Yuen Woo Ping, quest’ultimo già attivo nella trilogia di Matrix: la sua scelta appare eccellente, dal momento che Kung Fusion a tratti sembra porsi in una prospettiva critica rispetto alla concezione delle arti marziali mostrata proprio nella saga cyber-fantasy dei fratelli Wachowski.

Il risultato di questo intreccio di stili e influenze è una pellicola che ribolle di una energia contagiosa, in grado di scatenare il riso ma anche il pathos tipico delle grandi epopee d’azione, dove trova spazio anche una deliziosa parentesi sentimentale e il citazionismo risulta sempre divertito e mai banalmente ammiccante. Davvero difficile non amarlo, davvero impossibile chiedere di più. L’unica nota negativa va al pessimo doppiaggio italiano dialettale, dal sapore stupido e razzista: si raccomanda per questo la visione in lingua originale con sottotitoli.

Kung Fusion
(Gong Fu/Kung Fu Hustle)

Regia: Stephen Chow
Sceneggiatura: Stephen Chow, Tsang Kan Cheong, Xin Huo, Chan Man Keung
Origine: Cina, 2004
Durata: 95’

Sito ufficiale
Sito ufficiale italiano
Biografia di Stephen Chow

giovedì 10 aprile 2008

Vampira requiem

A un livello superficiale Maila Nurmi è quella che oggi si definirebbe una “meteora”, ovvero uno di quei personaggi la cui fortuna è stata legata a una stagione breve e particolare nel convulso mondo dello spettacolo. Diversamente dai molti esempi di questa categoria, però, nessuno potrebbe mai affermare che la sua figura sia destinata a restare sepolta nella memoria, per quanto vivo è ancora il culto per il personaggio da lei creato: Vampira.

La sua scomparsa, avvenuta esattamente tre mesi fa, il 10 gennaio 2008, ha rinnovato l’interesse per questa eroina-simbolo, che in poco meno di un anno (quanto è durato il programma televisivo The Vampira Show che l’aveva lanciata) è riuscita a radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo, modificando il linguaggio del piccolo schermo e la storia del costume americano (e non solo), catturando l’interesse dei giornali e di personalità del mondo dello spettacolo, che seguivano le sue apparizioni.

L’aspetto più interessante dell’aura mitica che circonda Vampira è dato dal fatto che non sono sopravvissute registrazioni del suo programma televisivo (a parte pochi frammenti visibili nel suo bellissimo sito ufficiale, linkato in fondo a questo articolo) e che quindi ciò che è giunto fino a noi è davvero soltanto il corpo iconico del personaggio, che però non è il solo elemento che contribuì al suo successo. Infatti parecchio scalpore destò il mix calibrato di sensualità e ironia, che emergeva dalle situazioni paradossali in cui Vampira si presentava e dal ritmo dei dialoghi che scandivano ogni apparizione catodica di questa macabra dea: un sapiente assemblaggio di sensazioni opposte, che nel già citato aspetto fisico erano ben rimarcate. Vampira infatti era sensuale ma anche inquietante e, come scrive David J. Skal nel suo saggio “The Horror Show” il suo corpo era “insieme prosperoso e gracile, ben nutrito ma scheletrico”, complice una soluzione di polvere di papaya e crema fredda che, spalmata sulle carni, le faceva letteralmente “dissolvere” l’addome donandole delle forme a dir poco contronatura (96-43-96).

Vampira era dunque questo: un concentrato di contraddizioni, ma anche un’icona mutante in bilico fra desiderio e mostruosità, tra il passato della grande tradizione iconica dei mostri Universal e le tensioni più moderne alla transmedialità che già iniziavano a farsi strada nell’America del tempo. I riferimenti dai quali la Nurmi infatti attingeva erano molteplici: la matrice era Morticia Addams, la “madre” della celebre Famiglia Addams creata negli anni Trenta per una strip a fumetti (da cui sarebbe in seguito derivata anche una famosa serie televisiva), rovesciata però di segno. Se l’icona cartacea era eterea e gracile, Vampira ne capovolgeva i significati nel senso della carnalità esasperata, avvicinandosi in questo modo più alla Moglie di Frankenstein dell’omonimo film cinematografico, mix per l’epoca scioccante e blasfemo di morte e sensualità (e quindi necrofilia).

Allo stesso tempo, però, Vampira è diventato a sua volta un modello, avendo di fatto inventato il personaggio dell’host, ovvero del presentatore di contenitori televisivi notturni dediti alla programmazione di film dell’orrore di quarta categoria. Fu infatti Hunt Stromberg Jr., direttore dei programmi della KABC Tv a pensare a un format che permettesse lo sfruttamento degli exploitation movies acquistati dal canale, per rendere gli stessi digeribili ai più.

Ma l’invenzione di Vampira era tutta di Maila Nurmi, moglie di uno sceneggiatore e nipote di un campione olimpionico, ex spogliarellista di origini finlandesi, che si era cucita da sola il suo costume con pochi dollari per partecipare al “Bal Caribe”, un concorso in costume di Los Angeles nella speranza di farsi notare. Il desiderio si avverò e nel corso della sua breve carriera sotto i riflettori, Maila Nurmi divenne grande amica di James Dean e non volle mai cedere i diritti sul suo personaggio, di cui faceva sfoggio anche in pubblico, mostrandosi sempre con il suo costume: una forma di autopromozione sfrenata ed egoistica agli occhi dei produttori, che per questo cancellarono lo show, costringendo Vampira a un lento declino, culminato poi nell’apparizione in Plan 9 from Outer Space di Edward D. Wood Jr, nel 1959 (come testimoniato anche da Tim Burton nel bel biopic da lui dedicato al regista nel 1994).

Dopo Vampira vennero nuovi “host”, fra i più celebri va ricordata senz’altro Elvira, impersonato da Cassandra Peterson e che ricalca certe caratteristiche dell’originale, tanto da vedersi intentare una causa per plagio dalla Nurmi, risolta però in un nulla di fatto. In Italia invece l’unico esempio ascrivibile al genere è quello di Zio Tibia, comparso alla fine degli anni Ottanta in un ciclo di trasmissioni per Italia 1. Ma più che a questi personaggi ci piace pensare a Vampira come a un possibile ponte fra Betty Page (celebre fetish girl dalla fisicità aggressiva e dal carattere dolce) e Rod Serling, creatore e presentatore della celebre serie tv Ai confini della realtà, l’uomo che rese l’improbabile in una forma colloquiale e vicina allo spettatore dell’epoca.

Il ricordo di Vampira in fondo ci testimonia anche di un periodo lontano in cui la nascente televisione sperimentava nuove forme espressive e inventava un immaginario affine ma diverso da quello cinematografico, aprendo un primo spiraglio nel fantasy sul piccolo schermo. A lei va dunque la riconoscenza degli appassionati di ieri e oggi.

Di seguito ecco la videosigla del Vampira Show, debitamente recuperata dai responsabili del sito ufficiale di Vampira.


Vampira's Attic: sito ufficiale di Vampira